Viaggio nel Sulcis (Sardegna) – 11/18 maggio 2019

tadina: una cooperativa costituita dai proprietari di tutte le case in abbandono e da altri soggetti pubblici e privati, che procede al restauro delle abitazioni per poi darle in concessione a persone che vogliano stabilirsi o soggiornare a Fluminimaggiore, con agevolazioni di affitto e fiscali. 

Siccome il paese si trova a 20 minuti dallo splendido mare della zona, il progetto sembra destinato a funzionare.

Il giorno dopo, malgrado il tempo problematico, con vento e pioggia, siamo partiti per visitare l’area archeologica di Antas, un sito interessante che comprende i resti di un antico villaggio e di una necropoli nuragica, quelli di un santuario punico ed infine le residue colonne del tempio romano, inserito in un contesto suggestivo, tra verdi selvatici e pecore al pascolo. 

Per il pranzo siamo saliti faticosamente, lungo una strada impervia e tra boschi di splendidi sughereti, fino alle sorgenti di Pubusinu dove abbiamo pranzato, fino alle 4 del pomeriggio, in un agriturismo eremitale, gestito con i genitori da un giovane appassionato della tradizione culinaria sarda e di prodotti genuini, che abbiamo introitato in abbondanza, incerti tra il giusto desiderio di non tralasciare gusti e sapori in buona parte inediti e la preoccupazione per la cena serale che ci attendeva, dopo poche ore, altrettanto sostanziosa e promettente.

Nelle ore restanti del pomeriggio abbiamo visitato il sito minerario di Su Zrufuru, in faticosa fase di restauro, dove comunque resiste all’ingratitudine del tempo un generatore di corrente idroelettrico, connesso alla fonte di Pubusinus, il primo in Sardegna, risalente al 1985. Questa importante miniera, scoperta nel 1889, era stata data in concessione prima ad una società inglese la Victoria Mining Limited Company e poi alla Pertusola Mining Ldt, che la portarono all’avanguardia tra le miniere dell’epoca, dotandola anche di laveria con impianto di flottazione, rete ferroviaria e teleferica. 

Ebbe vita alterna fino alla sua definitiva chiusura nel 1993.

Terminata la visita, tanto per restare in tema di vita sotterranea, ci siamo calati nelle grotte di Su Mannau. Un festival di trine e merletti carsici, con sfumature di verde, di rosso e di bianco, filtrate da magiche acque penetranti la generosa roccia, stalattiti e stalagmiti dalle forme sempre originali, che solo una millenaria natura riesce a creare.

Il secondo giorno siamo partiti per Buggerru, una cittadina sul mare, con scarse tracce del fiorente periodo minerario, dove abbiamo visitato la Galleria Henry, entrando questa volta nel ventre della terra, nelle gallerie scavate con tanta fatica dai minatori sardi ed italiani, percorse in parte con il vecchio trenino ed in parte a piedi, sfociando ogni tanto alla luce di un’alta scogliera di picchi e di rocce colorate, sferzate da un mare burrascoso, ad osservare i voli radenti dei gabbiani maschi e le pacifiche cove delle femmine, in mezzo ai fiori primaverili arrocati sulle scoscese pareti costiere.

Dopo un lauto pranzo a Portixeddu, da zi’ Maria, ci siamo goduti il mare di questa parte della Sardegna, prima a Cala Domestica, un antico centro d’imbarco dei minerali estratti dalle miniere locali, e poi a Capo Pecora, esposti, soprattutto quest’ultimo sito, alla violenza del maestrale, con flutti ricorrenti e spumeggianti, che l’opposizione di rocce solide e scure scagliavano in alto, a perdersi nel vorticoso vento occidentale.

Conclusione della giornata nella splendida casa del nostro amico Carlo, situata in una altura impervia prospiciente il lontano mare, circondata da una natura ancora incontaminata e solitaria, dove abbiamo festeggiato l’ospite con un brindisi solidale, ovviamente a sue spese.

Il quarto giorno abbiamo visitato l’area archeo-industriale delle miniere di Ingurtosu, partendo dalla chiesa di Santa Barbara, dai resti del villaggio operaio, nel quale la lungimirante società mineraria, la Pertusola, aveva costruito luoghi di svago e ritrovo, scuole e presidio medico, attenuando con slancio illuminato il duro lavoro e lo sfruttamento delle maestranze: uomini, donne e a volte anche bambini. Ammirato il palazzo Bornemann, sede della direzione, con bifore neogotiche e dopo una sosta al Pozzo Gal, dove sono conservati le gabbie, le torri ed i meccanismi giganteschi di discesa e risalita nei pozzi minerari, ed alcune foto ai resti della imponente Laveria Brassey, del 1900, intitolata al presidente della società, dove lavoravano circa 100 persone, soprattutto donne, che trattavano quasi 500 tonnellate al giorno di minerali di piombo e zinco, siamo scesi al mare, al deserto sabbioso di Piscinas, suggestiva e vecchia stazione di imbarco dei minerali, in un territorio di dune costiere tra i più belli d’Italia, dove la tortuosa e resistente macchia mediterranea sfida le vorticose sabbie sollevate dal maestrale. 

Qui abbiamo pranzato in un ristorante di grande fascino, ricavato nella vecchia stazione ferroviaria dalla quale venivano imbarcati sulle bilancelle, un tipo particolare di imbarcazioni, i minerali diretti a Carloforte e poi in Nord Italia o in Francia.

Dopo pranzo, ci siamo rilassati al primo fresco sole di un insolito maggio. 

