opinioni caeranesi

Viaggio in Cina

25 settembre - 2 ottobre 2017. Era uno dei paesi che da tempo volevo visitare, un po’ per la sua storia millenaria, un po per il mito di Mao Zedong (o Tse-tung), che ha attraversato anche la mia vita, un po’ per lo straordinario sviluppo odierno di questo grande paese, che cerca di conciliare il comunismo con il capitalismo, impresa difficile, per non dire impossibile, ma storicamente affascinante.
L’occasione è stata il VII Congresso internazionale di Slow Food, che si è svolto dal 29 settembre al 1 ottobre a Chengdu, nella regione dello Sichuan, nel sud-ovest della Cina. Abbiamo aggiunto un soggiorno di 3 giorni a Pechino, per rendere il viaggio maggiormente proficuo, ai fini di una prima conoscenza del pianeta cinese.
Pechino conta 24 milioni di abitanti, più 6 milioni di residenti in altre città che vi lavorano quotidianamente, ma risulta essere solo la terza città della Cina come grandezza. Mi aspettavo un traffico caotico ed un inquinamento insopportabile, invece ho trovato un clima simile al nostro, un cielo neanche molto velato e solo qualche raro passante con la mascherina antismog.
A sentire la nostra guida, il territorio della capitale cinese misura quanto il Lazio, ed è riempito da numerosi quartieri satelliti, intervallati da parchi e verdi campagne ancora coltivate.
Pechino, come anche Chengdu, hanno avuto negli anni recenti una crescita vertiginosa: quest’ultima è passata in nove anni da 4 a 14 milioni di abitanti, e sono seminate di altissimi e moderni grattacieli, alcuni molto belli.
Contrariamente a quanto si possa pensare, soprattutto se guardiamo alla nostra Roma che, con soli 3 milioni di abitanti, nessun sindaco di destra, di sinistra o grillino riesce a governare, queste due città sono pulitissime ed ordinate, assolutamente sicure, con molti spazi verdi tenuti benissimo e con un traffico accettabile, anche per la presenza di strade molto larghe, in genere a tre corsie. Le automobili, nessuna italiana, ma soprattutto giapponesi, coreane, tedesche e svedesi, sono tutte di livello medio-alto ed ultimamente sono state contingentate. Vale a dire che a Pechino, ad esempio, possono circolare un tot prestabilito di automobili. Se uno vuole comprarsi una macchina deve prima comprarsi la targa, che è personale, e poi aspettare che si creino ulteriori margini per l’immissione in circolazione di nuove auto. Così i cinesi intendono combattere l’inquinamente cittadino, oltre a lavorare sui carburanti innovativi. Numerosissime sono poi le biciclette a disposizione dei cittadini e in circolazione.
Il tenore di vita appare mediamente rispettabile e nel terziario gli stipendi raggiungono anche i 700/800 euro al mese.
Come tenore di vita, modo di vestire, livello dei negozi, grandezza dei centri commerciali, ristoranti e luoghi di divertimento per i giovani ecc. sembra di essere in una qualsiasi grande città occidentale. A Chengdu, tra l’altro, c’è il Global Center, il più grande centro commericale del mondo che ha una superficie di 5.200 mq.
L’impressione che si ricava è quella di un grande paese in forte espansione economica, destinato a dominare il futuro e dal quale ritorni con la convinzione che siano dei pazzi inconcludenti coloro i quali pensano che l’Italia debba uscire dall’Europa o che sostengono le piccole patrie.
Il sistema politico è ovviamente discutibile e condannabile, essendo dominato da un solo partito, quello comunista, affiancato da altri pochi partiti satelliti, che si accontentano di incarichi marginali.
Ci sono aspetti contrastanti. Ad esempio, come in Israele, che sicuramente non è un paese comunista, la terra è proprietà dello stato, di tutti, trattata come l’altro grande bene comune, che è l’acqua. Chi vuole costruire case, palazzi o grattacieli ecc. riceve il terreno in concessione per 70 anni, chi vuole costruire una fabbrica o altre imprese produttive ottiene la concessione per 50 anni. Dopo di che immobiliaristi, industriali ecc. sono padronissimi di arricchirsi come vogliono. Devono solo pagare le tasse, che comprendono 4 aliquote e che probabilmente pagano tutti. Scelta improponibile da noi, quella delle terre in concessione, salvo la precaria esperienza dei Peep (Piani edilizia economica popolare), anche se sarebbe utile ed interessante, almeno in alcuni casi. Pensiamo ad esempio alla Sanremo, sviluppatasi attraverso ripetute trasformazioni di terreni agricoli in terreni industriali, con notevole beneficio per gli imprenditori. Ne hanno beneficiato anche gli abitanti di Caerano e di altri paesi, sicuramente, ma adesso che la Sanremo conta solo 6 dipendenti, perché il terreno dovrebbe fruttare al proprietari milioni di euro?
