LA SANITA’ VENETA

La sanità in Veneto

Mi è capitato recentemente di essere costretto a cambiare medico. Abito a Caerano ma mi hanno assegnato una dottoressa di Montebelluna. Lei è brava e gentile, ma alla veneranda età di 77 anni mi risulta un po’ scomodo andare nel suo studio, per problemi di distanza e di parcheggio.

Così ho deciso di conoscere e capire un po’ la situazione della Salute in Veneto, ma anche in Italia.

Ho così scoperto che nel 2020 l’Italia era al 17° posto in Europa per il numero di medici di medicina generale ogni 100.000 abitanti: Portogallo 274 ogni 100.000 abitanti, Italia solo 70 ogni 100.000 abitanti. Però?

Ho letto poi che in Italia, dopo il Trentino Alto Adige e la Lombardia nelle quali ogni medico di medicina generale assiste rispettivamente 1.454 e 1408 persone, viene il Veneto, dove ogni medico ne assiste 1224 (mediamente), ma sappiamo che molti ne assistono 1800 o più.

Tutto questo significa che in Italia e nel Veneto mancano molti di questi medici di base.

La situazione è destinata a peggiorare in quanto nel 2021 nel Veneto dei 2.973 medici in attività 1.221 avevano dai 55 ai 64 anni e 656 dai 65 ai 68 anni, abbastanza vicini o prossimi alla pensione.

In provincia di Treviso dai 55 ai 64 anni erano il 45,4% e dai 65 ai 68 anni il 16,9%.

Quindi la situazione attuale del rapporto medico-assistito, aggravata anche dalla assurda e costosa quota 100, che ha favorito tanti pensionamenti, non potrà che peggiorare.

Già adesso le zone carenti di medici (cioè dove mancano) in Veneto sono ben 586, di cui 74 in provincia di Treviso (ULLS 2), con l’aggravante che la popolazione anziana, quella che ha più bisogno del medico e/o che vi ricorre maggiormente aumenta in continuazione. Infatti mentre gli over 75 in Veneto erano pari al 8,4% nel 2021 si prevede che nel 2041 saranno circa il 17,7%.

Si sta facendo qualcosa per reperire nuovi medici?

Lo si dovrebbe fare investendo sul fronte della formazione di nuovi soggetti attraverso le borse di studio. Allora sono andato a vedere anche questi dati, ma ho scoperto che la nostra regione, dal 2014 al 2021 ne ha attivate 0,17 ogni 1.000 abitanti contro le 0, 52 del Molise 0,41 della Valle d’Aosta, le 0,37 della Basilicata, ma anche le 0,25 della Toscana, della Liguria e del Piemonte, le 0,21 del Friuli Venezia Giulia, le 0,20 dell’Emilia Romagna e le 0,18 della Lombardia.

Ma guarda un po’, le regioni che preparano meno medici sono proprio quelle che stanno puntando sempre di più sul privato. Che combinazione!

Riflettendo su questi dati ho concluso che stiamo vivendo, almeno credo, una profonda crisi della sanità veneta, decantata per anni come una delle migliori d’Italia.

Guardiamo ad esempio la situazione di Caerano.

Abbastanza recentemente sono andati in pensione il dott. Fornasir, mai sostituito, e il dottor Conti, sostituito prima da due dottoresse provvisorie e poi dal dott. Cicinelli, che oggi si è trasferito altrove con i suoi pazienti, me compreso, costretti ad andare a Montebelluna. Da poco è andato via anche il  dott. Pietro Cerchiaro, sostituito dal dott. Lippi, che a marzo andrà anche lui altrove. Dei medici rimasti almeno due, a quanto mi risulta, sono vicini alla pensione.

Se guardiamo poi agli ospedali, la situazione non è migliore: ci sono, in parte anche a Montebelluna, reparti con carenza di medici e di infermieri, pronti soccorsi intasati e senza personale, specialisti che vengono da altre regioni, medici che passano nel privato, servizi sanitari importanti (non solo pulizie) assegnati a cooperative, medici che lavorano a gettone, pagati profumatamente, molto più di quelli che resistono e credono ancora nel servizio pubblico, addirittura medici di base privati e a pagamento (sembra che ce ne sia già uno operativo anche a Caerano), case di comunità (dove ci sono) costruite ma inoperose per assenza di personale ecc.

Così prolifera il privato, sia convenzionato che non, con guadagni assicurati, che attira i medici del pubblico. In qualche caso succede addirittura che certe cliniche private, non possedendo attrezzature di ultima generazione e molto costose, per gli interventi più complessi o per le situazioni più gravi, utilizzino quelle degli ospedali pubblici pagate con le tasse dei cittadini italiani e veneti. Assurdo!

Privato che viene giustificato da alcuni politici come “salutare” per migliorare la stessa sanità pubblica attraverso il mito della concorrenza. Infatti con il privato che ormai copre, in Veneto e in Lombardia, attorno al 50% i risultati si vedono. Si va sempre peggio!

E pensare che adesso alcune regioni, compresa la nostra, vorrebbero anche sottrarre completamente la sanità e la scuola al controllo dello Stato centrale, come se non bastasse il caos prodotto in piena pandemia da governatori che andavano ciascuno per conto proprio di fronte ad un dramma che ha causato un sacco di morti.