Il quinto giorno abbiamo salutato Fluminimaggiore e ci siamo diretti a Carbonia, dove ci aspettava una visita alle gallerie della Miniera di Monte Sinni, da cui si estraeva un tempo il carbone, che ha dato il nome alla città. Finora avevamo visitato solo miniere da cui venivano estratti soprattutto zinco e piombo e quindi questa ultima immersione nel mondo minerario della Sardegna meridionale ci permetteva di completare il viaggio e la conoscenza di un passato, non troppo lontano, di lavoro e di vita duri e spesso disumani, dove lo sfruttamento delle persone si mescolava sorprendentemente, come abbiamo visto, ad innovazioni tecnologiche d’avanguardia che la ricerca sempre maggiore del profitto e la concorrenza spingevano a sperimentare ed a realizzare, in un contesto quasi immobile, nel tempo, di miserie e sofferenze umane.

Ma tutto ha una fine. Quando le società minerarie, francesi, belghe, inglesi e tedesche, hanno cominciato a capire che, a causa dei primi e sacrosanti scioperi dei minatori e di nuove frontiere internazionali di approviggionamento e lavorazione dei minerali, il businnes delle miniere sarde stava tramontando, si affrettarono a cedere le loro concessioni, il destino di questo mondo era segnato e lo stesso intervento della Regione Sardegna, che aveva puntato su un salvifico processo di regionalizzazione, non ha prodotto risultati e le miniere nel giro di pochi anni sono state tutte chiuse.

Oggi appare tutto come un grande cimitero della memoria, in superficie ruderi di villaggi e di case di tecnici e direttori, laverie e stazioni marittime, nel ventre della terra infinite gallerie perse nel tempo e solo in minima parte accessibili ad un turismo di nicchia, che ci è parso più europeo che italiano, percorsi sotterranei attraverso cui quella terra gloriosa di fatiche e di morti, di sudori e di sofferenze respira ancora il suo alito di vita.

A mezzogiorno abbiamo pranzato a Carignano del Sulcis, nella Cantina Santadi, una delle più prestigiose di Sardegna, dove ci hanno servito un porceddu squisito, salumi e formaggi locali, accompagnati da ottimi vini, come il Terre brune, il Rocca rubra ed altri. Alla sera, forse per la prima volta, una cena frugale, da hotel, in chiara controtendenza rispetto alle nostre abitudini slowfoodiane e alle precedenti abbuffate di grande spessore culinario.

I due ultimi giorni li abbiamo trascorsi a Cagliari, dove siamo giunti dopo una sosta nel magico insediamento archeologico di Nola. Cagliari è stata una sorpresa, con i suoi stagni abitati da agili ed eleganti fenicotteri rosa, con la sua aria di porto marino, con i suoi palazzi ottocenteschi schierati sul mare, con le sue accoglienti vie e piazze del centro storico, con il suo castello abbarbicato tra i gabbiani in volo, con il suo prezioso museo, dove vale assolutamente la pena di vedere i giganti nuragici ed i bronzetti, che testimoniano ancora una volta l’arte creativa dell’uomo, in ogni epoca storica.

In città abbiamo mangiato in tre locali suggestivi. 

Il primo è stato l’ex Convento di San Giuseppe dove la cena, non eccezionale, è stata compensata dal contesto architettonico straordinario e dall’accompagnamento musicale delle launeddas, strumento antichissimo e identitario dell’isola. Il secondo è stato il Pintaderas, dove abbiamo assaporato forse il migliore porceddu del viaggio ed ottimi formaggi. Il terzo infine è stato l’osteria Su Tzilleri e su Doge, ai bastioni, dove siamo arrivati gastronomicamente esausti e dove le ottime ed abbondanti portate sono diventate un mix serale di tentazioni all’assaggio di tutto, di mugugni di gusto, di sospiri di soddisfazione, di grugniti di sazietà, conditi dalla speranza che una lunga e fresca camminata verso l’albergo ci assicurasse una giusta ed auspicata digestione.

L’ultima mattinata è scivolata via lentamente, in pieno relax per le suggestive strade del capoluogo sardo. 

Sulcis

Terra di rocce scure

antiche eredi

di sussulti epocali

scavata un tempo 

da tetre miniere 

antri infernali

di soffocanti polveri

e stenti disumani

in un mondo martoriato

da avidi attori 

di progresso e miserie

di vita e di morte 

Mare ventoso 

sparso di squarci turchesi 

incontro a sabbie brune

spinte su macchie mediterranee

a invadere dunosi declivi

Salvifiche torri

erte su speroni protesi

sopra acque perenni

ove albergano bianchi gabbiani

a covare il loro futuro.

Pecore brade

a brucare aromi erbosi 

su resti di nuragiche pietre

e orme di popoli invasori

di lontane genti marinare

ansiose di spazi ignoti

e di altre culture

Gente temprata

da storiche sofferenze

di migrazioni pastorali

e di fatiche agresti

orgogliosa di separatezza

e di storia vera

vissuta e narrata

con umile ardore

che avverti profonda e radicata 

nelle sacre sue tradizioni

Alimenti dai cento sapori

di esperienza e passione 

che profumano ancora

di campagna e di ovili

e di atavici sudori

cibi autoctoni e generosi 

nei loro tanti odori

di vita trascorsa e presente

offerti in deschi domestici

restii a inospitali rifiuti

Terra agra

dove il sogno inquieto

di un dovuto riscatto

insegue simboli crociati 

nostalgie di vinte battaglie 

su mori invasori

scelti a glorioso vessillo

per un nuovo domani. 

