Sguardi dal ponte: un libro su Caerano

IMG_1781.jpg

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE

Il libro racconta la Caerano della seconda metà del 1900 e degli inizi del 2000, vista dal Ponte di San Marco, attraverso il filtro della mia vita.

L’idea del libro è nata circa 10 anni fa quando, visitando il sito web di Gianni Desti, con le sue foto di Caerano, sono stato colto da un frugolo michelangiolesco e mi sono detto:”Belle queste foto, ma perché non parlano?”.

La stesura del libro è stata lunga, con dubbi e ripensamenti continui sulla opportunità o meno di pubblicarlo. Ogni tanto lo riprendevo in mano ed aggiungevo nuove pagine, nuovi racconti, poi lo lasciavo nuovamente in letargo, e così via fino a novembre del 1917 quando ho deciso di pubblicarlo, su sollecitazione di Laura Tessaro, che ringrazio, insieme a Danilo Zanetti, editore, a Adriano Spader, della Editronic di Cornuda, che l’ha impaginato con pazienza e professionalità ed a Luigino Poloni, che mi ha dato il primo input per scriverlo.

Il libro è dedicato a mia figlia Laila e ai giovani caeranesi con la speranza che possano costruire un paese migliore di quello che le generazioni come la mia hanno loro lasciato. 

E’ dedicato poi a tre concittadini per me importanti: fin dall’inizio a Publio Corradi e ad Arias Tiberio, dei quali scrivo qualcosa, e successivamente anche a Don Giorgio Morlin, dopo la sua morte. Don Giorgio l’aveva letto alcuni anni fa e ne aveva scritto la prefazione, che si trova all’inizio del libro.

Sguardi dal Ponte non è un libro classico di storia, di ricerche negli archivi e tra documenti polverosi, ma è un libro leggero, di personaggi, luoghi e piccole storie paesane, che ho cercato di “stanare” dal mio passato. Io l’ho definito un “trastullo” della mia vecchiaia e l’ho scritto per me, per passare il tempo. Dopo la pensione e le frustrazioni della politica, mi è rimasto infatti il leggere, il viaggiare e… appunto lo scrivere.

Il libro ha un taglio “critico” in perfetta sintonia con la mia storia di vita culturale e politica a Caerano, ed esprime un rapporto duale con il mio paese, di amore ma anche di delusione, per le pesanti contraddizioni del suo vorticoso sviluppo economico, culturale e civile della seconda metà del 1900.

Sguardi dal Ponte racconta anche di caeranesi celebri, ma soprattutto di personaggi secondari o minori, talvolta associati a personaggi delle mie “storie e fantasie” infantili, parla di caeranesi più o meno conosciuti, particolari, emblematici di lavori e professioni o di categorie sociali, oppure morti precocemente. 

Parla di luoghi, tipo i molini, le osterie, i bar, le fabbriche, i negozi (il barbiere, el casoin…), il Brentella, l’asilo parrocchiale, l’oratorio ecc.

Le storie sono quelle relative alle tradizioni, ai giochi, alle feste, all’associazionismo sportivo, sociale e civile, ad esperienze culturali, teatrali, musical ecc. 

Il libro contiene anche un’estesa analisi dello sviluppo economico, industriale, urbanistico, politico, culturale e sociale del paese, con le sue luci ed ombre.

Contiene molte immagini, oltre 368, soprattutto foto di scolaresche e di gruppi vari, di squadre di calcio o della Caerano di una volta, alcune già presenti in altre libri sul nostro paese. Sono tratte quasi tutte dal sito di Gianni Desti, altre sono personali o di enti e privati. 

Alla fine ho inserito anche l’elenco delle numerose foto ed anche quello dei nomi (circa 1200), oltre alla bibliografia.  Molte sono infatti le citazioni e le notizie tratte da altri libri di storia locale, tutti doverosamente citati.

Nella conclusione, contraddicendomi in un certo modo con le mie valutazioni talvolta critiche e negative, traspare una certa preferenza per il paese che ho raccontato, la società in cui sono vissuto, la politica che ho praticato, rispetto al paese, alla società ed alla politica del presente.

Ma questa preferenza è solo frutto della mia anima nostalgica, del prevalere in fondo dell’amore per la mia Caerano, più che della delusione per le sue molte contraddizioni.

Francesco Fabbri e la formazione della classe dirigente

 “Francesco Fabbri e la formazione della classe dirigente” 