Non bastasse tutto questo, con la pandemia è successo anche che:

– vai dal medico di medicina generale solo su appuntamento, aspettando anche 20/30 giorni prima di essere ricevuto

– si sono allungati notevolmente i tempi delle visite specialistiche, delle cure e degli interventi chirurgici e di altro tipo negli ospedali, con conseguente dirottamento nel privato di chi già paga i ticket e ovviamente di chi può permetterselo.

Ultima cosa, sorprendente, ho scoperto che anche in Veneto, regione ricca, si investe sempre meno nella sanità pubblica, preferendo spendere soldi per favorire investimenti in altri settori, sicuramente meno importanti.

Va a finire che in Veneto ci cureremo col Prosecco, secondo “orgogliosa” tradizione nostrana. Del resto André, la suora francese morta recentemente a 118 anni ha dichiarato che beveva un bicchiere di vino al giorno.

N.B.

– I dati di questo scritto sono tratti da uno studio dei ricercatori Stefano Dal Pra Caputo e Francesco Peron, commissionato dal gruppo del PD veneto presente in Consiglio regionale.

– Invito gli inevitabili “imbecilli” del web che, invece di confutare rispettabilmente questi dati con altri dati, si limiteranno a non prenderli in considerazione perché frutto di uno studio commissionato da una parte politica a risparmiarsi ogni commento e/o ogni contributo al problema sollevato.

– Invito gli altri a condividere questo post

Veneti, sveglia! Siamo passati da Tina Anselmi, che da ministro della Sanità istituì il Servizio Sanitario Nazionale, a Zaia che sta contribuendo a distruggerlo. Siamo passati dalla possibile riforma Bindi, che obbligava i medici a scegliere tra pubblico e privato, garantendo servizi e tempi di attesa migliori, alla ipoteca sempre più privata sulla sanità italiana e veneta.

PD e la sua identità

Si discute molto sull’identità del PD, su chi deve rappresentare. 

Io credo che tutti i partiti dovrebbero rappresentare, senza distinzione di classe o ceto sociale, tutti gli italiani. 

Ma per italiani intendo tutti coloro che agiscono onestamente per il bene del Paese: quelli che fanno il loro dovere lavorando, quelli che cercano lavoro e non lo trovano, quelli che danno lavoro senza sfruttare i loro dipendenti e senza pagarli in nero, quelli che pagano tutte le tasse, di qualsiasi tipo, quelli che sono sensibili ai problemi umani e sociali dei più deboli ed hanno senso civico, quelli che rispettano la natura e l’ambiente senza inquinare e senza danneggiare la salute dei cittadini, quelli che pretendono una libertà che non limiti quella degli altri, quelli che rivendicano i diritti, ma rispettano i doveri ecc.

Gli altri sono profittatori, egoisti, spesso ipocriti, truffatori del bene pubblico e malfattori, gente che per me non va rappresentata. È utopia? È moralismo? No, è politica, anzi buona politica, la sola per cui vale la pena di impegnarsi.

Lo sberleffo di Lengualonga

Anniversario: 1982-2022

Satira e politica a Caerano dal 1982 al 1982

A febbraio 1981 usciva il secondo numero di Lengualonga, con alcuni articoli seri ma anche con alcune maschere divertenti di cittadini caeranesi, con articoli satirici e vignette bonariamente provocatorie e un po’ dissacranti, nello spirito del Carnevale. Ne riporto la copertina, una vignetta che manifestava scherzosamente la contrarietà all’abbattimento del vecchio Municipio ed un’altra ironica e sexy sulla Fede del campanile.

Al voto, al voto! Ma senza entusiasmo.

Al voto, al voto! Ma senza entusiasmo.

Qualche tempo fa avevo deciso di ridurre i miei interventi in Facebook per evitare di impelagarmi in deprimenti dibattiti tra tifoserie delle varie parti di una sinistra sempre più divisa e deludente, soprattutto in presenza della persistente pandemia, della decisiva attuazione delle riforme legate al PNRR e di un dramma come quello della guerra in Ucraina. Ma ora, di fronte ad una ennesima e vergognosa pagina della politica italiana, che ha portato alla caduta di Draghi e ad un nuovo e non ultimo rigurgito di populismo, che si profila all’orizzonte, ho deciso di dire la mia. 

Ho partecipato a tante battaglie della sinistra nella mia vita politica, molte delle quali perse. Ed anche quando le abbiamo vinte, le abbiamo perse ugualmente, non riuscendo a fare, sia a livello nazionale che locale, quello che avremmo potuto e dovuto fare. Oggi sono abbastanza disincantato e deluso, tanto da essere addirittura tentato di non andare a votare, principalmente per due motivi. Primo, perché gli italiani sono in maggioranza un popolo di destra e in fondo si meritano Salvini e la Meloni. Secondo, perché se li merita anche questa sinistra sempre divisa in tanti laghetti in ognuno dei quali si specchiano i vari narcisi di turno. Sono anni e/o decenni ormai che il PD partecipa a tanti governi senza riuscire a fare delle riforme indispensabili e fondamentali. Lo ha fatto senza mai andare fino in fondo, anche a costo di perdere poi il potere e di passare all’opposizione. So che alla fine andrò a votare e malgrado tutto voterò ancora PD perché, come non ho perdonato a Bersani e D’Alema di essere usciti a suo tempo dal partito democratico, così non perdono né Renzi né Calenda, con l’aggravante, per questi due, che hanno fatto e fanno continuamente gli schizzinosi nei confronti dei 5 stelle, senza riconoscere che tra i molti e perfino ridicoli errori fatti, i grillini hanno portato avanti almeno due cose di sinistra, il reddito di cittadinanza, che si poteva fare sicuramente meglio, e il salario minimo, due provvedimenti sociali che ci sono da tempo in molti paesi europei.