Saõ Tomè, l’isola che… c’è. 21/31 gennaio 2019

Quando l’amico Gino, il nostro mentore e fondatore del gruppo Silver Slow Food, mi propose un viaggio a São Tomè, rimasi sorpreso e sconcertato.  Malgrado i miei lunghi ed antichi studi umanistici non sapevo esattamente dove fosse questo luogo, anche se il nome mi fece subito pensare a qualcosa di brasiliano o comunque di portoghese, ed allora andai in rete, oggi si usa così, e trovai che la nostra metà sarebbe stata un’isola del golfo di Guinea, una ex colonia del Portogallo, resasi indipendente nel 1975 ed ora repubblica presidenziale, costituita da un piccolo arcipelago, comprendente anche l’isola di Principe ed altre minori. Mi chiesi subito il perchè di questa idea, cosa avesse di particolare questa isola, ma siccome i viaggi di questo nostro gruppo di anziani “esploratori”, numerosi in passato, erano stati tutti interessanti, essendo nostra vocazione ed abitudine quella di visitare, nelle nostre mete, le comunità del cibo locali, i piccoli villaggi, gli agricoltori, i laboratori dove si salvaguardano produzioni a rischio di estinzione, decisi insieme a mia moglie di aderire a questa nuova avventura, malgrado i costi piuttosto alti.  Speravo, come sempre, di poter conoscere la biodiversità di quei territori, quelle popolazioni autentiche, vere, di entrare in contatto con i loro problemi, la loro reale vita quotidiana, ancora immune dai diffusi artifici del turismo ormai planetario, con la loro originalità e purezza di cuore, il sorriso loro e soprattutto quello dei loro bambini, che a noi europei, pieni di tutto ma spesso insoddisfatti, sembra stridere con le condizioni essenziali o addirittura di povertà di questi luoghi altri, diversi. In genere siamo abituati a misurarli con il nostro metro di giudizio occidentale, influenzato dal confronto con le nostre case, con il nostro benessere, le nostre ricchezze, i nostri costumi, i nostri servizi, le nostre tecnologie ecc. e magari ci sbagliamo di grosso. Trattandosi poi di Africa, di un piccolo paese quasi pre-turistico, immaginavo di vivere almeno una parvenza di quelle emozioni che sicuramente hanno provato i tanti esploratori veri che hanno incontrato questi mondi lontani e “misteriosi” nei secoli scorsi. Il gruppo di aderenti, alla fine, non fu molto numeroso ed invece della solita ventina ci ritrovammo in tredici coraggiosi, a sperimentare un viaggio un po’ insolito ed anche stimolante.  Era prevista anche una sosta e visita a Lisbona e pensai che, male che andasse, la città lusitana avrebbe comunque riscattato e ammortizzato viaggio e costi relativi.  Il primo problema da affrontare fu quello del rischio di febbre gialla e di malaria, ma alla fine io e mia moglie non facemmo alcuna vaccinazione o profilassi antimalarica, per l’età avanzata e per un fiducioso affidarsi alla divina provvvidenza. In compenso mia moglie si forni di una serie collaudata di disinfettanti specifici, da spruzzare nelle camere e sulla nostra pelle scoperta, e addirittura di un prodotto da irrorare su tutti gli indumenti, prima della partenza. Partimmo così come ad una guerra contro le zanzare, pronti a respirare per 10 giorni dei fetidi miasmi miracolosi. Il gruppo era poco numeroso, ma ci conoscevamo quasi tutti e l’ affiatamento era abbastanza assicurato, pur con tutti i limiti costituiti dai diversi caratteri e dalle diverse abitudini di vita. Partiti da Venezia a sera inoltrata, abbiamo pernottato a Lisbona e il giorno dopo siamo partiti per São Tomè con scalo tecnico ad Accra. L’impatto con l’isola è stato caldo e nuvoloso, con un alto indice di umidità che ci ha accompagnato per tutto il viaggio. La cittadina di São Tomè, capitale dell’omonima isola, mi è sembrata subito un residuo coloniale abbastanza malandato, con edifici in parte diroccati o comunque di scarsa rilevanza architettonica, eccetto qualche costruzione di epoca portoghese ed il palazzo presidenziale. Alcune costruzioni conservano ancora le tracce colorate di rosa, di azzurro o di giallo, risalenti alla dominazione portoghese, iniziata nel 1640 con il loro sbarco ad Anambo e terminata nel 1975, dopo cinque secoli, con l’agognata e lottata indipendenza dal Portogallo. L’isola all’epoca dello sbarco portoghese era completamente disabitata ed anche la gran parte delle coltivazioni di frutta e di spezie furono introdotte dai nuovi colonizzatori. Qualche chiesa testimonia la netta prevalenza della religione cattolica e tra queste risulta interessante la cattedrale, dove si trovano alcune decorazioni in ceramica di pregevolissima fattura. Solo qualche recente complesso turistico ed il lungomare molto bello, in cui stona tuttavia lo stato tristissimo di una vecchia e lunga balaustra, ridotta a pezzi ed orfana da troppo tempo di cura e manutenzione, riscatta almeno in parte il declino decennale di questa capitale dell’arcipelago. Interessanti anche la vecchia fortezza di São Sebastião, con il faro che domina il porto e che ospita un pregevole museo etnologico e storico, e la zona costiera e periferica abitata da pescatori coraggiosi, che sfidano l’oceano con le loro semplici barche, ricavate da enormi tronchi di legno.  Oltre che pescatori, gli abitanti dell’isola, i santomensi, sono anche agricoltori e sono in parte eredi degli antichi schiavi che, prelevati dall’Africa, venivano raccolti nell’isola prima di essere trasferiti in America, e in parte immigrati dalle ex colonie portoghesi di Angola e Mozambico e da Capoverde. Pochi sono i portoghesi rimasti, che controllano tuttavia molta parte dell’economia locale, insieme a qualche altro europeo, tra cui spicca Claudio Corallo, con la sua famosissima cioccolateria, che perpetua la tradizione dell’isola, che è stata, soprattutto in passato, una grande produttrice mondiale di cacao ed anche di caffè. Non mancano volontari, anche italiani, che lavorano per delle ONG nella formazione e nella lavorazione di prodotti locali, in particolare farine e frutta.  Un terzo circa di São Tomè è un grande parco naturale, privo di strade carreggiabili e che non abbiamo visitato, paradiso per il trekking e per vacanze avventurose ed itineranti. Tutta l’isola è comunque una grande ed unica foresta, che copre il 90% del territorio, di una richezza straordinaria, che ospita piantagioni ed alberi di ogni tipo, che sfidano altissimi il cielo, alcuni di dimensioni enormi, come i baobab che abbiamo visto giganteggiare nell’unica e marginale zona a savana situata ad ovest della capitale. A São Tomè non mancano le montagne, la più alta delle quali supera i 2000 metri, ed anche dei grandi monoliti di basalto che spiccano solitari nel verde panorama di palme di ogni tipo e di alberi secolari. L’isola è di origine vulcanica, per cui l’oceano che la circonda lambisce una costa rocciosa e sassosa, nerastra, soprattutto sul lato occidentale, mentre dall’altra parte, verso l’Africa, non mancano le spiagge sabbiose, di un colore bruno arancione, che costruisce variopinte sfumature colorate e contrasti forti con il nero delle rocce, gli azzurri molteplici del mare ed il bianco fluente e schiumoso delle onde, che frangono a riva. Piacevolissima l’acqua dell’oceano, tiepida al punto giusto, ma con una forza notevole, che ti scaraventa verso la spiaggia con le sue onde impetuose e poi ti trascina indietro, risucchiato dalla forza della sua risacca. La ricchezza di fiori coloratissimi, che abbiamo ammirato nell’ orto botanico di Bon Sucesso, e le piante di cacao e caffè, di vaniglia e di banane, di mango e di manioca, di frutto della passione e di jack fruit, di papaia e di albero del pane, di pepe e di avocado sono diffusissime ovunque, circondano le case dei villaggi, quasi tutte di legno e costruite su palafitte, per tenere lontani gli animali e l’umidità, e rappresentano anche una fonte di alimentazione spontanea e facilmente disponibile.  A proposito di cibo, nelle tavole dei centri turistici, ma credo anche in quelle degli abitanti locali, dominano la frutta e il pesce, cucinato in genere alla griglia ed anche molto buono, come abbiamo potuto constatare e sperimentare nel laboratorio di cucina dello chef João Carlos Silva, famoso ben oltre i confini dell’isola, nella sua Roça S.João, dove siamo stati ospiti in una vecchia abitazione padronale portoghese, al centro di una tenuta agricola importante ed ancora attiva. Abbiamo preparato insieme al suo staff di cucina, studenti in formazione nella sua scuola alberghiera, e poi consumato in allegria e fratellanza un pranzo di classe, divertendoci anche con le nostre bandane rosse, di berlusconiana memoria, che accentuavano i tratti invecchiati dei nostri visi, le orecchi ingrandite e i nasi prominenti.  Appassionato d’arte il cuoco ha allestito anche un interessante museo di arte moderna, pieno di opere originali, che rendono la sua roça un angolo di relax ed anche di notevole spessore culturale. Tornando a parlare della gente dell’isola, ciò che ha colpito maggiormente tutti noi sono stati i bambini, che abbiamo incontrato dappertutto: nei cortili, nelle aule, in gita scolastica, lungo le strade, affacciati alle porte o ai balconi delle case, e poi le donne, moltissime in attesa, dedite ai bucati lungo i torrenti, al trasporto di panni e secchi d’acqua sulla testa, ad accudire i figli, ad essicare e preparare il pesce, a lavorare la frutta ecc. Gli uomini, invece, sono dediti soprattutto alla pesca e spesso, armati di macete, li abbiamo incontrati lungo le strade o li abbiamo visti sbucare dalla fitta foresta con la legna o la frutta raccolta. Molti, come spesso accade in questi paesi del terzo mondo, scarsi di occasioni lavorative, li abbiamo visti seduti, in ozio almeno apparente, lungo le strade o nelle piazze dei villaggi, a far trascorrere le ore, in luoghi dove la dimensione del tempo è diversa da quella a cui siamo abituati noi europei. Probabilmente una volta, anche se in un clima di sfruttamento e dipendenza, era diverso e sembrano testimoniarlo, con un interessante profilo storico, architettonico ed economico, le numerose roça, vecchie aziende coloniali, dove si raccoglieva e lavorava il cacao ed il caffè. Erano insediamenti operativi e sociali, dove oltre alle costruzioni aziendali c’erano le case dei lavoranti, scuole, ospedali, spazi ricreativi ecc. che impegnavano le giornate dei santomensi. Oggi sono invecchiate ed in parte abbandonate oppure ospitano qualche cooperativa e delle comunità che sopravvivono in condizioni simili allo stato stesso di quei vecchi edifici coloniali. Voglio terminare questa mia fatica letteraria con due accenni, ai posti più belli e suggestivi:

  • Praia Inhame, il resort immerso nel verde, con dei bungalow confortevoli, di legno, in perfetto stile saotomense, alle spalle di una splendida spiaggia, forse la più affascinante della costa orientale, dove capita anche di vedere le tartarughe. E’ stato un giorno di relax, di distensione totale, tra le palme protese verso l’oceano, le orme dei granchi sulla sabbia dorata, un sole di vivida luce, che rendevasempre più evidenti ed esaltava i turchesi del mare, i verdi variegati delle piante, i neri intensi delle rocce basaltiche. Un ultimo paradiso, che veniva proprio alla conclusione della nostra permanenza nell’isola.
  • Mucumbli, il luogo fatato dove abbiamo trascorso i primi due giorni, un eden verde ulteriormente valorizzato dalla squisita presenza di Tiziano, di sua moglie e della figlia adottiva, che ci hanno trattato benissimo, facendoci assaggiare il Calulu ed il Molho no Fogo, due piatti tipici locali, e per la suggestione delle terrazze del ristorante e dei bungalow, affacciate sul sottostante oceano, da cui, negli squarci tra gli alti alberi della rigogliosa foresta, si intravvedevano sfilare lente e fiduciose le semplici barche dei pescatori isolani, quasi smarrite nella immensa e liquida superficie grigiastra. Qui, assaporando solitario un insolito tramonto, mi sono sentito ispirato ed ho composto questi pochi versi, che Tiziano ha inserito nel suo libro degli ospiti.