Treviso 
19 marzo 2018 
 Da leggere assolutamente anche se molto lungo: interessante ed attualissimo.
—————————————————————————————————– 
Permettetemi di avviare questa conversazione con due precisazioni introduttive. 
La prima. Per classe dirigente intenderò un gruppo vasto di persone dotato di autorevolezza intellettuale e morale, capace di dirigere e cioè di indicare una direzione di marcia alla intera società. 
La seconda. Farò riferimento non a qualsiasi classe politica dirigente, ma a gruppi dirigenti che siano democratici; non è superfluo. 
Dopo l’ondata democratica seguita alla caduta del muro di Berlino assistiamo a un’ondata in senso opposto di sfiducia nei sistemi democratici e di domanda e consenso crescente all’autorità, alla personalizzazione e alla concentrazione dei poteri nel capo. 
La Cina ha visto negli ultimi 5 anni il progressivo rafforzarsi dei poteri in capo al Presidente Xi Jinping sino alla recente abolizione del limite dei mandati. Nelle Filippine l’orientamento autoritario del presidente Duterte si accompagna all’incremento dei consensi interni. Ci sono poi l’India di Modi, la Turchia di Erdogan, l’Egitto di Al Sisi, la Thailandia di Hun Sen, fino alla Russia di Putin, alla Polonia di Morawiecki, all’ Ungheria di Orban, alla Presidenza Trump. 
Assistiamo quindi ad una progressiva riduzione della democrazia nel mondo, a popoli che “si consegnano” delegando all’autorità di vertice principi e regole di funzionamento e di equilibrio tra i poteri, con il rischio di un progressivo indebolimento del funzionamento e della fiducia nella democrazia stessa. Perciò non è superfluo precisare che non è sufficiente una qualsivoglia classe politica dirigente. Si fa riferimento, invece, ad una classe politica dirigente che orienti le sue scelte secondo i principi della democrazia: pluralismo, rispetto degli avversari, obbedienza alle regole costituzionali, soggezione alle decisioni dei cittadini. 
Questa fase impone la costruzione di classi dirigenti democratiche per colmare il vuoto ed impedire lo slittamento verso forme di governo autoritarie 
Classi dirigenti possono essere presenti in tutti i settori, nell’impresa, nel mondo finanziario, nei sistemi della comunicazione. Qui si farà riferimento alle classi politiche dirigenti, perché la vita di Francesco Fabbri è stata un esempio tipico del cursus della classe politica dirigente democratica nel secondo dopoguerra.  
Le sue scelte di vita possono essere prese a simbolo delle donne e degli uomini che, in diverse formazioni politiche, furono protagonisti della ricostruzione dell’Italia dopo le macerie del conflitto mondiale. 
Francesco Fabbri passò attraverso le prove della guerra e della prigionia, si dette una formazione professionale, iniziò l’ attività politica nell’amministrazione di un piccolo comune e la terminò, tra vittorie e qualche sconfitta, come accade a tutti i dirigenti politici, ai vertici del governo del Paese. 
Classe dirigente non si nasce. 
Si diventa, passando attraverso le selezioni che la vita presenta e che mettono alla prova il coraggio, la determinazione, l’ascolto, la competenza, la capacità di decidere. Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, nelle circostanze che essi stessi si scelgono; la fanno nelle circostanze che di volta in volta si trovano ad affrontare. 
Queste circostanze rappresentano i passaggi stretti che selezionano le classi dirigenti. 
Nel superare quelle difficoltà gli uomini come Francesco Fabbri avevano l’obbiettivo di una società migliore, di un paese con più vasti obbiettivi di civilizzazione, perché avevano fiducia nella storia, nelle proprie forze e nei progetti del partito politico al quale appartenevano. 
Quella fiducia non nasceva da infantili entusiasmi. Nasceva dal non essersi arresi, dall’aver superato difficoltà e tragedie e quindi dall’aver maturato la consapevolezza che sarebbe stato possibile costruire e migliorare. 
Oggi abbiamo difficoltà ad individuare una classe politica dirigente perché sono venuti meno rigorosi criteri selettivi ed è prevalsa la cooptazione. Conseguentemente sembra essere venuta meno la fiducia in un mondo migliore. Inn molti casi l’obbiettivo sembra essere non il miglioramento della società, ma della propria posizione personale nell’ambito di una società sostanzialmente impossibile da correggere. 
Stiamo vivendo quindi una fase di perdita della fiducia nel futuro. 
La perdita di fiducia avviene quando i cittadini si staccano dalle ideologie tradizionali e non credono più a ciò in cui credevano prima. La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non riesce a nascere: in questo interregno si verificano, spiegava Gramsci, i fenomeni morbosi più svariati. 
Noi siamo in questo interregno tra il vecchio che muore e il nuovo che non nasce; e conviviamo con alcuni fenomeni morbosi, per usare l’espressione di Gramsci. 
Il primo di questi fenomeni morbosi é la sostituzione dei gruppi dirigenti dei partiti con leader che diventano solitari e narcisisti. Ai vertici del sistema politico siedono non gruppi, ma singole personalità; il fenomeno è stato colto dalla legge elettorale che parla rozzamente ma efficacemente di “capo della forza politica”. E il partito cessa progressivamente di essere una comunità. 
Capi politici ci sono sempre stati. Lo erano Fanfani e Berlinguer, Nenni e Almirante. Ma ciascuno di loro era scelto e votato da un partito e con quel partito doveva confrontarsi. Oggi invece è il capo che costruisce il partito; e il partito diventa paradossalmente un non-luogo della politica, spazio neutralizzato, segnato da messaggi e da comandi, caporalizzato, attraversato da flussi di consenso. 
E’ perciò diffusa la contestazione radicale della stessa legittimità di una classe dirigente, presentata come casta, gruppo egoistico che ha funzioni di comando e ne approfitta per distogliere a proprio vantaggio le risorse pubbliche. A questa classe dirigente sono assimilati tutti coloro che possiedono saperi, sulla base di una ideologia per la quale il sapere e la competenza sono doti sospette perché utilizzate per danneggiare i cittadini ignari ed arricchire sé stessi. 
Il principio di uguaglianza è diventato il riconoscimento di competenze senza conoscenze, sulla base del semplice principio di cittadinanza. 
Conseguentemente, chiunque eserciti funzioni rilevanti nel campo del sapere le avrebbe acquisite non per merito ma in seguito a innominabili fraudolenze; il fatto stesso di esercitare funzioni rilevanti é indizio di comportamenti corruttivi. 
Non dimentichiamo il caso di Ilaria Capua, scienziata e deputata nella legislatura appena conclusa. Era riuscita a isolare il virus dell’aviaria.E’ fra i 50 scienziati top di Scientific American. Fu oggetto di una campagna diffamatoria sostenuta da alcuni mezzi di comunicazione e da alcuni settori del mondo politico. Indagata per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, all’abuso di ufficio e per il traffico illecito di virus Si dimise dalla Camera, lasciò l’Italia, fu accolta con tutti gli onori negli Stati Uniti. E’ stata assolta pienamente da ogni accusa. 
Alla radice di questo atteggiamento c’è il puritanesimo politico, un atteggiamento moralistico fondato sul sospetto pregiudiziale nei confronti del sapere e della politica . 
Conseguentemente la politica è presentata come il regno del malaffare e la società civile luogo della innocenza. 
C’è certamente un grande bisogno di moralità nella vita pubblica come anche nelle relazioni private. Ed è quindi corretto richiamarne l’esigenza. Ma la morale è una risorsa limitata Quando se ne abusa degrada in immoralismo o in giuridicismo. 
La morale, come spiegò Guido Calogero, consiste nel dialogo con l’altro, e cade in contraddizione con sé stessa quando è usata come strumento della lotta politica.  
Si scivola nell’uso immorale della questione morale. 
Si condanna il compromesso; ma Amos Oz, che di conflitti se ne intende, ha scritto: “Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte”. 
In realtà si confonde il compromesso con la consociazione, alla quale non si può non essere contrari. Il compromesso si fonda sulla distinzione tra le parti e la mantiene. Il consociativismo annulla le distinzioni, crea grovigli, favorisce la irresponsabilità. 
La politica deve certamente avere un’etica, fondata sul rispetto dell’altro e sulla prevalenza dell’interesse generale sugli interessi particolari. Ma l’etica non ha nulla a che fare con il sospetto generalizzato, l’insulto, il rifiuto della dignità dell’altro. In questo modo si sostituisce un integralismo settario ad una visione onesta del paese e del suo futuro. 
L’effetto di questa propensione è l’attribuzione del ruolo di guardiani della società alle Procure della Repubblica (bisogna difendere la magistratura dai suoi amici), il riconoscimento di un valore salvifico alla punizione, la costruzione di nuove inedite categorie a metà strada tra il diritto e la morale come quelle dei “coinvolti” e degli “impresentabili”. In questa prospettiva la società è sempre innocente mentre il rapporto con chiunque eserciti una funzione pubblica è fondato sul sospetto. 
Ma sfugge che in ogni corruzione al fianco del soggetto pubblico corrotto c’è un privato cittadino corruttore, che di quella società civile fa pienamente parte. 
Si è applaudito quando una legge ha conferito alla magistratura il compito di confezionare le liste dei candidati ad una carica politica, sottraendolo ai partititi, con il loro irresponsabile consenso. 
Si é applaudito quando un’altra legge ha stabilito che basta il minimo sospetto, non indizio, sospetto, per impedire ad una impresa di partecipare ad una gara pubblica. Ogni arresto, ogni comunicazione giudiziaria appare per questa parte della società e del mondo politico motivo di conforto; il proscioglimento è una sconfitta. 
Il sospetto, frutto avvelenato di questo moralismo discriminatorio sta bloccando la pubblica amministrazione. I pubblici funzionari rifiutano di esercitare la discrezionalità prevista da alcune leggi recenti perché temono di finire nel mirino del sospetto prima e poi delle Procure della Corte dei Conti o della Repubblica. Saranno probabilmente assolti; ma nel frattempo la loro reputazione è stata rovinata, la carriera bloccata, i risparmi, quando ci sono, consumati nelle spese legali. 
Mi preme, infine, riflettere su un punto: un paese moderno ha bisogno di fiducia. Il moralismo conclamato che diventa immoralismo distruttivo rischia di sommergere il Paese. La questione morale va affrontata non con editti e insulti, ma con la ferma ragione dell’etica del dialogo e del rispetto. 
Una forte domanda di sicurezza attraversa l’intera società ed è rivolta alla politica e alla tecnica. Il cittadino chiede di cancellare i fattori che a suo avviso generano insicurezza. E se la politica e la tecnica, che nei confronti dei problemi concreti devono far ricorso alla razionalità, non riescono a rispondere a quelle aspirazioni in modo conforme alle aspettative, si reagisce con campagne che rifiutano la ragionevolezza. Si instaurano rapporti fideistici con i capi, con i partiti, con le ideologie. Conseguentemente prende piede il rifiuto a informarsi, a conoscere, si sposa la tesi apparentemente più convincente che ha sempre alla base lo smascheramento di una frode dei presunti poteri forti, si rafforza uno spirito gregario privo di autonomia intellettuale. 
I gregari cercano di rassicurare sé stessi immaginando che i loro capi conoscano la verità e sappiano guidarli. I capi rischiano di restare prigionieri delle certezze dei propri gregari. Si alimenta così un circuito che porta dalla insicurezza al fideismo, dal fideismo alla subalterna fiducia nel capo, da questa subalterna fiducia nel capo alla illusione del capo di poter davvero disporre di una risposta a tutte le domande. 
La società nella quale si muoveva Francesco Fabbri aveva fiducia nella conoscenza e nel progresso. In quella contemporanea questa fiducia si é fortemente indebolita. Nascono anche per questa via il rifiuto della scienza, la sfiducia nel sapere, quella che in un recente libro, scritto da un brillante scienziato, è stata chiamata “La congiura dei somari”. 
Viene alla mente una nota riflessione di Kirkegaard: il cuoco ha preso il comando della nave e da quel momento dalla cabina del comandante non sono più arrivate indicazioni sulla rotta e sui porti da raggiungere; ogni mattina arriva soltanto il menu del giorno. 