Così andiamo a queste elezioni con una sinistra divisa, senza i 5 stelle, perché hanno fatto cadere Draghi quando, sommando tutti i “nostri” voti, avremmo potuto perfino vincere. Sinistra non solo divisa ma in scandalosa contrapposizione tra le sue varie componenti più che contro la destra, per fregarsi a vicenda i minoritari consensi dell’area progressista. Che schifo!

Far cadere Draghi è stato un errore, ma la colpa non è stata solo dei 5 stelle, e comunque, fatta la frittata, si doveva guardare avanti e capire che la cosa principale non è rimpiangere Draghi ma fermare la destra. E su questo ha sbagliato, secondo me, anche Letta. E’ realismo, il mio, è opportunismo, è cinismo, è calcolo politico? Sì, ma la politica è anche questo, almeno questa politica, che tollera e alimenta un astensionismo sempre maggiore, che mi fa riflettere anche sul valore effettivo di una tale “democrazia”.

I sondaggi danno una schiacciante vittoria del centrodestra (col rischio addirittura dei 2/3 dei seggi con possibilità di cambiare la Costituzione senza referendum) ed un probabile successo della Meloni, destinata a presiedere il prossimo governo. Più si continua ad indicarla come uno “spauracchio” del passato fascista, destinata a sconvolgere questo Paese con le sue proposte sovraniste e populiste, più guadagna voti, perché la “plebe” italiana continua ad essere permeata di opposizionismo, di assalto al carro del probabile vincitore, di memoria corta, di pulsioni autoritarie, di scontentezza (anche se viviamo nel paese  più bello al mondo, dove si vive meglio, si mangia meglio, ci si veste meglio, si hanno servizi sanitari, sociali, scolastici ed anche culturali di assoluto pregio), di diffidenza antieuropea (anche se fuori dall’Europa saremmo poco più che una cimice), di ricerca continua di un illusorio Salvatore della Patria, cercato prima in Berlusconi, poi in Bossi, poi in Renzi, poi in Salvini, poi in Grillo ed ora nella Meloni.

Nella vittoria del centrodestra e della Meloni vedo tuttavia anche tre aspetti “positivi”, si fa per dire. 

Il primo è che il nuovo governo di centrodestra dovrà farsi carico di una situazione economica molto problematica, per la prima volta, perché finora è sempre stata la sinistra a doversi occupare di risanare il Paese e di chiedere sacrifici ai cittadini.

Il secondo è che in questo Paese sclerotico ed immobile, dove non si fanno riforme o se si fanno sono solo frutto di compromessi al ribasso, frutto di mediazioni infinite e molto pasticciate, ci sia finalmente chi ha una maggioranza ampia ed almeno un po’ coesa (forse!) per cambiare questo paese. Lo cambierà da destra? E’ anche colpa nostra e comunque sarà sempre meglio che il dannoso immobilismo pachidermico di tutti questi ultimi decenni. 

Il terzo è che il PD e il centrosinistra potranno rigenerarsi, almeno spero, passando ad una probabilmente lunga opposizione, con un bagno di umiltà, un nuovo rapporto e collegamento con i problemi della gente, riflettendo sugli errori compiuti, dal contrasto al tentativo di riforme costituzionali renziane al mancato coraggio di andare fino in fondo in altre importanti riforme, in particolare sui diritti civili.

A questo punto, perso per perso, mi sarebbe piaciuto che il PD portasse avanti, in questa campagna elettorale, alcuni punti programmatici forse scomodi, ma secondo me importanti. Vedo che invece si parla soprattutto d’altro. Quali punti? Gli elenco di seguito, consapevole che alcuni di essi possono contenere anche soluzioni “strambe” o irrealizzabili o discutibili o fuori dal seminato tradizionale della sinistra.