Negativo è sicuramente il controllo dell’informazione, per cui ci siamo trovati in difficoltà a comunicare con l’Italia, in quanto non funzionavano Facebook, Messenger, la posta elettronica e neppure Whats App. I cinesi hanno tuttavia i loro motori di ricerca, i loro social-network, alternativi a Google ed ai nostri, e probabilmente il crescente benessere economico fa passare in secondo piano la mancanza di libertà e di democrazia reale.
Sorprendenti, per un certo verso, sono alcuni aspetti della loro lingua, che non conoscevo. In passato avevano 24.000 ideogrammi che durante il periodo di Mao sono stati ridotti a 6.000, con una gigantesca semplificazione, per favorire l’acculturazione delle masse contadine, analfabete e povere, riscattate dal grande timoniere sia sul piano economico che culturale. I bambini ne imparano 2.000 alla scuola elementare, 2.000 alla scuola media e gli altri alle scuole superiori. La loro grammatica è molto semplice: i verbi hanno solo l’infinito e le persone, il presente, il passato ed il futuro sono definiti dai pronomi e dagli avverbi.
Sul piano storico-culturale ed artistico abbiamo visto monumenti straordinari, pari alle grandi meraviglie egizie, messicane, indiane ed ovviamente italiane, come Piazza Tienanmen, con il Mausoleo di Mao, la Citta proibita, il Palazzo d’estate, il Tempio del cielo a Pechino, la Grande Muraglia, il Panda Park e alcuni templi tibetani a Chengdu ed una gigantesca opera idraulica, risalente al 250 avanti Cristo, costruita per disciplinare ed utilizzare le imponenti masse d’acqua provenienti dal Tibet che inondavano le campagne attorno alla cittadina di Dujiangyan.
Un grande evento è stato poi il congresso Slow Food che ha raccolto delegazioni provenienti da 90 paesi del mondo e che ha ospitato rappresentanti di 400 villaggi cinesi dove si programma e si tenta il recupero della grande tradizione agricola di quel popolo. Il Congresso si è svolto all’insegna delle battaglie di Slow Food:
- per un cibo “buono, pulito e giusto”,
- per la drastica riduzione della plastica che sta invadendo i mari,
- per il monopolio delle sementi da parte delle grandi multinazionali del cibo,
- per un freno alla diffusione degli organismi geneticamente modificati,
- per il contrasto ai grandi trattati commerciali internazionali, che rischiano di distruggere l’agricoltura tradizionale,
- per fermare la nuova colonizzazione dell’Africa,
- per il progetto Menu of change: cambiare sistema alimentare per bloccare il cambiamento climatico. Bisogna cambiare cibo, scegliere quello locale, fresco, di stagione, privo di chimica, rispettoso dell’ambiente e della biodiversità, perchè il modo odierno di produrre cibo è uno dei maggiori responsabili del cambiamento climatico incalzante a cui stiamo assistendo.
Per concludere è stato un viaggio istruttivo ed interessante, che ti allarga gli orizzonti, ti fa capire come e dove gira il mondo, secondo lo storico spostarsi delle grandi civiltà, da oriente ad occidente, e poi ancora ad oriente, in un ciclo millenario di cui noi siamo solo occasionali e precari spettatori.
Certo non abbiamo visto e conosciuto la Cina delle campagne, quella rurale ed ancora in fieri, che magari scarica anche in Italia i suoi migranti, sfruttati nei loro laboratori clandestini, ma ne è valsa comunque la pena e resta viva la sensazione di un grande paese, dove tra l’altro si mangia molto bene, contrariamente a quanto ci facevano creder la scarsa fortuna dei ristoranti cinesi in Italia e parecchi nostri pregiudizi nei loro confronti.
 
A tavola con Carlin Petrini, presidente di Slow Food internazionale 

 

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