L’antico leader era protagonista di processi di rappresentanza. La sua legittimazione era fondata sulla capacità di rappresentare e di circondarsi di persone che a loro volta rappresentavano settori della società. 
In queste doti di rappresentanza sta la spiegazione del cursus di Francesco Fabbri; egli rappresentava, per competenze specialistiche e per i suoi rapporti con il territorio. 
I leader contemporanei sono spesso protagonisti non di processi di rappresentanza, ma di processi di identificazione.  
La differenza è profonda. Nei processi di identificazione la personalità del leader crea la base sociale. E’ la presenza non il programma che fa scattare negli elettori la identificazione con il leader, che deve presentarsi come vincente e seduttivo; egli diventa inevitabilmente solitario e narcisista. 
Questo leader tende spesso a circondarsi non di una classe dirigente, ma di una rete somigliante, nella quale possa rispecchiarsi traendone sicurezza e che si possa rispecchiare in lui traendone legittimazione. 
Il leaderismo narcisista condiziona il dibattito politico esaurendolo in asserzioni imperative, pregiudizialmente disinteressate al parere dell’altro. Queste asserzioni non sono orientate alla persuasione e alla disponibilità ad essere persuasi. Sono orientate alla imposizione, attraverso la forza del numero, la violenza dell’invettiva, la rivendicazione del proprio primato morale nei confronti dell’avversario
Se scimmiottare il leader è il modo per essere riconosciuti, apprezzati e premiati, nei partiti prevale l’egoismo e l’individualismo; stare in un partito non serve per condividere, ma per ascendere. Così trionfano le fratture, non le coesioni, le tattiche non le strategie. Il conflitto politico, che in democrazia ha confini e punti di conclusione, diventa scontro lacerante, teatralizzazione permanente. 
A questi caratteri non mi pare che sfuggano le due forze politiche hanno vinto le recenti elezioni. Entrambe hanno saputo affrontare meglio degli altri le domande e le aspirazioni dei ceti più deboli, a volte con toni non condivisibili e non sappiamo se con proposte realizzabili. Ma hanno parlato al popolo dei problemi del popolo. E questo é un merito. 
Tuttavia anche i due partiti vincenti, appaiono privi di una direzione collegiale, ruotano attorno a capi solitari e narcisisti, reclutano in base al principio di somiglianza e non un base al principio di rappresentanza, hanno fatto appello all’emozione piuttosto che alla ragione. 
Il tempo che abbiamo davanti può rivelarsi un tempo di positivo cambiamento. I due partiti vincitori saranno indotti a mediare le pulsioni che ne hanno caratterizzato sinora l’attività con gli obblighi imposti dalle nuove rilevanti responsabilità. Gli altri partiti potrebbero essere anch’essi indotti a forme più riflessive di organizzazione e di direzione politica perché nel campo della politica, che è un campo di competizione senza regole, i modelli prevalenti sono quelli dei vincitori. 
Il prevalere di impulsi emotivi e il rifiuto della costruzione razionale del mondo sono due componenti della crisi dell’illuminismo.  
L’illuminismo ha avuto due facce. Una prima ha applicato meccanicamente il principio hegeliano per il quale ciò che é razionale è reale e ha cercato di imporre modelli di società derivanti da un modello puramente astratto. E’ il caso dei sistemi sovietici, naufragati per l’impossibilità di applicare a società sempre più complesse modelli che prescindono dalle persone in carne ed ossa e dalle loro aspirazioni. 
L’altra versione dell’illuminismo, l’illuminismo mite, ha fatto ricorso alla ragione come criterio per la civilizzazione delle comunità umane: diritti fondamentali della persona, dignità, inclusione, abolizione della pena di morte, scuola, salute, casa, lavoro, uguaglianza. 
Democrazia e illuminismo mite sono strettamente intrecciati. Stanno insieme o declinano insieme. 
E’ sufficiente guardare a ciò che sta avvenendo nelle nostre società. L’emozione al posto della ragione; il sospetto al posto della conoscenza; la patria, il sangue e la terra al posto della società accogliente e solidale; il capo che costruisce la comunità politica al posto della comunità politica che costruisce il capo. Alla crisi dell’illuminismo si accompagna l‘indebolimento della democrazia che si fonda sulla ragione e sulla verità. Emozione, sangue, terra, capo sembrano aprire il sentiero di un nuovo romanticismo. Non è un futuro auspicabile visto che alla fine di quella fase hanno prevalso forme di governo totalitarie. 
Alla radice della crisi delle classi dirigenti non ci sono soltanto processi oggettivi, ma anche defaillances soggettive. 
Alcuni partiti tradizionalmente ispirati alle ragioni del progresso, spinti dalla situazione economica globale, a partire dagli anni Novanta, dopo la fine del sistema sovietico e la vittoria schiacciante del sistema capitalistico occidentale, si sono adeguati. 
Hanno abbandonato il terreno della espansione del settore pubblico, in favore del mercato, della finanza deregolamentata e del capitalismo globale. Sono esemplari da questo punto di vista le politiche di Tony Blair e di Gerard Schroeder. Alla lunga queste scelte, pur essendo in gran parte necessitate, hanno fatto perdere il consenso delle classi lavoratrici. Margareth Thatcher, richiesta nel 2002 di quale fosse il suo maggiore successo, rispose, con evidente malizia: “Tony Blair e il New Labour. Abbiamo costretto i nostri oppositori a cambiare il loro modo di pensare.” Possiamo immaginare la reazione di un tradizionale elettore laburista. 
L’abbandono dei temi tradizionali della cultura politica socialdemocratica non è stata compensata dalla ripresa dell’attenzione ai bisogni dei ceti più poveri. Le classi dirigenti di matrice illuministica, tanto liberaldemocratiche quanto socialdemocratiche, hanno continuato ad impegnarsi per la civilizzazione della società, ma hanno badato più ai diritti individuali che ai diritti sociali ed hanno a volte confuso la civilizzazione della società con il politicamente corretto, forse sopravvalutando sé stesse e le proprie ragioni. Ne è derivata la sovrapposizione dell’estetica all’etica, di ciò che appariva elegante su ciò che era giusto. 
Il processo di civilizzazione si è trasformato in una esposizione delle buone maniere, non nella capacità di rendere più forti i valori civili della nazione. 
E’ stata esemplare da questo punto di vista la campagna elettorale che ha visto contrapposti Donald Trump e Hillary Clinton. 
La signora Clinton parlava a lungo e con accenti sinceri dell’eguaglianza tra donne e uomini, tra neri e bianchi, tra omosessuali ed eterosessuali. 
Trump senza alcuna eleganza, con grevi volgarità, si scagliava contro donne, neri e omosessuali e si faceva paladino dei forgotten, i dimenticati, bianchi poveri e disoccupati, rappresentando così le ansie, i bisogni e i dolori di una parte rilevante della popolazione degli Stati Uniti, quella più colpita dalla globalizzazione. 
Perchè la liberaldemocratica signora Clinton ne ha parlato poco o per nulla? Lei, come molti altri leader della sua educazione politica, ha dato per scontato che i suoi concittadini bianchi, poveri e disoccupati, avrebbero ragionevolmente votato per i democratici; ha avuto una fiducia non meditata nella capacità autogiustificatrice della ragione, e si è impegnata su una dimensione nuova dell’eguaglianza confezionando i suoi argomenti nell’involucro della eleganza e delle buone maniere. 
Ma tutti coloro che erano esclusi e dimenticati, o che tali si sentivano, avevano già cominciato a rifiutare la ragione come criterio di scelta perché essa non era più sembrata idonea a dare speranza nel futuro; rifiutavano la eleganza e la buona educazione, che non risolvevano i loro problemi. Ed hanno scelto chi appariva emotivamente consapevole dei loro bisogni e irrideva alla buona educazione e alla eleganza. Non si tratta di un problema solo americano; questa è una questione di tutto l’Occidente. Il populismo, anche nella sua versione patinata, che è costituita dal narcisismo, nasce da questa trascuratezza della ragione come criterio di prevenzione e risoluzione dei conflitti. Meno estetica e più etica, verrebbe da suggerire a liberaldemocratici e socialdemocratici. 
Molti appartenenti alle classi dirigenti per recuperare un rapporto con il popolo hanno animato un complesso fenomeno che potrebbe definirsi le classi dirigenti contro sé stesse. Il sistema è il nemico interno. Questa non è la novità. La novità è che l’attacco è ora condotto in prima persona da chi del sistema fa stabilmente parte o aspira a farne parte. 
Un posto d’onore se lo è guadagnato Donald Trump, che certamente non é un esponente della working class. Esemplari sono alcuni passaggi del suo discorso di investitura: 
Questo non è un semplice passaggio di poteri da un’amministrazione all’altra, da un partito politico all’altro. Oggi il potere passa da Washington ai cittadini americani… Per troppo tempo c’è stato distacco tra le istituzioni e la gente comune ; l’establishment si è limitato a proteggere se stesso. Le loro non sono state le vostre vittorie. In questi anni c’è stato poco da celebrare per le famiglie che nel Paese hanno lottato per tirare avanti». 
Le posizioni antisistema influenzano anche i partiti con maggiori tradizioni, che del sistema sono parte costitutiva da sempre, come i conservatori britannici. Nel 2009 l’allora leader dell’opposizione conservatrice David Cameron, scuole a Eaton, laurea a Oxford, lontano parente della famiglia reale, dopo lo scandalo sulle spese dei parlamentari pose il problema della redistribuzione del potere verso il popolo: 
“…Dallo Stato ai cittadini, dal governo al parlamento, da Whitehall alle comunità. Dall’Unione Europea alla Gran Bretagna, dai giudici alle persone, dalla burocrazia alla democrazia. Attraverso la decentralizzazione, la trasparenza e la responsabilità politica dobbiamo sottrarre il potere alle élites politiche e metterlo nelle mani delle persone comuni.” 
La competizione elettorale in Francia ha rappresentato un palcoscenico dell’attacco alle élites fatto da chi alle élites appartiene da sempre. Marine Le Pen ricopre dal 1998 incarichi di rappresentanza politica nei consigli regionali, nell’Assemblea nazionale, nel Parlamento europeo ribadì nel discorso di presentazione della propria candidatura, a Lione il 5 febbraio 2017, la sua estraneità al sistema: “Sono la candidata della Francia del popolo, contro la destra del denaro e la sinistra del denaro”. Venerdì 3 febbraio 2017 Francois Fillon, messo sotto accusa per le vicende relative alla moglie e al figlio, che avrebbero ricevuto per anni una retribuzione dal Parlamento senza svolgere alcuna attività, ha inviato un messaggio ai suoi sostenitori: “Mi batterò contro un sistema che, tentando di cancellarmi, cerca in realtà di distruggervi.” e ha aggiunto: “Una casta dirigente arrogante e inefficace si è costituita nel nostro paese con la maschera dei valori repubblicani. I suoi privilegi devono essere aboliti”. Fillon è parlamentare da trentasei anni; è stato primo ministro dal 2007 al 2012; come se avesse sparato su sé stesso. 
Un nostro dirigente politico di primo piano, in occasione del referendum sulla riforma costituzionale, per sostenere la bontà della riduzione del numero di 10 senatori, sosteneva che la riforma avrebbe “tagliato le poltrone”. Egli non si rendeva conto del messaggio disastroso che immetteva nel dibattito pubblico riducendo a privilegio abusivo la rappresentanza politica generale che é propria dei moderni Parlamenti democratici. Denunciare il sistema, presentarsi avvolti in un’aureola virginale, dichiararsi estranei alle brutture della politica, criticarle aspramente all’insegna del puritanesimo politico, anche se di quel sistema si fa parte da decenni, è diventata una componente della retorica politica 
Una retorica estranea alle classi dirigenti cui apparteneva il ministro Fabbri. Esse avevano fiducia nella organizzazione politica, sapevano che i partiti erano la struttura portante della nostra democrazia, combattevano per dare forza alla politica e acquisivano consenso grazie a questa fiducia e a questa consapevolezza che sapevano comunicare soprattutto con i comportamenti perché sapevano che la politica non è un profluvio di parole, ma una somma di comportamenti 