  • Riforma costituzionaleche modifichi finalmente la seconda parte della Costituzione, accorciando soprattutto i tempi delle decisioni politiche, ponendo fine a questo tipo di bicameralismo.
  • Riforma elettoraleche permetta a chi vince o arriva primo (partito o coalizione) di governare senza continui compromessi e trattative che snaturano o pasticciano qualsiasi riforma, sostenendo la vecchissima e nostra proposta (fin dai tempi di D’Alema) del doppio turno alla francese.
  • Riforma dell’Europa con lo scopo di una sua maggiore autonomia e di un suo rafforzamento attraverso una netta e rigorosa condivisione delle regole democratiche, con politica estera e forze armate comuni, coordinamento della sicurezza interna, delle regole sul lavoro, del sistema bancario e monetario, dello stato sociale e sanitario, dei sistemi fiscali, dell’accoglienza dei migranti… con decisioni a maggioranza. Chi non ci sta esca pure da questa nuova Europa. Invece si continua ad accogliere tutti in funzione antirussa e poi ci troviamo con i vari Orban di turno che se ne fregano di tanti valori e diritti della nostra tanto decantata democrazia, ci portano via le aziende, non accettano i profughi e ricevono finanziamenti superiori ai loro versamenti nelle casse europee. 
  • Autonomia regionale. Basta con le regioni a statuto speciale. Superamento delle differenze tra le regioni a statuto ordinario e le altre, estendendo molte delle loro autonomie e responsabilità a tutte le regioni, ma non in forma differenziata, che vorrebbe dire il caos. Autonomia uguale per tutti. Visto poi lo spettacolo indegno offerto da esse durante la pandemia, occorre salvaguardare il ruolo centrale dello stato su sanità e scuola (e non solo), almeno in tempi emergenziali. Non servono le regioni a statuto speciale per salvaguardare le minoranze linguistiche. Autonomia anche solidale, ma prevedendo risorse solidali alle regioni in difficoltà solo in base a precisi ed irrinunciabili criteri e parametri (solo per danni non imputabili a politiche regionali sbagliate o insensate). 
  • Tasse. In Italia si è parlato spessissimo, in passato, di federalismo fiscale, ogni giorno di tasse, di evasione fiscale e lavoro nero. Oltre 100 miliardi all’anno. E’ una pazzia. Bene! Allora lotta dura a tutti gli evasori, in base ai seguenti principi: semplificazione burocratica, rafforzamento del numero dei controllori e dei controlli stessi, decentramento e coinvolgimento degli enti locali, diminuzione delle tasse, fiducia massima nei cittadini, unita a severe sanzioni per i furbi (chi evade deve chiudere l’attività per periodi progressivamente più lunghi). Federalismo fiscale? Certo, ma destinando allo Stato centrale tutte le entrate sicure, quelle dei lavoratori dipendenti pubblici e privati, garantite alla fonte, con le quali assicurare a tutti gli italiani i servizi statali essenziali.  Per il resto sia interesse di regioni, province e comuni far pagare le altre tasse e combattere l’evasione. Le regioni vogliono grande autonomia? Se la finanzino, anche combattendo l’evasione fiscale e il lavoro nero.
  • Immigrazione. La sinistra ha sempre sottovalutato il problema, per il quale occorrono nuovi e vincolanti accordi europei (Noi non riusciamo ad imporci su questo tema e Orban e soci fanno spesso quello che vogliono su altre questioni) e accordi con i paesi africani o asiatici per ingressi regolari e controllati. Brava la Polonia oggi con i profughi ucraini, ma vedremo se finita la guerra si prenderà anche parte dei profughi che arrivano da noi. Duro contrasto agli scafisti. Organizzare meglio l’accoglienza di quelli che arrivano comunque e che hanno titolo a restare attraverso una distribuzione tra i comuni con agevolazioni per chi acconsente e penalizzazioni dei finanziamenti statali per chi rifiuta l’accoglienza. Saranno eventualmente i comuni ad utilizzare cooperative e privati, controllando ogni forma di speculazione, con obbligo e facilitazione all’impiego dei migranti in lavori socialmente utili, in attesa di lavori regolari.
  • Ius cultura o ius scholae. Colmare questa ormai insopportabile lacuna e dare la cittadinanza a chi ha percorso un certo iter scolastico, conosce la lingua e vuole diventare italiano, evitando ghettizzazioni e sensi di ingiustizia che poi contribuiscono a creare ribellioni di giovani stranieri (e non solo), come quelle che stanno avvenendo in molte periferie e città italiane. Piaccia o no l’Italia più bella è ormai quella dei campioni di colore che ci fanno vincere medaglie in molti sport a livello internazionale.
  • Lavoro. Drastica riduzione del costo del lavoro, selettiva, a vantaggio delle imprese che non delocalizzano e che investono nelle nuove tecnologie e nell’aumento dell’occupazione a tempo indeterminato. Salario minimo garantito e riduzione progressiva dell’orario di lavoro. Reddito di sopravvivenza e/o di garanzia per i periodi di non lavoro, evitando la interruzione del processo contributivo ai fini pensionistici. Reddito di inclusione/cittadinanza controllato dai comuni (e in cambio di lavori socialmente utili): separare l’aspetto sociale da quello di ricerca del lavoro, lasciato ai centri per l’impiego potenziati, pubblici e privati. Parità di condizioni legislative e di mercato a livello europeo. Regolamentazione, finalmente, della rappresentanza sindacale, per porre fine ad un sindacalismo minoritario e corporativo, pompato spesso dai media, che vive di ricorsi e di ricatti.