Mucumbli (São Tomé)
Sordo impatto
di ritmiche, schiumose onde
su neri sassi
di vulcanico basalto
accompagna un rapido tramonto
di quiete equatoriale.
Ascolto solitario
dal terrazzo proteso
sulla selvaggia riva
sopra i molteplici verdi
di una panica foresta
i miei silenzi
e il canto stridulo del selele 
che trasporta i miei pensieri
nel lontano orizzonte
dove il cinereo cielo
si perde nel grigiore esteso
del vasto oceano.
Lievi barche di pescatori
su acque profonde
remano un atteso rientro
con magro bottino
alla essenziale dimora
ed al parco desco
nella umida sera.
Non voglio andare
seguire il correre di altre vite
voglio un soffice oblio
in cui affogare
i ricordi di un amore perduto
smarrirmi in un pianeta di luce
dove non volino parole vuote 
e gli uomini non siano involucri
di misere ipocrisie. 
Vorrei assopirmi 
in questo angolo di pace
di fogliami rigogliosi e perenni
tra fiori di velluto colorato
e frutti dai nuovi sapori
dove il tempo si è fermato
incerto tra  il nostro futuro
e il restauro di un mondo altro.
 

Sguardi dal ponte: un libro su Caerano

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PRESENTAZIONE DELL’AUTORE

Il libro racconta la Caerano della seconda metà del 1900 e degli inizi del 2000, vista dal Ponte di San Marco, attraverso il filtro della mia vita.

L’idea del libro è nata circa 10 anni fa quando, visitando il sito web di Gianni Desti, con le sue foto di Caerano, sono stato colto da un frugolo michelangiolesco e mi sono detto:”Belle queste foto, ma perché non parlano?”.

La stesura del libro è stata lunga, con dubbi e ripensamenti continui sulla opportunità o meno di pubblicarlo. Ogni tanto lo riprendevo in mano ed aggiungevo nuove pagine, nuovi racconti, poi lo lasciavo nuovamente in letargo, e così via fino a novembre del 1917 quando ho deciso di pubblicarlo, su sollecitazione di Laura Tessaro, che ringrazio, insieme a Danilo Zanetti, editore, a Adriano Spader, della Editronic di Cornuda, che l’ha impaginato con pazienza e professionalità ed a Luigino Poloni, che mi ha dato il primo input per scriverlo.

Il libro è dedicato a mia figlia Laila e ai giovani caeranesi con la speranza che possano costruire un paese migliore di quello che le generazioni come la mia hanno loro lasciato. 

E’ dedicato poi a tre concittadini per me importanti: fin dall’inizio a Publio Corradi e ad Arias Tiberio, dei quali scrivo qualcosa, e successivamente anche a Don Giorgio Morlin, dopo la sua morte. Don Giorgio l’aveva letto alcuni anni fa e ne aveva scritto la prefazione, che si trova all’inizio del libro.

Sguardi dal Ponte non è un libro classico di storia, di ricerche negli archivi e tra documenti polverosi, ma è un libro leggero, di personaggi, luoghi e piccole storie paesane, che ho cercato di “stanare” dal mio passato. Io l’ho definito un “trastullo” della mia vecchiaia e l’ho scritto per me, per passare il tempo. Dopo la pensione e le frustrazioni della politica, mi è rimasto infatti il leggere, il viaggiare e… appunto lo scrivere.

Il libro ha un taglio “critico” in perfetta sintonia con la mia storia di vita culturale e politica a Caerano, ed esprime un rapporto duale con il mio paese, di amore ma anche di delusione, per le pesanti contraddizioni del suo vorticoso sviluppo economico, culturale e civile della seconda metà del 1900.

Sguardi dal Ponte racconta anche di caeranesi celebri, ma soprattutto di personaggi secondari o minori, talvolta associati a personaggi delle mie “storie e fantasie” infantili, parla di caeranesi più o meno conosciuti, particolari, emblematici di lavori e professioni o di categorie sociali, oppure morti precocemente. 

Parla di luoghi, tipo i molini, le osterie, i bar, le fabbriche, i negozi (il barbiere, el casoin…), il Brentella, l’asilo parrocchiale, l’oratorio ecc.

Le storie sono quelle relative alle tradizioni, ai giochi, alle feste, all’associazionismo sportivo, sociale e civile, ad esperienze culturali, teatrali, musical ecc. 

Il libro contiene anche un’estesa analisi dello sviluppo economico, industriale, urbanistico, politico, culturale e sociale del paese, con le sue luci ed ombre.

Contiene molte immagini, oltre 368, soprattutto foto di scolaresche e di gruppi vari, di squadre di calcio o della Caerano di una volta, alcune già presenti in altre libri sul nostro paese. Sono tratte quasi tutte dal sito di Gianni Desti, altre sono personali o di enti e privati. 