Per dirigere occorre essere in grado di staccarsi dai destinatari dell’attività di direzione. I partiti tradizionali hanno svolto il compito straordinario di avvicinare le masse allo Stato. Milioni di cittadini che avevano sempre visto nello Stato l’antagonista storico, il nemico che riduceva diritti e salari, sono stati persuasi a un rapporto costruttivo con i poteri pubblici. Alcuni studiosi hanno parlato di incorporazione delle masse nello Stato. Oggi sta accadendo il contrario; sono i partiti che tendono a incorporarsi nelle masse, inseguendo i sondaggi che riflettono i molteplici spiriti animali dell’opinione pubblica in un determinato istante e che possono ben mutare in un istante successivo. Questi partiti non si preoccupano di svolgere un’azione pedagogica, di guida verso la maturazione politica dei cittadini. Tendono invece a inseguire ciò che pensa la maggioranza dei cittadini, la quale svolge inconsapevolmente una funzione di direzione dei partiti. 
Un capovolgimento di fronte che dovrebbe essere oggetto di un’analisi più approfondita di quanto possa io fare in questa sede. 
Per tutte queste ragioni occorre riprendere il filo della costruzione delle classi dirigenti. L’impegno per costruire una classe dirigente presuppone una idea della politica fondata non sul capo seduttivo, ma sulla forza di una comunità di legami che esprime un complesso di personalità capaci, per disponibilità intellettuale, conoscenza dei problemi, capacità di ascolto e di decisione, di assumere compiti di direzione politica. 
La difficoltà maggiore è costituita dalla necessità di fronteggiare la forza attuale del neoliberismo e delle varie forme di individualismo che ne discendono. 
Il neoliberismo, come tutte le grandi trasformazioni, ha indotto una rivoluzione culturale nella quale l’io si sostituisce al noi. Hanno preso piede fenomeni di individualismo sociale, economico e giuridico fondati sul singolo come titolare di soli diritti, privo di doveri. Questo singolo non è interessato alle appartenenze collettive, alle comunità, ai legami, al costruire insieme. E’ interessato a sé stesso e al proprio fascio di diritti. Nei suoi obbiettivi non c’è l’emancipazione di tutti gli uomini, ma la propria emancipazione. Nella sua geografia politica c’è il leader solo e carismatico, non la classe politica capace di dirigere e di assumersi le proprie responsabilità. 
Tuttavia il passaggio dal leader solitario e narcisista alla costruzione di gruppi politici capaci di dirigere è essenziale per rianimare la democrazia. 
Il presupposto é che i partiti che si sono statalizzati (oggi quasi tutti i dirigenti politici anche di piccolo livello hanno una collocazione nel sistema politico istituzionale, dai Municipi al Parlamento) attivino un proprio processo di destatalizzzazione e tornino ad essere un’articolazione della società e non più del sistema pubblico, rinvigorendo la presenza sul territorio, in un dialogo vero e non fittizio con i cittadini. 
Ma anche i cittadini devono attivarsi, attraverso dibattiti, associazioni, movimenti. I regimi autoritari si fondano sul solo potere politico e diffidano dell’impegno dei cittadini. In democrazia invece di questo impegno c’è particolare bisogno proprio perché la democrazia si regge su una continua interazione tra società e politica. D’altra parte nella nostra Costituzione (art. 49) i partiti sono un strumenti dei cittadini, non delle istituzioni politiche. 
L’obbiettivo è la ricostruzione di comunità, attraverso legami che hanno come fondamento la comprensione dei problemi, la capacità di ascolto, il rispetto, l’etica della persuasione, obbiettivi di eguaglianza e di civilizzazione. 
Il logoramento dei legami politici ha portato alla scomposizione dei legami comunitari in relazioni di tipo tribale. Le comunità consapevoli, colte e accoglienti sono state spesso sostituite da tribù, circoli ristretti incolti, ansiosi ed escludenti. 
In un territorio ricco di comunità si arricchiscono i valori umani. In un territorio popolato da tribù ognuna delle parti in conflitto rinuncia ostinatamente al tentativo di persuadere l’altro con gli argomenti della ragione. Il componente di una tribù diversa è perciò stesso affetto da un vizio insanabile. Una volta che la divisione tra gli uni e gli altri è stata rappresentata in questi termini, lo scopo di qualsiasi incontro tra antagonisti non é più riconciliarsi, ma dimostrare che la riconciliazione è impossibile. 
Per superare questa fase occorre ricostruire legami tra persone che credono negli stessi valori, che hanno stessa idea di nazione, e che si interrogano allo stesso modo sulla funzione del proprio partito. I legami si ricostruiscono attraverso il rispetto, l’ascolto, il confronto e la discussione.  
L’intera nazione, per vivere in democrazia, ha bisogno della ricostruzione di comunità politiche responsabili e consapevoli del ruolo che sono tenute a svolgere nella storia del paese di cui fanno parte. 
Queste comunità politiche tengono unita la nazione, superano le solitudini, propongono un’alternativa civile al rapporto malato tra leader narcisista e popolo senza rappresentanza. 
Una democrazia ben ordinata ha bisogno tanto di diritti quanto di doveri. 
Nella quotidianità diritti e doveri sembrano appartenere a mondi contrapposti. 
Esiste invece tra loro una stretta interdipendenza. 
Non solo per l’ovvia considerazione per la quale ad ogni diritto di una persona corrisponde il dovere di un’altra, ma anche perché l’adempimento dei doveri dà forma a una comunità rispettosa dell’altro nella quale i diritti possono essere serenamente esercitati. 
Senza una generalizzata consapevolezza dei doveri all’interno di una comunità, la lotta per i diritti si trasforma in una chiassosa rissa tra ceti, corporazioni, categorie professionali e non fa crescere la civiltà di un Paese. 
La presenza attiva dei doveri accanto ai diritti impedisce che una democrazia diventi regime di privilegi e di corporazioni tradendo cosi le sue promesse. Senza una cultura e una pratica dei doveri, i cittadini diventano monadi isolate, perdono l’idea di appartenere a una comunità; ciascuno agisce nel proprio esclusivo interesse avvalendosi dei propri diritti soggettivi come arma puntata contro l’altro. 
I privati cittadini, esercitando i propri diritti limitano i poteri pubblici e salvaguardano l’ autonomia individuale; adempiendo ai propri doveri rinsaldano la coesione sociale. Chi è incaricato di funzioni pubbliche, esercitando i propri poteri alla luce dei propri doveri rende credibile la politica e la pubblica amministrazione. Gli uni e gli altri, così operando, contribuiscono in modo determinante alla tenuta della democrazia. Un sistema politico privo di diritti non è una democrazia.  
Ma una democrazia senza doveri resta in balia degli egoismi e dei conflitti. 
Le democrazie nascono per la proclamazione dei diritti, ma si consolidano attraverso la pratica dei doveri. 
La classe dirigente non si misura dalla quota di potere esercitato ma dalla capacità di indicare obbiettivi e costruire legami. Per questa ragione ai componenti della classe dirigente sono richiesti comportamenti idonei che suscitino fiducia ed integrino l’autorevolezza che é necessaria per svolgere funzioni di orientamento ispirate all’etica della persuasione. 
La politica è anche una somma di comportamenti. 
Come far nascere una nuova classe politica? 
Innanzitutto occorre parlarne e porre in rilevo la necessità di superare il modello narcisistico del leader solitario e autoritario. 
Occorre quella che una volta si chiamava battaglia politica, diretta a costruire un modello di partito politico che sia strumento ed articolazione della società e quindi che abbia ai suoi vertici gruppi rappresentativi delle diverse istanze sociali che ad ogni singolo partito fanno riferimento. Un partito che costruisca legami, non un partito che provochi fratture. 
Il vecchio modello di partito ha probabilmente esaurito la sua funzione storica di emancipazione delle masse. Ma il nuovo modello non può rinunciare a questa funzione sia pure calata nella realtà dei nostri giorni. Quale é il tipo di emancipazione oggi necessaria? Non si tratta più di insegnare a leggere e a scrivere; si tratta di insegnare a capire che cosa si muove nella società e come il singolo partito intende dirigere i processi in corso, costruire legami e comunità politiche. Occorrono processi di moderna civilizzazione. 
Oggi circola una massa enorme di informazioni all’interno delle quali siamo indotti a scegliere non quella vera ma quella attraente. Compito di classi politiche dirigenti dovrebbe essere fornire attraverso la discussione gli elementi necessari per conoscere il vero stato delle cose. 
Giungono molte richieste di formazione politica da gruppi di giovani che si dichiarano non interessati alle dinamiche interne dei partiti, ma desiderosi di conoscere i fondamentali della funzione politica. Quando si approfondiscono le ragioni della apparente contraddizione si scopre che l’interesse è rivolto alla costruzione di un proprio patrimonio di conoscenze considerato necessario per l’esercizio di una cittadinanza responsabile.  
Le generazioni più recenti sono vittima di una rottura con le generazioni che le hanno precedute e questo ha prodotto in loro una sorta di necessità di un nuovo inizio. La continuità tra le generazioni ha permesso alle generazioni precedenti di trasmettere a quelle successive i propri saperi e il significato delle proprie esperienze. Quando questo rapporto ha cominciato a logorarsi, all’incirca negli anni Settanta, le generazioni più giovani hanno progressivamente perso il contatto con il passato; in queste generazioni è stata conseguentemente sostituita, sotto la guida di non eccellenti maestri, la conoscenza con l’ideologia e hanno confuso la libertà con l’assenza di responsabilità. 
Oggi, acquisita la consapevolezza di una cittadinanza che deve essere fatta anche di conoscenza e di responsabilità, una parte significativa delle generazioni che hanno tra venti e trentacinque anni chiedono di conoscere meglio e di più la storia del proprio Paese. Siamo passati dai ragazzi che ritenevano la mafia responsabile della morte di Aldo Moro ai giovani che chiedono di sapere quale sia stato il ruolo di Moro nella storia della Repubblica. 
Il primo servizio da svolgere nei confronti delle generazioni più giovani dovrebbe riguardare non la scuola di partito, ma la formazione alla cittadinanza responsabile, a qualcosa che viene prima della politica e che costituisce il presupposto di qualsiasi attività politica. 
Una piattaforma che metta in risalto le attività essenziali per qualsiasi impegno che riguardi la comunità nella quale si vive, da quella locale a quella nazionale. Soprattutto la costruzione di legami, in una società caratterizzata da solitudini di massa, può dare fiducia e speranza. Ma i legami non potranno essere duraturi se alla base non c’è studio, ascolto e rispetto. 
Le generazioni più vecchie dovrebbero tener presente il mito di Enea, stupendamente raffigurato nel marmo di Bernini, alla galleria Borghese. 
L’eroe ha sulle spalle i padre che porta con se i Lari, dà la mano al figlio che porta con sé il fuoco e si muove per costruire nuove città, visto che la sua è stata distrutta. La mia generazione dovrebbe avere l’intelligenza di non fermarsi a contemplare il passato, ma con la saggezza del passato contribuire alla formazione dei giovani che devono costruire il futuro. 
Nel maggio 1971, parlando ad una manifestazione sulla Resistenza, Francesco Fabbri affrontò il tema del rapporto tra passato e presente. 
Siamo qui a dire ai giovani e ai meno giovani che il passato non si deve esaurire in una commemorazione fra i superstiti, ma deve diventare ricchezza per tutti, per noi e per quanti verranno dopo di noi, che la Costituzione democratica e repubblicana ha per fondamento le sofferenze e le aspirazioni della Resistenza, che non vogliamo che la nostra esperienza sia più ripetuta, non solo per noi ma per nessuno, che il bene della libertà è tale che una volta perduto non si riacquista che a prezzo di grandi sofferenze e sacrifici.” 
Abbiamo il dovere di tenere fermo questo suo insegnamento e considerare la giornata di oggi non una commemorazione ma una trasmissione di valori che rigenera la democrazia. 
Alla luce delle sue parole grande é la nostra responsabilità perché le democrazie non muoiono per omicidio, muoiono per suicidio, qualche volta irresponsabilmente assistito da chi dimentica le proprie radici e i propri doveri . 