  • Pensioni. Anche qui si è sempre andati avanti in maniera precaria e contradditoria, complici anche i sindacati. Flessibilità in uscita, dopo un tot di anni di lavoro o di età, tenendo conto dei lavori usuranti, con pensione rapportata ai contributi versati. Possibilità per i lavoratori “anziani” di essere impiegati in lavori meno faticosi, con riduzioni di orario, mansioni diverse, lavoro da casa… Disincentivare chi, da pensionato, continua a lavorare, soprattutto se in nero, sottraendo possibilità di lavoro per i giovani.
  • Sicurezza interna.Altro tema fortemente sottovalutato dalla sinistra. Lotta senza quartiere a mafie e criminalità organizzata o diffusa (lo Stato deve tornare ad impadronirsi del territorio e delle periferie urbane degradate, attraverso politiche mirate di riconversione ed utilizzo eventualmente anche dell’esercito o di reparti specializzati di esso (lo si è fatto per il terrorismo, durato pochi anni e non lo si fa per le mafie che sono endemiche?). Potenziamento forze dell’ordine per un capillare controllo del territorio. Detrazioni fiscali consistenti per sistemi di allarme, assicurazioni, video-sorveglianza, vigilanza… Aggravamento e sicurezza delle pene (la parola libertà di cui tanto ci laviamo la bocca significa anche libertà di sentirci sicuri), nuove carceri (ex caserme) con assunzione del personale necessario, incentivare fortemente lavoro e rieducazione dei detenuti.
  • Riforma della giustizia. Investimenti cospicui peraccorciare drasticamente i tempi dei processi, agendo anche sui troppi gradi di giudizio che spesso emettono sentenze contrastanti. Accettare anche la separazione delle carriere, che esiste in quasi tutti gli altri paesi europei, introdurre misure che eliminino il linciaggio mediatico di chi riceve un avviso di garanzia o risulta semplicemente indagato. Non si può accettare, ad esempio, che uno come Bassolino venga espulso dalla politica e infangato per essere assolto dopo 19 anni. Ridimensionare il peso di vere e proprie caste, altrettanto nocive della casta politica, come giornalisti e magistratura, pur salvaguardandone libertà ed autonomia.
  • Riforma sanitaria. Potenziamento della sanità pubblica, con vincoli e standard comuni a livello nazionale, con nuovi investimenti nella ricerca, per predisporre il paese ad affrontare situazioni simili a quella vissuta con il covid-19 e con una rivalutazione del lavoro di medici e infermieri, condizionato all’esclusivo lavoro negli ospedali pubblici, come a suo tempo aveva fatto Rosy Bindi, per combattere i lunghissimi tempi di attesa.
  • Riforma della Scuola.Superamento del precariato: chi vuole riservarsi la possibilità di insegnare, qualsiasi facoltà universitaria frequenti, deve superare tutta una serie di esami propedeutici all’insegnamento acquisendo l’abilitazione. Una volta assunto, in base a graduatorie, senza tanti concorsi che durano anni, vengono contrastati da tanti sindacatini con immediati e pretestuosi ricorsi e non garantiscono alcuna professionalità, dopo un anno di prova (o anche più di uno) e l’esame di un attento e vero comitato di valutazione, entra in ruolo con un contratto che lo vincola ad evitare facili trasferimenti. Linee, indirizzi e finanziamenti generali e standard fissati dallo stato centrale, poi allargamento dell’autonomia degli Istituti: progettuale, economica, organizzativa ecc., previa valutazione periodica e seria dei dirigenti (ispettori, rappresentanti docenti, genitori studenti e ente locale). Loro responsabilizzazione in merito ai risultati e sulla base di un progetto educativo-didattico sottoposto all’approvazione di collegio docenti e del consiglio d’istituto. Organico potenziato finalizzato in parte a sostituzioni, sostegno ed integrazione, e in parte a progetti di classi aperte (recupero, approfondimento), laboratori creativi ed attività pomeridiane, serali ed estive. Rispetto del lavoro e della dignità degli insegnanti, con rivalutazione degli stipendi e valutazione seria del merito. Diploma di terza media indispensabile per avere patente motorino e di scuola superiore per patente auto.
  • Cultura e sociale.Servizio civile obbligatorio per tutti i giovani da impegnare in attività culturali, sociali e ambientali e formative. Continuare la politica del ministro Franceschini su musei, scavi ecc. e finanziare settori importanti come teatro, musica ecc.
  • Liberalizzazioni. Basta con i privilegi difesi dalle corporazioni dei tassisti, dei balneari, dei farmacisti, di chi non vuole la riforma del catasto… e basta con decisioni in merito continuamente rinviate, disattendendo spesso le direttive europee.