Alla fine ho inserito anche l’elenco delle numerose foto ed anche quello dei nomi (circa 1200), oltre alla bibliografia.  Molte sono infatti le citazioni e le notizie tratte da altri libri di storia locale, tutti doverosamente citati.

Nella conclusione, contraddicendomi in un certo modo con le mie valutazioni talvolta critiche e negative, traspare una certa preferenza per il paese che ho raccontato, la società in cui sono vissuto, la politica che ho praticato, rispetto al paese, alla società ed alla politica del presente.

Ma questa preferenza è solo frutto della mia anima nostalgica, del prevalere in fondo dell’amore per la mia Caerano, più che della delusione per le sue molte contraddizioni.

Vacanza in Puglia?

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Vuoi trascorrere una vacanza in Puglia, a Ceglie Messapica (BR), in Valle d’Itria, in un trullo tradizionale, tra Ostuni e Martina Franca, nelle ultime propaggini delle Murge ed a 20 km dal mare? Se ti interessa scarica l’allegato a fondo pagina o telefona al 348-9050643.                                                  

Trullo MAGI

Partenza per Tombouctou, attraverso il Sahara, 52 giorni di viaggio.

Questa è una foto emblematica dei contenuti di questa pagina del sito e del piacere del viaggio, della vacanza, anche dell’avventura, del desiderio di conoscere altri popoli ed altre culture, altri paesi dove si gioca il futuro del pianeta, di essere cittadini del mondo, evitando di rinchiuderci nel recinto del pregiudizio, della paura, della intolleranza ed in fondo della stupidità, come sta accadendo nell’Italia di questi tempi.    

Marco Polo (Marconato Poloni) 