Perché il PD ha perso

22 marzo 2018. Perché il PD ha perso le elezioni. 
In questi tristi tempi di voluta e cercata sospensione dalle tiritere televisive sulle ipotesi di governo, sui richiami al senso di responsabilità del PD, soprattutto da parte dei giornalisti che per 5 anni lo hanno massacrato, mentre è sparito ogni riferimento all’invasione dei migranti e al problema della sicurezza dei cittadini, anche perché a continuare gli omicidi, in questi giorni, sono soprattutto degli italiani, ho riflettuto sui motivi per i quali un partito che in 5 anni di governo ha portato il paese quasi fuori dalla crisi:
con quasi tutti i dati economici in segno positivo
con risultati incoraggianti per quanta riguarda l’occupazione
con una politica culturale efficace ed innovativa
con riforme relative ai diritti civili attese da anni
con iniziative importanti a sostegno dei consumi e delle persone meno abbienti
con importanti correzioni alla legge Fornero
con finanziamenti alle imprese innovative
con recuperi consistenti dell’evasione fiscale
con la notevole, anche se tardiva, diminuzione degli sbarchi di immigrati
con la limitazione di alcuni, anche se non di tutti i finanziamenti e privilegi dei politici e della politica
con gli interventi a bloccare la deriva delle banche venete e dei crediti cooperativi vari ecc.
ha perso in maniera così pesante le elezioni.
E’ vero che:
chi governa, soprattutto in periodi di crisi, paga pegno, quasi dappertutto, per le riforme fatte
la sinistra è in crisi in tutta Europa, incapace di dare risposte alle conseguenze negative della globalizzazione
ma ci sono stati anche motivi specifici e del tutto italiani, come i seguenti:
la riforma della scuola, in buona parte positiva, secondo me, ma gestita male
Il fenomeno immigrazione, lasciato incancrenire e ingigantire a dismisura dai media “sciacalli”
Il tema dell’autonomia regionale, ripreso da Maroni e Zaia, e non da noi (a parte l’Emilia Romagna), una volta che la Lega aveva abbandonato l’idea del Federalismo
l’impressione di non voler andare fino in fondo (vedi proposta Giachetti) sulla questione privilegi
l’avere investito tardi e poco su misure di contrasto alla povertà e alla disoccupazione, contrastando meglio la volatile proposta del reddito di cittadinanza
l’eccessivo abbandono dell’attività politica tra la gente, nei quartieri e nelle fabbriche, con l’assorbimento delle energie nell’amministrazione, nella burocrazia di partito
gli errori di Renzi e della sua squadra, l’arroganza, la presunzione, reali ma anche molto ingigantiti dalle dinamiche interne, che hanno indebolito il PD di fronte all’attacco sistematico e massiccio delle opposizioni e dei media, come successo anche ai tempi di Prodi e Berlusconi, sport ormai endemico nella vita politica italiana, tanto da farmi ritenere che la casta dei giornalisti non sia migliore di quella dei politici. Assieme a quella della magistratura: giudici, PM e avvocati compresi
l’esagerazione e la incapacità di saldare il partito degli iscritti con quello liquido, degli elettori, un’idea moderna e brillante, ma forse estranea alla nostra mentalità ed alla nostra storia
Io credo però che un ruolo non secondario abbia giocato anche e soprattutto un’altra questione, quella delle continue divisioni interne e della scissione, malattia atavica e ricorrente nella sinistra.
Per anni Renzi è stato accusato di fare il padroncino, di voler costruire un PD personale, questo dentro l’unico partito veramente democratico rimasto in campo e dove tutti, espressione di minoranze interne anche marginali, hanno potuto continuamente distinguersi, criticare, pretendere modifiche alle proposte della maggioranza, ottenerle, ma poi votare ugualmente contro, al referendum o in parlamento.
Renzi è stato accusato di snaturare il PD, malgrado il sostegno bulgaro dimostrato ripetutamente dalle primarie. Snaturarlo da chi? Dal popolo democratico che lo ha sempre sostenuto alla grande? Imparassero da Corbin e da Sanders i nostri dissidenti e la smettano di imputare a Renzi, o solo a lui, il non aver mantenuto il contatto con la gente proprio loro che non hanno rispettato il contatto ed i consensi degli iscritti ed elettori al loro partito e al loro segretario.
Ora, se si riflette un po’, tutti gli altri partiti, tranne i “cugini” di LEU, sono partiti monolitici in cui non c’è nessuno che dissente, che critica, che vota contro e, se succede, magari viene espulso.
I vari capi, Berlusconi, ma pensate!, ancora di più Meloni, Salvini e Di Maio sono leader indiscussi, veri padroni del partito (Di Maio su delega di Grillo e Casaleggio) e nessuno degli emeriti giornalisti che tanto hanno criticato Renzi per il suo giglio magico e per il suo dispotismo si straccia le vesti. Che paradosso! Gli eredi del PCI, partito a suo tempo monolitico, sono diventati peggio della tanto combattuta Democrazia Cristiana (divisa in tante correnti, ma almeno sempre pronta a serrare i ranghi nei momenti difficili) e ad ereditare il vecchio centralismo democratico sono oggi gli avversari politici.
La gente ha voglia di chiarezza, di capi che possano decidere, di gruppi identitari dove non ci siano continuamente faide e lotte fratricide e noi l’abbiamo stancata oltre ogni limite.
Secondo me, molti di sinistra hanno detto basta e la prova provata sta anche nel ridicolo risultato di LEU e dei sinistri, che pensavano che bastasse la solita tiritera del lavoro, della povertà, delle periferie e degli investimenti statali per ridimensionare Renzi e il suo PD, a loro vantaggio.
Troppe discussioni, spaccature, divergenze, personalismi, correnti e torrentelli, minano da sempre il consenso e di troppa libertà rischia di morire la democrazia ed anche la libertà stessa, prova ne sia il pericoloso, almeno per me, imperversare nei social, ma anche in alcuni giornali, di accuse gratuite, insulti e falsità che nessuno denuncia, che nessuno pensa di bloccare e che si prestano perfino a falsificare il libero e sano gioco democratico.
La libertà ha bisogno del filtro dell’intelligenza, dei confini del lecito e del rispetto di quella altrui.
Diamoci una mossa e discussioni si, confronti anche, ma poi serve rispetto delle minoranze interne, ma soprattutto rispetto della maggioranza. E chi non ci sta vada pure con i 5 stelle o con Salvini, a dissentire e ad esercitare il suo concetto di democrazia e di libertà.
Post scriptum
Che il PD abbia perso non c’è dubbio, ma c’è qualcosa che non mi quadrava io non sono bravo in matematica.
Se guardiamo ai singoli partiti, come sostiene giustamente Di Maio, visto che la legge era per 2/3 proporzionale, i 5 stelle hanno vinto perché sono il primo partito. Però il secondo partito non è la Lega, che sicuramente ha fatto un grande balzo in avanti, è il PD, ridimensionato fin che si vuole, ma è il PD.
Se guardiamo alle coalizioni, ha vinto la destra, ma ha vinto solo per 1/3, la parte uninominale.
E’ un bel rebus quello che dovrà risolvere Mattarella.
Ogni tanto si sta bene anche in panchina e lasciare che la partita la giochino gli altri.

Ultime dal Comune

A) Orari Municipio 2017 e 2018 a confronto.
L’orario del Municipio è cambiato a gennaio. Al mattino tutti gli uffici ricevono un quarto d’ora in più. In compenso tutti gli uffici, tranne il settore sociale (!?) aprono al pomeriggio dalle 16.00 alle 18.00.
L’anagrafe poi non è più aperta la sabato. L’anno scorso era aperta dalle 9.00 alle 11.30.
L’orario della biblioteca resta invariato. La polizia locale, come l’anno scorso, riceve solo su appuntamento (!?)
Tirando le somme, abbiamo verificato questo risultato:
Uff. Tecnico                                45’ in più al mattino       + 2 ore al pomeriggio
Att. produttive e commercio         75’ in più                      + 2 ore al pomeriggio
Sociale                                       45’ in più                      + 0 ore al pomeriggio
Anagrafe                                    75’ in più                      + 2 ore al pomeriggio  – 2,5 ore al sabato
Amministrativo contabile              75’ in più                      + 2 ore al pomeriggio
Domande
Come mai questo aumento di orario, tra l’altro disomogeneo (l’aumento) tra settori?
Come mai il sociale non ha ore al pomeriggio e neppure al sabato?
Come mai il vigile riceve solo su appuntamento? Neanche fosse il sindaco o un assessore?
Come mai è stata eliminata l’apertura dell’Ufficio anagrafe il sabato?
Magari una spiegazione, sicuramente esauriente, ai cittadini caeranesi non sarebbe male darla!
B) Mobilità interna ed esterna
E’ stato approvato recentemente il Regolamento per la disciplina della mobilita’ esterna ed interna del personale
L’art. 3, relativamente alla mobilità esterna, commi 3,4,5,6 recita:
3. La responsabilità della procedura di mobilità è attribuita ad una Commissione, da nominarsi con apposito atto del Responsabile di Settore preposto al Servizio gestione delle Risorse umane, composta da:
– il Segretario comunale, con funzioni di Presidente;
– nr. 2 responsabili di settore dell’Ente di categoria pari o superiore a quella messa a bando con possibilità di attingere all’esterno qualora i profili non risultino riscontrabili nell’Ente nel qual caso sarà corrisposta una indennità, per ogni Commissario esterno, di   euro 100,00 per ogni sessione della Commissione;
– segretario verbalizzante un dipendente di categoria non inferiore alla C in servizio presso l’Ente.
4. La Commissione ha il compito di esaminare le domande, provvedendo alle esclusioni di coloro che non sono in possesso dei requisiti di partecipazione alla procedura previsti dai bandi, di procedere all’esame dei curricula vitae e professionali e all’espletamento dei colloqui conoscitivi, attribuendo i punteggi relativi, nonché a stilare la graduatoria conclusiva.
5. La Commissione opera una valutazione dei titoli (titoli di studio e cultura, titoli di servizio e titoli vari) con le modalità previste dall’art. 4 del presente regolamento. Il punteggio massimo conseguibile nella valutazione dei titoli è di 10 punti.
6. La Commissione esaminatrice procederà alla valutazione dei candidati attraverso un successivo colloquio con coloro che saranno giudicati in possesso dei requisiti richiesti e sarà stato valutato il curriculum vitae e
professionale. Il colloquio, teso a verificare le specifiche conoscenze e competenze possedute rispetto al posto da ricoprire, verterà su tematiche attinenti le attività da svolgere anche mediante la richiesta di risposta a specifici quesiti, specifiche domande) e sull’approfondimento del curriculum presentato. Per la valutazione del colloquio la Commissione ha a disposizione un punteggio massimo di 15 punti.
Bene, non si capisce perché nella Commissione non debba figurare il responsabile dell’ufficio di destinazione del soggetto da assumere ma, genericamente, 2 responsabili di settore. Così a valutare il prossimo dipendente dell’ufficio tecnico, al posto di Lievore Giampaolo, saranno il vicesegretario e la responsabile dei servizi sociali e non il funzionario responsabile dell’ufficio tecnico stesso. Misteri della… burocrazia!
C) Stazione Appaltante
Il governo PD ha avviato una riforma delle Stazioni Appaltanti (prima ogni comune faceva gli appalti per conto suo) per ridurle drasticamente, per cui due anni fa il Comune di Caerano ha aderito a due (!) Stazioni Appaltanti: una del Montebellunese, quando ancora faceva parte della Federazione dei 7 Comuni ed una della Provincia di Treviso (melius abundare quam deficere!).
Quest’anno scopro che nel recente Consiglio comunale il nostro Comune ha stipulato una convenzione con la Stazione Unica Appaltante dell’Unione Montana Feltrina. Si vede che “con l’appalto di montagna il gusto ci guadagna!”. Cosa ci azzecca Caerano con Feltre nessuno lo sa.
Non ha funzionato la Stazione Appaltante del Montebellunese, dopo l’abbandono da parte di Caerano della Federazione dei 7 comuni? Probabilmente è fallita pure la Federazione, sicuramente per colpa anche di Caerano. Non funziona neanche la Stazione Appaltante della Provincia di Treviso? Ma allora siamo proprio presi male, nei nostri comuni, se dobbiamo ricorrere ai bellunesi! Possibile che se quella di Feltre funziona bene, noi del Montebellunese o del Trevigiano non riusciamo a fare altrettanto?
E intanto continua a Caerano l’inspiegabile idiosincrazia (o incapacità) a fare qualsiasi cosa insieme a Montebelluna, come se tutta la nostra storia, i servizi di varia natura (ospedale, scuole superiori ecc.) non ci portassero a gravitare in quella direzione. Dovremo aspettare una futura ed ormai probabile amministrazione leghista, in sintonia con Montebelluna, per superare questa impostazione anacronistica? Se siamo ridotti a questo, siamo presi ancora peggio!