Mi fermo qui, ben sapendo che queste mie righe, non essendo io un esperto tuttologo, potranno sollevare critiche ed obiezioni da più parti, ma sono il frutto impulsivo e sincero di una stanchezza che credo sia condivisa da molti a sinistra, di una sempre maggiore delusione e anche della impotenza di chi ha speso qualche impegno politico e sociale, per molti anni, raccogliendo poco o niente, se non la convinzione che comunque valeva la pena provarci, almeno per vivere in pace con la propria coscienza. 

Voterò ancora una volta PD, senza turarmi il naso, come si diceva una volta, anche perché certi miasmi, che alcuni, anche a sinistra, spacciano per profumi, ed una certa “puzza” che si sente in giro è molto peggiore. Del resto la mia “coerenza” è sempre meglio della volatilità di tanti italiani e caeranesi, tra cui molti ex democristiani, pronti a trasmigrare continuamente verso nuovi e vecchi narcisi o verso i nuovi probabili vincitori. 

Che ne “benzi di Villa Benzi

Questo era il titolo di una copertina di Lengualonga risalente ai primi anni ’80.

Dopo 40 anni questa villa non ha finito di “tormentare” i caeranesi. Adesso è chiusa per motivi di sicurezza che si scoprono, incredibilmente, dopo 40 anni! Non si sa se la responsabilità di qualche mancato intervento o di qualche mancato certificato sia del Comune, proprietario dell’alloggio, o della Fondazione che ce l’ha in uso.

Questo si aggiunge alle recenti dimissioni della Presidente del Comitato di gestione.

Nel 1980 si era discusso molto su come gestire la villa, se attraverso una Fondazione o attraverso le associazioni culturali e sociali caeranesi. Fu deciso per la prima ipotesi. Successivamente fu un susseguirsi di gestioni quinquennali di parte, sempre criticate, a volte per le poche iniziative messe in cantiere, a volte per lo scarso coinvolgimento della cittadinanza, a volte per delle proposte troppo elitarie, a volte per altri motivi. Ci fu anche chi propose di venderla.

Lo statuto della Fondazione, a 40 anni di distanza, ha sicuramente mostrato i suoi limiti e la villa è stata gestita da due o tre persone, meritevoli per l’impegno, ma non sostenute da un corpo sociale vero e motivato. Anche perché non si è quasi mai fatto ricorso ai soci cooptati ed a quelli aggregati, previsti dallo statuto. Un Comitato di gestione che viene rinnovato ogni cinque anni, sempre di parte partitica, al cambio di ogni amministrazione comunale, non può inoltre garantire quella continuità di programmazione che sarebbe necessaria.

Dovrebbe essere formato dalle persone culturalmente migliori del paese, non essere soggetto alle alchimie politiche e durare in carica almeno 10 anni.

La gestione e manutenzione della villa e della Fondazione costa e malgrado i contributi comunali, che non sono mai mancati, le attività culturali hanno bisogno di molte risorse finanziarie, oltre che umane, tanto più che non sono produttive e non creano consenso elettorale.

Secondo me bisognerebbe puntare con coraggio ad una nuova fase che potrebbe comprendere:

– Un’applicazione dello statuto che preveda l’ingresso di soci cooptati (penso ad esempio ai presidenti di tutte le associazioni culturali, sociali e turistiche del paese) ed aggregati che possano contribuire alla gestione, i primi con risorse umane, i secondi (aziende locali che possano avere ritorni di immagine o fiscali o altro) anche da un punto di vista economico. 

– Se serve, una revisione dello statuto che preveda ad esempio la figura del direttore artistico.

– Arrivare ad un’apertura continua della villa attraverso la presenza di un’attività privata che potrebbe essere un caffè letterario, cioè un luogo dove è possibile leggere un libro (magari anche comprarlo) e consumare un caffè, una bibita, una cioccolata, un the, un aperitivo, ascoltare della musica, assistere ad eventi musicali, a conferenze, a presentazione di libri, a mostre, o anche organizzare concorsi o altre iniziative artistiche in collaborazione con la Fondazione.

– Portare a Villa Benzi non la biblioteca, che sta bene in centro, ma tutti gli archivi e la documentazione storico-fotografica che esiste in biblioteca o che si può continuare a raccogliere in paese, prima che vada definitivamente persa. A questo proposito è stata persa in passato, a causa di beghe tra Fondazione e amministrazione comunale l’occasione di avere a Caerano il prezioso archivio di Maffioli, a cui tra l’altro è intitolato il teatro.

– Assegnare alla fondazione la gestione e gli introiti di eventuali cerimonie matrimoniali o di altro tipo

– Assegnare alle associazioni del paese una stanza attrezzata con strumenti utili alle loro iniziative: PC, stampanti, fotocopiatrice, scanner ed altro utili alle loro attività sociali, in cambio di collaborazioni varie e di contributi finanziari destinati a pagare le spese di materiali e manutenzione.

– Altre idee che potrebbero scaturire da un dibattito pubblico con le parti politiche, le associazioni del paese e la popolazione.

Per chi volesse approfondire la questione Villa Benzi dovrebbero essere a disposizione in Comune o in Fondazione le delibere costitutive della Fondazione, l’atto di assegnazione in comodato d’uso, lo statuto, le linee di indirizzo dell’amministrazione, le relazioni sulle vicende e le attività culturali svolte in questi 40 anni.