Viaggio in Cina

25 settembre – 2 ottobre 2017. Era uno dei paesi che da tempo volevo visitare, un po’ per la sua storia millenaria, un po per il mito di Mao Zedong (o Tse-tung), che ha attraversato anche la mia vita, un po’ per lo straordinario sviluppo odierno di questo grande paese, che cerca di conciliare il comunismo con il capitalismo, impresa difficile, per non dire impossibile, ma storicamente affascinante. L’occasione è stata il VII Congresso internazionale di Slow Food, che si è svolto dal 29 settembre al 1 ottobre a Chengdu, nella regione dello Sichuan, nel sud-ovest della Cina. Abbiamo aggiunto un soggiorno di 3 giorni a Pechino, per rendere il viaggio maggiormente proficuo, ai fini di una prima conoscenza del pianeta cinese. Pechino conta 24 milioni di abitanti, più 6 milioni di residenti in altre città che vi lavorano quotidianamente, ma risulta essere solo la terza città della Cina come grandezza. Mi aspettavo un traffico caotico ed un inquinamento insopportabile, invece ho trovato un clima simile al nostro, un cielo neanche molto velato e solo qualche raro passante con la mascherina antismog. A sentire la nostra guida, il territorio della capitale cinese misura quanto il Lazio, ed è riempito da numerosi quartieri satelliti, intervallati da parchi e verdi campagne ancora coltivate. Pechino, come anche Chengdu, hanno avuto negli anni recenti una crescita vertiginosa: quest’ultima è passata in nove anni da 4 a 14 milioni di abitanti, e sono seminate di altissimi e moderni grattacieli, alcuni molto belli. Contrariamente a quanto si possa pensare, soprattutto se guardiamo alla nostra Roma che, con soli 3 milioni di abitanti, nessun sindaco di destra, di sinistra o grillino riesce a governare, queste due città sono pulitissime ed ordinate, assolutamente sicure, con molti spazi verdi tenuti benissimo e con un traffico accettabile, anche per la presenza di strade molto larghe, in genere a tre corsie. Le automobili, nessuna italiana, ma soprattutto giapponesi, coreane, tedesche e svedesi, sono tutte di livello medio-alto ed ultimamente sono state contingentate. Vale a dire che a Pechino, ad esempio, possono circolare un tot prestabilito di automobili. Se uno vuole comprarsi una macchina deve prima comprarsi la targa, che è personale, e poi aspettare che si creino ulteriori margini per l’immissione in circolazione di nuove auto. Così i cinesi intendono combattere l’inquinamente cittadino, oltre a lavorare sui carburanti innovativi. Numerosissime sono poi le biciclette a disposizione dei cittadini e in circolazione. Il tenore di vita appare mediamente rispettabile e nel terziario gli stipendi raggiungono anche i 700/800 euro al mese. Come tenore di vita, modo di vestire, livello dei negozi, grandezza dei centri commerciali, ristoranti e luoghi di divertimento per i giovani ecc. sembra di essere in una qualsiasi grande città occidentale. A Chengdu, tra l’altro, c’è il Global Center, il più grande centro commericale del mondo che ha una superficie di 5.200 mq. L’impressione che si ricava è quella di un grande paese in forte espansione economica, destinato a dominare il futuro e dal quale ritorni con la convinzione che siano dei pazzi inconcludenti coloro i quali pensano che l’Italia debba uscire dall’Europa o che sostengono le piccole patrie. Il sistema politico è ovviamente discutibile e condannabile, essendo dominato da un solo partito, quello comunista, affiancato da altri pochi partiti satelliti, che si accontentano di incarichi marginali. Ci sono aspetti contrastanti. Ad esempio, come in Israele, che sicuramente non è un paese comunista, la terra è proprietà dello stato, di tutti, trattata come l’altro grande bene comune, che è l’acqua. Chi vuole costruire case, palazzi o grattacieli ecc. riceve il terreno in concessione per 70 anni, chi vuole costruire una fabbrica o altre imprese produttive ottiene la concessione per 50 anni. Dopo di che immobiliaristi, industriali ecc. sono padronissimi di arricchirsi come vogliono. Devono solo pagare le tasse, che comprendono 4 aliquote e che probabilmente pagano tutti. Scelta improponibile da noi, quella delle terre in concessione, salvo la precaria esperienza dei Peep (Piani edilizia economica popolare), anche se sarebbe utile ed interessante, almeno in alcuni casi. Pensiamo ad esempio alla Sanremo, sviluppatasi attraverso ripetute trasformazioni di terreni agricoli in terreni industriali, con notevole beneficio per gli imprenditori. Ne hanno beneficiato anche gli abitanti di Caerano e di altri paesi, sicuramente, ma adesso che la Sanremo conta solo 6 dipendenti, perché il terreno dovrebbe fruttare al proprietari milioni di euro? Negativo è sicuramente il controllo dell’informazione, per cui ci siamo trovati in difficoltà a comunicare con l’Italia, in quanto non funzionavano Facebook, Messenger, la posta elettronica e neppure Whats App. I cinesi hanno tuttavia i loro motori di ricerca, i loro social-network, alternativi a Google ed ai nostri, e probabilmente il crescente benessere economico fa passare in secondo piano la mancanza di libertà e di democrazia reale. Sorprendenti, per un certo verso, sono alcuni aspetti della loro lingua, che non conoscevo. In passato avevano 24.000 ideogrammi che durante il periodo di Mao sono stati ridotti a 6.000, con una gigantesca semplificazione, per favorire l’acculturazione delle masse contadine, analfabete e povere, riscattate dal grande timoniere sia sul piano economico che culturale. I bambini ne imparano 2.000 alla scuola elementare, 2.000 alla scuola media e gli altri alle scuole superiori. La loro grammatica è molto semplice: i verbi hanno solo l’infinito e le persone, il presente, il passato ed il futuro sono definiti dai pronomi e dagli avverbi. Sul piano storico-culturale ed artistico abbiamo visto monumenti straordinari, pari alle grandi meraviglie egizie, messicane, indiane ed ovviamente italiane, come Piazza Tienanmen, con il Mausoleo di Mao, la Citta proibita, il Palazzo d’estate, il Tempio del cielo a Pechino, la Grande Muraglia, il Panda Park e alcuni templi tibetani a Chengdu ed una gigantesca opera idraulica, risalente al 250 avanti Cristo, costruita per disciplinare ed utilizzare le imponenti masse d’acqua provenienti dal Tibet che inondavano le campagne attorno alla cittadina di Dujiangyan. Un grande evento è stato poi il congresso Slow Food che ha raccolto delegazioni provenienti da 90 paesi del mondo e che ha ospitato rappresentanti di 400 villaggi cinesi dove si programma e si tenta il recupero della grande tradizione agricola di quel popolo. Il Congresso si è svolto all’insegna delle battaglie di Slow Food: – per un cibo “buono, pulito e giusto”, – per la drastica riduzione della plastica che sta invadendo i mari, – per il monopolio delle sementi da parte delle grandi multinazionali del cibo, – per un freno alla diffusione degli organismi geneticamente modificati, – per il contrasto ai grandi trattati commerciali internazionali, che rischiano di distruggere l’agricoltura tradizionale, – per fermare la nuova colonizzazione dell’Africa, – per il progetto Menu of change: cambiare sistema alimentare per bloccare il cambiamento climatico. Bisogna cambiare cibo, scegliere quello locale, fresco, di stagione, privo di chimica, rispettoso dell’ambiente e della biodiversità, perchè il modo odierno di produrre cibo è uno dei maggiori responsabili del cambiamento climatico incalzante a cui stiamo assistendo. Per concludere è stato un viaggio istruttivo ed interessante, che ti allarga gli orizzonti, ti fa capire come e dove gira il mondo, secondo lo storico spostarsi delle grandi civiltà, da oriente ad occidente, e poi ancora ad oriente, in un ciclo millenario di cui noi siamo solo occasionali e precari spettatori. Certo non abbiamo visto e conosciuto la Cina delle campagne, quella rurale ed ancora in fieri, che magari scarica anche in Italia i suoi migranti, sfruttati nei loro laboratori clandestini, ma ne è valsa comunque la pena e resta viva la sensazione di un grande paese, dove tra l’altro si mangia molto bene, contrariamente a quanto ci facevano creder la scarsa fortuna dei ristoranti cinesi in Italia e parecchi nostri pregiudizi nei loro confronti.