La sinistra inutile

dal Blog di Enrico Sola
LA SINISTRA INUTILE
Questo è il consueto post elettorale sulla sconfitta della sinistra. Sono un po’ stufo di scriverlo, ma la sinistra continua a perdere.
Se c’è una buona notizia in questa giornata terribile è che forse è l’ultimo che scriverò, non perché da qui in poi vinceremo tutte le elezioni, ma perché forse smetteremo di esistere per un po’.
Come sempre si tratta di un post chilometrico nemmeno troppo amareggiato ma estremamente lucido nel dichiarare qualcosa che è peggio di una sconfitta.
L’ho scritto un po’ di getto e con uno stato d’animo un po’ ballerino. Abbiate pazienza. Anche perché ne serve molta.
Ha vinto la destra. Anzi, di più: l’Italia è la destra
La ragioneria a volte è una pratica crudele. A conti fatti, tutto ciò che è assimilabile alla sinistra, anche stando larghi e includendo proprio tutto tutto tutto, anche partiti imbarazzanti e incompatibili tra loro, vale il 25%-30% dei voti espressi.
E li vale in un’elezione in cui l’affluenza non è stata bassa (anzi, è in lieve crescita rispetto al referendum e comparabile con le elezioni del 2013 in cui si votava in due giorni).
I numeri parlano chiaro: più del 70% degli italiani ha votato per un partito o movimento o apertamente di destra o assimilabile a essa per programmi, metodo politico e totale disinteresse per valori come la solidarietà e la tolleranza.
Non solo, il 50% circa ha votato per partiti apertamente filo-Putin e, probabilmente, da lui finanziati.
Di fronte a risultati simili non è nemmeno concepibile parlare di sconfitta. Sta succedendo qualcosa di diverso.
Questo non è un semplice risultato elettorale: è un evento storico che segna un totale shift di paradigma in Italia e l’ insediamento di un blocco di potere totalmente nuovo.
Non siamo soli: è qualcosa che sta succedendo, in modo più sfumato (qui in Italia ci teniamo ad avere il primato delle brutture), in tutto l’Occidente, dove crollano le sinistre e si impongono le destre xenofobe e sovraniste e i populismi.
Non so bene cosa sia questa “cosa” che avanza e che per me è il male assoluto o quasi. Non so nemmeno bene cosa voglia in dettaglio e a quali esigenze politiche e umane risponda. So che è la nemesi dei miei valori, del mio modo di concepire la vita, dei miei comportamenti.
Il problema è che questa “cosa” non ha vinto a sorpresa e per il rotto della cuffia come Trump negli Stati Uniti e non è stata fermata da sani anticorpi democratici come in Francia. Qui ha stravinto con una marcia trionfale attesa e prevista da tutti, percentuale più o percentuale meno.
Insomma, qui si è affermata chiaramente una volontà popolare indiscutibile e netta: il popolo italiano, nella sua stragrande maggioranza, vuole più destra. E la vuole populista, rabbiosa, xenofoba, antiscientifica, bigotta e vogliosa di menare le mani.
La resistenza è inutile. L’unità, pure.
Se i numeri in gioco fossero altri, sprecherei un paragrafo a tentare di smontare le ragioni di quel voto scriteriato. Ma le destre populiste hanno preso il 70%: ci dobbiamo rassegnare all’idea che noi di sinistra siamo, dati alla mano, una minoranza esigua e divisa in modo irreparabile. E anche se ci unissimo non otterremmo nulla di più. Siamo meno della metà degli “altri”. Capiamolo.
Di fronte a cose così non c’è niente di utile da fare. Mi fanno sorridere gli amici che, a caldo, delirano di “resistenza”, “torniamo in montagna” e altre menate retoriche da sinistra in fase di elaborazione del lutto. Signori, se ci mettiamo a fare la resistenza, la facciamo contro la stragrande maggioranza degli italiani. Qui non c’è nessuno da liberare da un potere sgradito e impostore. Finiremmo come i “liberatori” antiborbonici, presi a roncolate a Sapri dai contadini stessi che volevano liberare.
Probabilmente passeremo buona parte del nostro tempo a cercare di dare la colpa a qualcuno, cioè, a seconda dei gusti, Renzi, Fratoianni, Bersani, D’Alema, Civati, Grasso e perfino qualche dirigente di Potere al Popolo, che è andato malissimo (contando che Rifondazione da sola, che è inglobata in quel partito, prendeva l’1,5%-2% a livello nazionale in ogni elezione).
Cambiamo pure tutti i leader delle tante versioni incompatibili della sinistra, mandiamone pure qualcuno in pensione, spediamone un paio su Marte, sono d’accordo. Dopo un risultato simile è sano e doveroso e chi non si dimette va contestato duramente.
Facciamolo. Non servirà a niente, ma è una questione di igiene politica.
Lo stand delle salamelle al festival vegano
Credo che il problema alla base di questa enorme sconfitta politica della sinistra non sia una questione di offerta politica. Anzi, in queste elezioni non mancavano le opzioni. Si passava dal centrosinistra moscio e in certi casi venato di destra del PD fino ai filo-venezuelani di Potere al Popolo, attraverso una gamma piuttosto ampia di posizioni intermedie, ciascuna con la propria lista, i propri leader, i propri programmi. Ce n’era per tutti i gusti, davvero.
Eppure né i renziani, né gli anti-renziani in diverse gradazioni, né i rivoluzionari, né i comunisti duri e puri hanno ottenuto voti dignitosi. Sono andati tutti male. Tutti.
Quindi evitiamo polemiche su Renzi vs D’Alema e altre polemiche illusorie da abitanti della bolla di “quelli di sinistra”.
Forse il problema non è l’offerta politica della sinistra. Il problema – ed è una brutta notizia – è la domanda.
In Italia nel 2018, insomma, è drammaticamente in minoranza chi ritiene di avere bisogno della sinistra e di ciò che promette: giustizia sociale, solidarietà, equità, tolleranza, laicità, diritti.
Attenzione: non ci sono partiti non di sinistra che promettono meglio della sinistra di fare propri questi valori e realizzarli. È proprio successo che quei valori sono passati di moda in Italia, sono diventati non necessari e visti anche come un ostacolo alle magnifiche sorti (regressive) del paese.
Nessuno ci ha portato via i voti promettendo meglio le nostre cose. Semplicemente la gente ha sposato valori diversi, si è proprio spostata eticamente e sentimentalmente verso altri lidi. Sembra quasi che in Italia sia venuta meno la necessità storica di certi valori.
Questa cosa qui ha un nome: crisi di senso. La sinistra, piaccia o no, non ha più senso per il paese, per il momento storico che attraversa, per la psicologia e la narrazione collettiva dominante, che tende alla distruzione e all’accusa più che alla soluzione.
Non si ferma il vento con le mani, anche se tira a destra
Per quanto mi riguarda di fronte a un risultato così non c’è nessuna analisi intelligente da fare. E l’autocritica diventa un esercizio di stile, che lascia il tempo che trova.
Non c’era niente, né una riforma, né un’azione unitaria, né un programma che avrebbe potuto fermare questo evento epocale (che ha cause “lunghe” e lontane e su cui credo si interrogheranno gli storici, visto che i politologi nel prossimo futuro si divertiranno di più a ridacchiare dei leader sconfitti).
Potrei fare un elenco sterminato di errori che non avrei fatto, di cose che avrei gestito meglio, di alleanze che avrei evitato, di gente che non avrei candidato, ecc. Ognuno ha il suo borsello di sbagli della sinistra, del PD, di Renzi, dei dirigenti locali, ecc. Volendo ce li scambiamo tipo figurine.
Eppure, anche sommandoli tutti, non saltano fuori ragioni sufficienti per giustificare una sconfitta di questo genere.
Non solo, i conti politici non tornano. Faccio due esempi. In un contesto in cui la sinistra è stata accusata di non lavorare a sufficienza per la giustizia sociale e i diritti dei cittadini, hanno trionfato partiti che esibiscono fieri la loro cultura dell’ingiustizia (vedi la flat tax, la promessa di negare i diritti civili appena conquistati). E in uno scenario in cui la sinistra è stata accusata di non avere una politica sufficientemente umana nei confronti degli immigrati e di essere blanda sullo ius soli hanno stravinto i partiti più crudeli e indifferenti nei confronti dell’immigrazione di ogni tipo. Insomma, dovessimo dare retta ai flussi elettorali (che a questo punto non hanno più senso, perché si sono create nuove appartenenze, nuove identità politiche, ecc.), la sinistra perde voti a sinistra che finiscono a politiche apertamente di destra.
Non finisce qui. Nemmeno le divisioni a sinistra sono una spiegazione sufficiente. Non c’era nessuna azione unitaria che sarebbe diventata vincente, visti i miseri risultati delle singole liste della sinistra tutta. Anzi, forse si sarebbe ridotta l’offerta di “biodiversità” della sinistra.
Non vale nemmeno la scusa più ingenua di tutte, cioè pensare che gli elettori di centrosinistra e di sinistra non siano andati a votare e che, sotto sotto, fatto fuori Renzi salterebbero fuori milioni di persone “più di sinistra” pronte a riportare la sinistra ai consueti trionfi.
Guardate i dati elettorali e fatevene una ragione: quegli elettori non sono stati a casa, l’affluenza lo dimostra. Semplicemente sono andati a votare e hanno scelto una delle tante destre populiste disponibili. Sicuri sicuri che sia gente che è andata via dal PD perché era troppo poco di sinistra? Pensateci.
Winter has come
Consoliamoci: questa è una cosa più grande di noi. Anche facendo tutto giusto (e non lo abbiamo fatto) non sarebbe andata tanto diversamente.
E ri-consoliamoci: di fronte a risultati di questo genere e alla portata lunga che sembrano avere è inutile qualsiasi tentativo di lotta e di salvataggio del paese. Possiamo riposarci, fare altro, difenderci (e dovremo difenderci, fidatevi) e aspettare, aspettare, aspettare.
Dopo un bel po’ di anni (l’ultimo shift di paradigma di questo tipo, tra l’altro più lieve e meno sguaiato, è avvenuto nel 1994 e ci ha regalato vent’anni di Berlusconi e di diseducazione etica) forse potremo tornare a costruire qualcosa, se ci saremo ancora.
Ma adesso no, non c’è letteralmente niente da fare. Quel 70% di popolo italiano è determinato e vuole andare fino in fondo. Non ha votato così in massa per avere un sistema di potere nuovo en passant. Vuole che i nuovi vincitori si mettano al lavoro, che provino davvero a mettere in campo le soluzioni a cui loro hanno creduto e non si arrenderà ai primi fallimenti. Insomma, questo paese ora è innamorato dei suoi nuovi capi e per un bel po’ darà loro fedeltà assoluta e carta bianca su ogni intervento.
Gli italiani dovranno sbattere la faccia più volte contro le conseguenze delle loro scelte (e questo richiede tempo) per iniziare a dubitare del proprio voto.
Noi, nel mentre, litigheremo un po’ e proseguiremo le nostre faide tra sinceri democratici con il cuore più leggero: ora sappiamo che l’unità a sinistra non serve a niente, se non c’è il consenso e se non c’è un paese che ritiene di avere bisogno della sinistra. Quindi litighiamo pure, abbiamo anni per risolvere tutto (con le mani, quando volete).
Poi ci passerà la voglia, faremo altro, faremo qualche blando e illusorio tentativo di recupero e forse otterremo qualche vittoria di Pirro, ma ora si è imposto quello che a breve diventerà un Sistema (sì, con la maiuscola) che è talmente nei cuori degli italiani da essere difficilmente rimovibile.
Bisognerà avere il tempo e la pazienza per aspettare che questa “cosa” populista e orribile si abolisca da sola. Non la aboliamo noi di sicuro.
Di sicuro, parlo per me, non farò nessun tentativo per contribuire a migliorare questo paese. No, non sto facendo l’offeso. È che l’Italia in larghissima maggioranza non vuole quello che voglio io, minoranza marginale. E non ci sono punti di contatto o convergenza. È proprio un altro mondo incompatibile.
Non posso vivere da cittadino partecipe e leale in un paese che sta per diventare una versione alla vaccinara dell’Ungheria di Orban o della Polonia.
L’Italia non si cura da una malattia che gli italiani credono essere un superpotere.
Mettiamoci al sicuro, difendiamoci, difendiamo i nostri cari e le cose che abbiamo a cuore. Prepariamoci a vedere cose orribili, ingiustizie sui più deboli, violenza di Stato e una riduzione enorme dei diritti. E più povertà, più confini, meno libertà.
Pensiamo ad altro, almeno per un po’, e pazientiamo. In Italia è arrivato l’inverno. Sarà lungo.