Lo sberleffo di Lengualonga

Anniversario: 1982-2022. Satira e politica a Caerano dal 1982 al 1984. Sono trascorsi 40 anni dall’uscita a Caerano di San Marco (TV) del giornale satirico Lengualonga, ma è come se fosse passato un secolo, tanto sembrano lontani quei tempi, soprattutto a me che allora avevo solo 37 anni. Credo che ben pochi caeranesi di oggi ne abbiano sentito parlare e immagino che siano ancora meno quelli che ne hanno conservato qualche copia.Io le ho conservate tutte ed ogni tanto le riguardo, come faccio con le vecchie foto, con oggetti o documenti che mi aiutano a rivivere fatti ed avvenimenti del passato, sensazioni e sentimenti, relazioni ed esperienze della mia ormai lunga vita. Lengualonga uscì a Caerano, per circa 2 anni e mezzo, dal gennaio 1982 al giugno 1984, per un totale di 20 numeri. I giornali usciti nel 1982, con cadenza bimestrale, furono tutti numeri unici, senza un editore vero e proprio ed un po’ allo sbaraglio, per saggiare il terreno e valutare le reazioni dei caeranesi. Successivamente, anche per tutelarsi giuridicamente, la redazione diede vita, il 6 dicembre 1982, presso il notaio Parolin di Montebelluna, all’Associazione Culturale Boccaccio (mai nome fu più appropriato!), che divenne editrice e proprietaria di Lengualonga, regolarmente iscritto al Registro Stampa del Tribunale di Treviso il 29 dicembre 1982. Lengualonga, come ho già detto, era un giornale fortemente satirico che prendeva spunto dall’esperienza nazionale de “IL MALE” e che, tra il serio ed il faceto, si prendeva gioco amabilmente, ma a volte anche ferocemente, di vecchi modi di pensare, di istituzioni, di politici e di potenti locali. Ogni volta che usciva andava a ruba e c’era chi si premurava di telefonare all’amico o al compagno di partito, informandolo: “Varda che i te a mess su Lengualonga”. Prendeva di mira anche le persone, è vero, ma quasi sempre per quello che rappresentavano, per le varie forme di potere che la satira punta sempre a colpire e a ridimensionare. Peccato che la biblioteca comunale, a suo tempo, non ne abbia raccolto e conservato i numeri, ma quella preziosa istituzione culturale non è mai stata messa in grado, con opportune risorse, di diventare anche un qualificato centro di archiviazione dei documenti della nostra piccola storia caeranese. Quella di Lengualonga è stata un’esperienza giornalistica autoctona e “ruspante”, più o meno significativa, che testimonia comunque, anche attraverso il filtro della satira, quali fossero le forze politiche, i personaggi, i problemi, le realizzazioni, le pulsioni, i sentimenti di un’epoca abbastanza recente della nostra storia locale.Sfogliando i diversi numeri del giornale, negli articoli più seri ed impegnativi, si potrebbero scoprire problemi e questioni, su cui anche riflettere, che sono state e sono ancora oggi di grande attualità ed importanza, sia sullo scacchiere internazionale che per l’Italia e per il nostro Comune. Lengualonga conteneva articoli di redattori, resoconti di consigli comunali, documenti amministrativi (bilanci, piani regolatori…) ricerche, inchieste, dati elettorali, interviste a personaggi importanti dell’epoca: politici, amministratori, sindacalisti, allenatori di calcio, medici di base ed altri, che oggi costituiscono dei veri e propri documenti storici, utili per capire, come ho già sottolineato, la situazione politica, economica, sociale e culturale dell’epoca, ma anche per confrontare i progressi fatti, gli errori compiuti, i problemi ancora aperti, per conoscere e ricordare persone di quei tempi, tutte protagoniste, in diversi modi, della vita caeranese agli inizi degli anni Ottanta. Lengualonga interveniva su tutto e non si limitava a fare satira o sterile opposizione al potere costituito dell’epoca, esprimeva anche idee e proposte costruttive sulla vita e le scelte che si facevano allora in paese.A volte centrava i problemi, vedeva accolte le sue intuizioni o pressioni sugli amministratori locali, a volte veniva ignorato, a volte sbagliava e le sue critiche risultavano infondate o eccessive, come capita a tutti, ma sicuramente, nel suo piccolo, ha contribuito al dibattito ed allo sviluppo culturale e civile di Caerano. Per questo, val la pena ripeterlo, meriterebbe di trovare un posto, seppur piccolo, nella nostra storia locale.

Prima copertina di Lengualonga a gennaio 1982

Chi di migrazione ferisce di… migrazione perisce!

Dopo siffatta rielezione di Mattarella e la solita brutta figura del fanfarone Salvini, riprenderà la migrazione dei leghisti verso la Meloni. Molti di loro, infatti, invece di darsi da fare per cambiare condottiero, puntando a persone più presentabili, più serie nel combattere la pandemia di Salvini e della stessa Meloni, che insieme a La Verità stanno strizzando l’occhio ai no vax, ai no green pass, per fini elettorali o di aumento della scarsa tiratura, a diventare europeisti convinti e a creare una destra moderata, diciamo alla Giorgetti, più adatta a governare questo nostro Paese, continueranno ad abbandonare il tanto decantato (un tempo) Salvini e a rincorrere l’ossessione e la chimera del sempre nuovo salvatore della Patria. Adesso l’uomo (pardon) la donna della Provvidenza sarà la urlatrice romana, politicante fin dalla più giovane età, complice di governi fallimentari, quasi mai presente in Parlamento, se non per sgolarsi e mostrare le vene rigonfie del collo, opportunista come pochi scegliendo un’opposizione preconcetta in un periodo di grave crisi sanitaria ed economica del Paese, solo per arraffare i voti degli eterni scontenti di tutte le risme e ora anche dei no vax, dei no green pass, dei complottisti, degli sciamanisti, dei creduloni, degli alternativi di ogni genere, da sommare a tutti i nostalgici del Ventennio. Così molti leghisti, soprattutto la plebe leghista, cioè i peggiori, quelli con i corni celtici, gli evasori fiscali seriali, i pasdaran razzisti, i venetisti ignoranti di storia, privi di senso civico, anti politici e populisti, quelli dei vari “bar sport” delle terre nordiche, cambieranno casacca, inseguendo l’oppositore/a di turno che promette mari e monti in un paese ingovernabile di cui loro, proprio loro sono i primi responsabili, insieme a tanti altri italiani. Così abbandoneranno la lega anche i secessionisti, gli autonomisti radicali, quelli che anche di fronte alla prova della pandemia, continuano a pretendere un’autonomia casinista, dove sanità e scuola continuino ad essere nelle mani di Regioni balorde in cui ogni governatore si fa i fatti suoi. Così dopo aver digerito la improbabile svolta… di Salvini verso il Sud, cadranno nelle grinfie della più nazionalista di tutti, secondo la tradizione fascista, la capa di fratelli d’ Italia che tollera ancora al suo interno, ed anche al suo prossimo esterno, personaggi dediti al saluto romano e apologeti del tragico Ventennio. Spero che i tanti leghisti seri, che ci sono eccome, anche a Caerano, sappiano contribuire a che l’Italia non precipiti nelle mani di una destra estrema alleata con le peggiori destre europee e mondiali, che vogliono muri, che limitano i diritti umani, che non accettano di ridistribuire i migranti, che l’Europa e l’Italia aiutano economicamente e che ci fregano le industrie, come fanno le destre ungheresi, polacche ecc. E’ meglio perfino che tornino con il vecchio e ormai “moderato” Berlusconi, un politico d’epoca, un usato almeno più sicuro, in linea con un Europa ancora più europea, che sola può garantirci un futuro migliore.