Viaggio nell’India del Sud, l’incredibile India

Sono stato venti giorni nell’India del sud, dal 13 giugno al 2 luglio 2010.
Sono arrivato a Kochi in aereo, volo Emirates da Venezia con scalo a Dubai (ottimi i servizi della compagnia aerea, unico inconveniente la lunga sosta a Dubai).
Sono rimasto incantato da Fort Cochin, dai suoi imponenti alberi della pioggia, dal lungomare con le reti cinesi e le bancarelle dei pescatori, con pesci strani e colorati, che non conoscevo.
Mi è piaciuta anche Mattancherry con il suo palazzo portoghese (belli i dipinti murali hindu) ed il quartiere ebraico.
A Fort Cochin si respira un’aria alternativa, rispetto al nostro mondo, in cui il tempo, il lavoro, il denaro, i rapporti umani hanno una dimensione completamente diversa, riposante e vera. E’ sicuramente il posto più bello dell’India del sud dove mi piacerebbe vivere, molto migliore, a mio parere, della forse più famosa Pondicherry.
Affascinante la cena al locale “Dal Roti” che esprime bene l’atmosfera suggestiva e semplice del luogo. Deludente ed un po’ caro il Salt’n’Pepper in Tower Rd.
Mi ha preso molto anche il kathakali, che merita sicuramente una serata, per i trucchi coloratissimi e pazienti, le musiche, i costumi, le decorazioni sul pavimento della sala con farina di riso e le storie popolari che propone.
Sono stato poi ad Alappuzha (Aleppey) per un’escursione in barca sulle backwaters.
Per fortuna non era periodo turistico e le barche-albergo galleggianti erano tutte ferme, così mi sono goduto le splendide lagune e le scene primitive di vita dei piccoli villaggi ed abitazioni che le animano nella più assoluta armonia.
In Kerala siamo rimasti quattro giorni e, pur essendo tempo di monsoni, abbiamo avuto pioggia solo per un giorno e mezzo. Neanche male.
Da Alappuzha siamo saliti verso il Peryar sui Ghati occidentali, dove ci siamo immersi in una natura rigogliosa ed esplosiva, ricca di foreste di teck, di piantagioni di caucciù, di caffè, di spezie e soprattutto di tè, con le loro straordinarie geometrie verdi.
Tutti i restanti giorni li abbiamo dedicati a visitare il Tamil Nadu, con un clima caldo umido, ma praticamente senza pioggia. Abbiamo visto tutti i principali templi hindu, con una full immersion nella loro architettura e cultura religiosa, che ci ha lasciato ammirati ed infine anche sazi.
Eravamo in quattro ed abbiamo viaggiato con un pullmino da dieci posti, con autista e guida indiana che parlava italiano. Una scelta forse costosa, ma felice, che ci ha permesso di conoscere profondamente il paese visitato, la sua gente, i suoi costumi.
Guida ed autista avevano capito in fretta quello che ci interessava e quasi sempre erano loro ad indicarmi foto da fare, a cogliere particolari o situazioni di cui non mi ero accorto, a scoprire che in un paese c’era una festa popolare, una bottega artigianale di piastrelle o di colorazione del cotone, un matrimonio hindu ecc. E’ sicuramente il modo migliore per visitare l’India, soprattutto se non si conosce l’inglese, com’era il nostro caso.
La guida ci ha assicurato un viaggio esauriente, sicuro e confortevole, in hotel anche troppo lussuosi, alcuni splendidi come lo Brunton Boatyard a Fort Cochin, il Punnamda sulle Backwaters ad Aleppey, lo Spice Village nel Periyar, l’Heritance a Madurai, il Visalam di Karaikudi nel Chettinad, l’Ideal River a Tanjore, la Maison Perumal a Pondicherry, lo Sparsa a Tiruvanamali ed il Templebay a Mahabalipuram.
Abbiamo anche mangiato, grazie a lui, in un ristorante famiglia, nel Chettinad, ed in altri locali popolari ed autentici, sulle foglie di banano, spendendo perfino 6 euro in quattro
Del Tamil Nadu mi hanno colpito particolarmente, più che Pondicherry o Chennay, la zona di Ramenshwaram, con la magica punta sabbiosa di fronte allo Sri Lanka, che separa l’oceano indiano dal Golfo del Bengala ed il contiguo villaggio di pescatori. Oppure la zona del Chettinad, con le case signorili dei geniali mercanti chettiars che mescolano e forse anticipano molti degli stili architettonici dell’Europa dei primi anni del novecento.
L’ultima tappa è stata a Chennai, da dove siamo ripartiti, una città come tutte le altre del mondo. Unica nota lieta ed un suggerimento: l’atmosfera straordinaria e riposante dell’ Amethist Cafè.
L’intero viaggio ci è costato 3.000 euro a persona: aereo, pullmino con autista e guida, pernottamenti con prima colazione. Neanche troppi, forse perché eravamo fuori stagione turistica, circostanza che ha reso anche più interessante e tranquillo il viaggio e le visite ai monumenti e luoghi religiosi.
Dell’India mi hanno impressionato soprattutto i colori (i sari femminili, i mercati di frutta e verdura, quelli dei fiori), i profumi delle spezie ed anche i sapori dei cibi, anche se molto piccanti. Mi ha colpito la sintonia straordinaria che hanno questi indiani con la terra e la ricchissima natura, evidenziata anche dal loro rapporto con gli animali e dal loro camminare a piedi nudi, almeno nei villaggi di queste zone ancora profondamente contadine. Un’altra cosa che non può lasciarti indifferente è la loro grande religiosità, una religione orizzontale, senza gerarchie ed organizzazione piramidale, senza dogmi o curie vaticane. Certo non indenne da strumentalizzazioni e profittatori e profondamente ancorata ad antiche tradizioni, che forse sono destinate ad essere presto superate, ma anche estremamente tollerante nella convivenza con mussulmani e cattolici.
Mi hanno colpito le moltissime scuole e le scolaresche di bambini o ragazzi scalzi, ma ordinatissimi nelle loro divise colorate, tra cui le ragazze con i loro ornamenti di gelsomino profumatissimo sulle trecce nere.
Un’ultima cosa. Io ho avuto l’impressione, forse sbagliata, che in queste zone del profondo sud agricolo dell’India la miseria sia più apparente che reale, che abbiano di tutto sul piano alimentare, frutta e verdura di ogni tipo, moltissime risaie ecc. e che nessuno o quasi soffra la fame, che amino vestirsi in quel modo, seminudi, come gli uomini con i loro dhoti , o vivere in abitazioni spesso miste di capanne e case fatiscenti, per abitudine, per una comodità o semplicità a noi ignota, con grande dignità
Penso addirittura che pure lo spettacolo per noi indecente delle immondizie sparse ovunque, nasconda in realtà un rapporto ed una specie di fiducia nella forza assorbente e rigeneratrice della terra e della natura, che forse è un’illusione destinata prima o poi a sparire anche in questo meraviglioso paese.