Risultati elettorali

Riflessioni a caldo. Si fa per dire!
Non ci resta che piangere!
Con una sola consolazione. L’Italia è entrata nella Guida Michelin con ben 5 stelle, per merito di uno chef giovane ma… promettente, e soprattutto senza Grilli per la testa!
Parafrasando il titolo del film di Troisi e Benigni del 1984 occorre riconoscere una sconfitta storica dell’intera sinistra italiana, peraltro prevista, malgrado alcune riforme importanti (diritti civili) e diversi risultati positivi (dati economici) dei 3 governi PD.
E’ abbastanza scontato che chi governa, soprattutto nei momenti di crisi, perda consensi, ma qui si tratta di un tracollo. Hanno pesato sicuramente:
  • la gestione dei migranti (tardivo il modello Minniti) e il problema sicurezza, che hanno favorito la Lega, soprattutto al Nord
  • la questione dei privilegi della classe politica, che ha favorito i 5 stelle su tutto il territorio nazionale
  • il problema della disoccupazione (soprattutto giovanile), con il miraggio “assistenzialista” di risolverlo attraverso il reddito di cittadinanza, che ha favorito i 5 stelle, soprattutto al Sud
Se a tutto questo aggiungiamo il malessere della scuola e del pubblico impiego in generale, restii da sempre a qualsiasi riforma, il quadro è completo.
Ma veniamo alla sinistra.
Leu chi?
Ora, al netto delle responsabilità di Renzi, che sono tante, ricordo che Bersani aveva affermato che loro, i fuoriusciti, si erano dati il compito, “meritorio e responsabile”, di andare a recuperare i voti di coloro che a sinistra, delusi da Renzi, si erano rifugiati nel “bosco” ad aspettare che il nuovo “Soccorso Rosso” andasse a scovarli.
Peccato che, quando Bersani e soci sono arrivati nel “bosco”, questi fantomatici “sinistri”, paragonabili agli ex soldati dell’esercito imperiale nipponico, rifugiatisi nelle foreste delle montagne di Mindanao e rimasti a combattere contro invisibili nemici, a guerra finita!, se ne fossero andati via con i 5 stelle, come già i tanti operai passati a votare Lega ai tempi di D’Alema e dello stesso Bersani.
Bene, adesso siamo passati dagli opposti estremismi agli opposti populismi. Magari è un passo avanti! Il popolo ha scelto ed è giusto che adesso a governare ci pensino i vincitori: 5 stelle e Lega Nord (pardon Lega Nazionale!) con al traino Berlusconi e Meloni.
Per il PD opposizione senza se e senza ma. Non facciamoci tentare dalle solite manfrine, dai soliti richiami al senso di responsabilità. Abbiamo già dato ai tempi di Bersani e del governo Monti ed anche 5 anni fa ai tempi del governo Letta.
Credo infine che le dimissioni di Renzi siano dovute, non certo per darla vinta ai “fossili” di Leu, ma per il bene del PD. Due nomi come futuro segretario: Cuperlo o Franceschini.
Hasta la victoria siempre, la prossima, non si sa quando!

Addio “funerali”

Corteo funebre.png
La casa dove ho trascorso la mia infanzia e la mia giovinezza si trovava lungo la via che porta al cimitero, come anche la casa dove abito oggi, ed io, ormai ultrasettantenne, ho perso il conto dei moltissimi cortei funebri che ho visto transitare.
Quando ero piccolo e suonava la campana “da morto”, la nonna correva a socchiudere gli scuri delle finestre, in segno di rispetto, e tutti sbirciavano al passaggio del prete, del feretro, dei parenti e degli amici e conoscenti del defunto.
Il prete era preceduto dai chierichetti, con le loro cotte bianche, merlettate, sopra la veste nera, solitamente un po’ svagati, con la testa altrove, tranne quello che teneva la croce, attento a non farla cadere.
Io ero impressionato soprattutto dagli uomini che portavano sulle spalle la cassa, come si usava una volta, e che dovevano percorrere quasi un chilometro dalla chiesa al cimitero.
Dietro di loro osservavo il dolore dei congiunti, le loro lacrime, i veli neri delle donne a coprire i volti afflitti, la fettuccina nera che ornava tristemente i risvolti delle giacche degli uomini, scure, buone sia per i giorni di festa che per quelli di lutto familiare.
Guardavo passare i bambini o i ragazzi, meno compunti dei genitori, forse inconsapevoli del significato della morte, forse impazienti di tornare ai loro giochi, ai loro incontri scolastici o parrocchiali.
Poi la gente che seguiva, in parte concentrata a seguire le preghiere del parrocco o del cappellano, soprattutto le donne, in parte intenta a chiacchierare, soprattutto gli uomini, del morto o di qualcos’altro.
Era un rito a suo modo suggestivo, con le ghirlande fiorite di parenti ed amici, anch’esse portate a braccia dagli uomini, e nei tempi più antichi con il feretro trasportato sul carro funebre, tutto rigorosamente nero, con drappi dello stesso colore, salvo qualche frangia dorata, trainato da cavalli neri, come le bardature ed i fiocchi da parata.
Oggi capita, purtroppo, che i funerali, che una volta si identificavano, forse sbagliando, più con il corteo dalla chiesa al camposanto che con la cerimonia in chiesa o in cimitero, tanto che si diceva “passa el funeral”, siano destinati a sparire, a Caerano ed altrove, come tante altre memorie della nostra storia e delle nostre tradizioni.
La parrocchia di Caerano ha deciso infatti di abolire i cortei funebri, giustificando la cosa con i seguenti motivi:
  • le strade sono più frequentate di una volta
  • la gente ha fretta e non si ferma, anzi sorpassa…
  • non c’è la possibilità che il corteo venga accompagnato da ufficiali di pubblica sicurezza
  • si chiacchiera troppo e non sussiste un clima di preghiera durante il tragitto
  • ci sono possibili rischi di veicoli contro cortei, come avvenuto in alcune città europee…
  • le misure burocratiche restrittive sia ministeriali che comunali
  • il minor valore dell’accompagnamento e della preghiera in cimitero rispetto alla cerimonia in chiesa
Io rispetto tutte le decisioni e motivazioni, sicuramente ponderate, ma credo:
  • che non la si debba dare vinta ai maleducati che hanno fretta e che non rispettano i valori e le tradizioni civili e religiose
  • che le chiacchiere ed il mancato clima di preghiera sia abbastanza diffuso anche in altre cerimonie religiose e che vada combattutto con più serietà e coerenza tra “il dire e il fare” di molti cattolici
  • che ormai, in Italia, si stia esagerando con la burocrazia, le tutele, le limitazioni, le paure delle conseguenze, gli allarmi ecc. (es: i ragazzi che non possono andare e tornare a casa da scuola da soli, certe produzioni alimentari artigianali sempre più contrastate e penalizzate ecc.
  • che a Caerano questa decisione sia anche frutto dello stato della polizia locale, ridotta ad un solo vigile, e dalla incapacità o volontà politica dei nostri amministratori di risolvere il problema attraverso la Federazione dei 7 comuni del Montebellunese, da cui il nostro Comune è uscito inspiegabilmente, o almeno attraverso una convenzione con qualche Comune limitrofo.
Mi chiedo infine se il problema non fosse risolvibile in altro modo, magari attraverso la protezione civile, che pure interviene in altre simili occasioni: giornata del 1° novembre, manifestazioni a Villa Benzi, o come si fa o si dovrà fare per altri cortei civili, a meno che non si intenda abolire anche quelli.