Affondamento piroscafo Umberto I – 8 giugno 1916

Dal libro “Ai prodi figli di questa terra. 1921-2021 Cento anni del Monumento ai Caduti di Caerano di San Marco” di Mauro Marconato e Eugenio Dal Pra’. Ed. Zanetti. Discorso di Silvio Forcellini, sergente maggiore di fanteria che all’inaugurazione del Monumento nel 1921 ricorda l’affondamento del piroscafo Umberto I nel quale morirono 6 caeranesi: “… Giungemmo a Vallona (Albania) il mattino successivo ed i reparti del nostro 55° Fanteria si divisero nella vasta zona che doveva essere da noi occupata. Noi compaesani di Caerano ci dovemmo separare tutti: il più vicino, che rividi qualche volta, rimase Precoma Primo. Ed allora era per noi (due) una vera festa, poiché in quella vita aspra e selvaggia ci era dolce conforto lo stare insieme pensando alla nostra terra lontana ed agognando ansiosamente di rivedere la nostra piccola Patria. L’offensiva austriaca negli altipiani di Asiago sferrata nel maggio 1916 ci fece richiamare tutti improvvisamente, inaspettatamente lassù. La sera dell’8 Giugno collo stesso piroscafo lasciammo il porto di Vallona, contenti di rivederci riuniti e quasi felici nella speranza di rivedere una volta ancora i nostri cari prima di raggiungere la nuova fronte: a quanto ci sarebbe potuto capitare poi, non si pensava che in modo vago e indefinito. E uscimmo da Vallona sul tramonto, lentamente, quasi in religioso silenzio! Un’ora dopo (non erano ancora le 21) un colpo terribile si fa sentire nella nostra nave: uno schianto, un frantumar di vetri, un sordo scrosciar di acqua che precipita e allaga i vani interni della nave dalle ampie falle dei fianchi squarciati; tutta la gente atterrita e come impazzita, grida e corre. … Vidi i più coraggiosi saltare nell’acqua, altri correre sopra coperta, sperando una miracolosa salvezza. Non si vedevano che braccia alzate, non si sentivano che grida di spasimo e di suppliche ed accenti di disperazione. Intanto la prora affondava. Non vidi più nulla perché ad un dato istante, forse per il troppo carico, la nostra scialuppa non ci resse più e ci sommerse tutti. Anch’io gridai disperato, come tanti avranno gridato: Mamma, Mamma, aiuto, aiuto! … Mi capitò vicino un pezzo di tavola, credo sarà stato un rottame del bastimento: mi aggrappai fortemente, e con esso potei tenere la testa fuori delle onde e respirare. … Una delle ombre nere che prima vedevo lontane si fece sempre più grande, verso la mia direzione, era una torpediniera alla ricerca dei naufraghi. … Mi venne calata una corda cui mi arrampicai come un forsennato, e fui salvo. … Era l’una dopo mezzanotte. Il mattino cercai dei miei compagni e compaesani: non rividi che Bianchin Pietro-Ludovico che, dopo la ritirata, morì prigioniero. Gli altri erano tutti periti”. L’affondamento del piroscafo Umberto I, di cui parla Silvio Forcellini, avvenuto nel giugno del 1916, fu il più grande disastro della marina militare italiana durante la prima guerra mondiale. La nave era salpata dal porto di Valona l’8 giugno, verso sera, e doveva portare in Italia i fanti del 55° Reggimento. Fu colpita da due siluri austriaci lanciati da un sommergibile del tipo U5. A bordo c’erano circa 2821 persone e i morti furono 1926. Tra questi ci furono 6 caeranesi: Eustacchio Bordin, Mansueto Tonello, Francesco Casagrande, Luigi Bonora, Lorenzo Fruscalzo, Primo Precom