Poltrone e sofà, dilettanti della qualità (e dell’onestà)

Domenica ho sentito Dimaionese (impazzito come la maionese) annunciare il primo nome della futura squadra di governo. Essendo un annuncio rivoluzionario e quasi evangelico (nessuno l’ha mai fatto prima… e te credo, visto che non ha alcun fondamento costituzionale ed istituzionale, rappresenta uno sgarbo al Presidente della Repubblica ed una pura e semplice truffa elettorale, con buona pace della tanto decantata onestà), Di Maio non poteva che farlo dalla Annunziata.
Infatti, come l’annuncio dell’angelo Gabriele alla vergine Maria consisteva “sostanzialmente” nell’annuncio di una gravidanza che poi, concretamente, non avvenne, l’annuncio di Dimaionese alla Annunziata prefigura un governo che sicuramente non vedrà mai la luce.
Con una non banale differenza, che almeno Gesù la luce la vide, anche se in altro modo.
Ammettiamo anche che i 5 stelle risultino il primo partito e che Mattarella, che non è “mattarello”, affidi loro un incarico esplorativo, come pensano di far firmare un accordo su una serie di riforme a qualche altra forza politica, destinata a fare solo da gregaria e portaborracce? Ma anche nelle corse ciclistiche i gregari ricevono in cambio qualcosa!
Come fanno ad illudersi che altri partiti, accusati da loro di essere “poltronisti” a tutti i costi, accettino di appoggiare alcune loro proposte di riforma, senza poter discutere le poltrone… o meglio le persone che le portano avanti? Tanto più che finora le persone di qualità coinvolte da loro, soprattutto a Roma, sono tutte scappate velocemente, da ultimo il nostro conterraneo Colomban!
Non è che sono anche loro dei poltronisti, “onesti e di qualità” (!?), ma sempre poltronisti.

Habemus Papam!

Da ieri abbiamo un nuovo Papa che sventola Vangelo e Rosario in piazza: Matteo Salvini.
I tempi cambiano e quello che mai nessun democristiano aveva osato fare: esibire in pubblico i simboli religiosi, in chiave elettorale, ora lo fa l’erede di Bossi.
Salvini Papa subito! Non importa se mentre agita Rosario e Vangelo davanti al “nuovo” e festante popolo “cattolico” inneggia all’uso delle armi, all’esclusione e all’odio, ponendosi sullo stesso piano dell’integralismo islamico che vuole combattere.
Avremo finalmente un Papa vero, medioevale, un Papa degno delle “purghe” contro gli albigesi, i càtari, gli infedeli, gli eretici di ogni sorta, un Papa condottiero, erede dei tempi in cui il Papato schierava eserciti ed organizzava crociate.
E guerra sia! Benedetta da Rosario e Vangelo. E che ritornino i bei tempi andati!
Infatti, nella millenaria storia della Chiesa c’è stato un tempo in cui il Papato era potentissimo, si disputava con l’Impero il potere del mondo ed il Pontefice incoronava re ed imperatori, come segno e testimonianza della loro ”investitura divina”, conveniente sia al potere monarchico assoluto che a quello ecclesiastico.
Il Papato organizzava crociate, sia per liberare il Santo Sepolcro dagli infedeli sia contro personaggi come Ezzelino da Romano, alleato di Federico II, lo “stupor mundi”, uno dei più grandi imperatori, uomo di lettere e costruttore di castelli straordinari, tra cui il bellissimo Castel del Monte.
Nessuno, praticamente, osava mettere in discussione il suo “potere”, anche se spesso veniva usato molto male.
Successivamente il Papato, almeno fino alla Rivoluzione Francese, ha potuto contare su straordinari protettori: i cattolicissimi re di Spagna o di Francia e l’imperatore asburgico.
Dopo la breccia di Porta Pia, benchè spogliato quasi completamente del suo potere temporale, le cose non cambiarono di molto e, sfumato gradualmente il carattere anticlericale e laico del nuovo Stato Italiano, il Papa continuò ad esercitare una notevole influenza politica, almeno in Italia, rinforzata dai Patti Lateranensi col Fascismo e alimentata dalla ancora sincera e convinta fede religiosa dei credenti cattolici.
Dopo la seconda guerra mondiale, il connubio tra Democrazia Cristiana e Vaticano ha aumentato ulteriormente il potere papale, anche a causa del pericolo comunista.
Ora che non c’è più la DC e neanche il Comunismo (malgrado gli ultimi, ma numerosi imbecilli continuino a credere che esista ancora!), ora che la fede religiosa è stata minata profondamente dal benessere diventato consumismo e poi egoismo, dalla disputa politica diventata odio, dalla tradizionale vocazione all’accoglienza ed alla misericordia diventata esclusione e razzismo, il potere del Papa sta calando continuamente e sostanzialmente, malgrado le folle che ancora lo accolgono, sia in Italia che in giro per il mondo.
Questo si nota e sta avvenendo soprattutto negli ultimi tempi, con Papa Bergoglio, che vive in un modesto alloggio, si veste da prete ed esce durante la notte per visitare e confortare i senzatetto di Roma, italiani o stranieri che siano, regolari o clandestini, aiutando le squadre di aiuto della Santa Sede nella distribuzione di cibo, abbigliamento e fondi di sostegno. 
Ma Papa Francesco, con la sua coerenza ed umanità, mette in crisi, come dovrebbe essere, molti cattolici “benpensanti”, abituati a lavare facilmente i loro peccati con il rito della confessione ed a conciliare in chiesa, ogni domenica, i loro dis-valori e comportamenti concretamente dis-vangelici con i messaggi, le sofferenze e la croce del Cristo?
A me pare proprio di no.
Una volta il Papa era “allineato” ed in sintonia, salvo rare e brevi eccezioni, con i poteri dominanti e con le masse cattoliche, sia sui dogmi che sul sociale e civile, e non si notavano grandi divergenze. La sintonia era vicendevole e l’infallibilità del Pontefice e la sua autorevolezza non venivano mai, o quasi mai, messe in discussione.
Oggi non è più così e le “nuove” masse, benchè formalmente cattoliche, aizzate da sempre nuovi demagoghi ed illusionisti, professionisti della “paura” e del tornaconto individuale, se ne stanno andando altrove, almeno per quanto riguarda la misericordia nei confronti degli ultimi e dei reietti dal mondo.
E questo Papa, molto “controcorrente”, ben pochi lo ascoltano in concreto, se non sui soliti temi dell’aborto, del fine vita e dei matrimoni gay.
Così oggi, per molti cattolici, è più importante seguire i “messaggi” di Salvini e della Meloni, strizzare l’occhio a Casa Pound o ai fascisti della cattolicissima Polonia che al Papa.
In tempi che io ricordo, di fronte a papi “tradizionali” e molto allineati con una Curia paludata e conservatrice, c’era un fervore nelle parrocchie, una vitalità anche politica che guardava al Vangelo vero, lo viveva e lo testimoniava. Oggi quel fervore è completamente assente, domina il silenzio, soprattutto in Veneto ed in altre langhe del profondo Nord. Forse per paura di disturbare i dominatori di turno, i quali sono molto abili e pronti a difendere ipocritamente le “apparenze” della fede: il presepio, il crocifisso nelle aule, sconfessando quasi sempre questi simboli con le loro quotidiane pratiche politiche.
E’ vero, ci sono la Caritas ed altre associazioni parrocchiali che si danno da fare, molto bene e complimenti, ma non c’è un movimento attivo che si esponga “politicamente” e sostenga i valori e le idee di un Papa come Bergoglio.
Almeno io non lo vedo o non lo percepisco.
In molti fedeli, più di facciata che di sostanza, prevale l’ipocrisia eretta a sistema: si va in chiesa, ma si semina odio e razzismo, si fa il presepio, si fa beneficienza, ma si ignora ogni senso civico e dello Stato, si difende il crocifisso nelle aule, simbolo della non violenza, ma si predica la difesa armata sul modello del Far West americano…
Tanto vale allora cambiare Papa!
Un nuovo conclave, un nuovo Papa e mandiamo Bergoglio a raggiungere Ratzinger. Pensioniamo anche lui e innalziamo al soglio pontificio Matteo Salvini, il nuovo “salvatore” della Chiesa e della Patria, sventolando Vangelo e Costituzione!
E così sia!