Saõ Tomè, l’isola che… c’è. 21/31 gennaio 2019

Quando l’amico Gino, il nostro mentore e fondatore del gruppo Silver Slow Food, mi propose un viaggio a São Tomè, rimasi sorpreso e sconcertato.  Malgrado i miei lunghi ed antichi studi umanistici non sapevo esattamente dove fosse questo luogo, anche se il nome mi fece subito pensare a qualcosa di brasiliano o comunque di portoghese, ed allora andai in rete, oggi si usa così, e trovai che la nostra metà sarebbe stata un’isola del golfo di Guinea, una ex colonia del Portogallo, resasi indipendente nel 1975 ed ora repubblica presidenziale, costituita da un piccolo arcipelago, comprendente anche l’isola di Principe ed altre minori. Mi chiesi subito il perchè di questa idea, cosa avesse di particolare questa isola, ma siccome i viaggi di questo nostro gruppo di anziani “esploratori”, numerosi in passato, erano stati tutti interessanti, essendo nostra vocazione ed abitudine quella di visitare, nelle nostre mete, le comunità del cibo locali, i piccoli villaggi, gli agricoltori, i laboratori dove si salvaguardano produzioni a rischio di estinzione, decisi insieme a mia moglie di aderire a questa nuova avventura, malgrado i costi piuttosto alti.  Speravo, come sempre, di poter conoscere la biodiversità di quei territori, quelle popolazioni autentiche, vere, di entrare in contatto con i loro problemi, la loro reale vita quotidiana, ancora immune dai diffusi artifici del turismo ormai planetario, con la loro originalità e purezza di cuore, il sorriso loro e soprattutto quello dei loro bambini, che a noi europei, pieni di tutto ma spesso insoddisfatti, sembra stridere con le condizioni essenziali o addirittura di povertà di questi luoghi altri, diversi. In genere siamo abituati a misurarli con il nostro metro di giudizio occidentale, influenzato dal confronto con le nostre case, con il nostro benessere, le nostre ricchezze, i nostri costumi, i nostri servizi, le nostre tecnologie ecc. e magari ci sbagliamo di grosso. Trattandosi poi di Africa, di un piccolo paese quasi pre-turistico, immaginavo di vivere almeno una parvenza di quelle emozioni che sicuramente hanno provato i tanti esploratori veri che hanno incontrato questi mondi lontani e “misteriosi” nei secoli scorsi. Il gruppo di aderenti, alla fine, non fu molto numeroso ed invece della solita ventina ci ritrovammo in tredici coraggiosi, a sperimentare un viaggio un po’ insolito ed anche stimolante.  Era prevista anche una sosta e visita a Lisbona e pensai che, male che andasse, la città lusitana avrebbe comunque riscattato e ammortizzato viaggio e costi relativi.  Il primo problema da affrontare fu quello del rischio di febbre gialla e di malaria, ma alla fine io e mia moglie non facemmo alcuna vaccinazione o profilassi antimalarica, per l’età avanzata e per un fiducioso affidarsi alla divina provvvidenza. In compenso mia moglie si forni di una serie collaudata di disinfettanti specifici, da spruzzare nelle camere e sulla nostra pelle scoperta, e addirittura di un prodotto da irrorare su tutti gli indumenti, prima della partenza. Partimmo così come ad una guerra contro le zanzare, pronti a respirare per 10 giorni dei fetidi miasmi miracolosi. Il gruppo era poco numeroso, ma ci conoscevamo quasi tutti e l’ affiatamento era abbastanza assicurato, pur con tutti i limiti costituiti dai diversi caratteri e dalle diverse abitudini di vita. Partiti da Venezia a sera inoltrata, abbiamo pernottato a Lisbona e il giorno dopo siamo partiti per São Tomè con scalo tecnico ad Accra. L’impatto con l’isola è stato caldo e nuvoloso, con un alto indice di umidità che ci ha accompagnato per tutto il viaggio. La cittadina di São Tomè, capitale dell’omonima isola, mi è sembrata subito un residuo coloniale abbastanza malandato, con edifici in parte diroccati o comunque di scarsa rilevanza architettonica, eccetto qualche costruzione di epoca portoghese ed il palazzo presidenziale. Alcune costruzioni conservano ancora le tracce colorate di rosa, di azzurro o di giallo, risalenti alla dominazione portoghese, iniziata nel 1640 con il loro sbarco ad Anambo e terminata nel 1975, dopo cinque secoli, con l’agognata e lottata indipendenza dal Portogallo. L’isola all’epoca dello sbarco portoghese era completamente disabitata ed anche la gran parte delle coltivazioni di frutta e di spezie furono introdotte dai nuovi colonizzatori. Qualche chiesa testimonia la netta prevalenza della religione cattolica e tra queste risulta interessante la cattedrale, dove si trovano alcune decorazioni in ceramica di pregevolissima fattura. Solo qualche recente complesso turistico ed il lungomare molto bello, in cui stona tuttavia lo stato tristissimo di una vecchia e lunga balaustra, ridotta a pezzi ed orfana da troppo tempo di cura e manutenzione, riscatta almeno in parte il declino decennale di questa capitale dell’arcipelago. Interessanti anche la vecchia fortezza di São Sebastião, con il faro che domina il porto e che ospita un pregevole museo etnologico e storico, e la zona costiera e periferica abitata da pescatori coraggiosi, che sfidano l’oceano con le loro semplici barche, ricavate da enormi tronchi di legno.  Oltre che pescatori, gli abitanti dell’isola, i santomensi, sono anche agricoltori e sono in parte eredi degli antichi schiavi che, prelevati dall’Africa, venivano raccolti nell’isola prima di essere trasferiti in America, e in parte immigrati dalle ex colonie portoghesi di Angola e Mozambico e da Capoverde. Pochi sono i portoghesi rimasti, che controllano tuttavia molta parte dell’economia locale, insieme a qualche altro europeo, tra cui spicca Claudio Corallo, con la sua famosissima cioccolateria, che perpetua la tradizione dell’isola, che è stata, soprattutto in passato, una grande produttrice mondiale di cacao ed anche di caffè. Non mancano volontari, anche italiani, che lavorano per delle ONG nella formazione e nella lavorazione di prodotti locali, in particolare farine e frutta.  Un terzo circa di São Tomè è un grande parco naturale, privo di strade carreggiabili e che non abbiamo visitato, paradiso per il trekking e per vacanze avventurose ed itineranti. Tutta l’isola è comunque una grande ed unica foresta, che copre il 90% del territorio, di una richezza straordinaria, che ospita piantagioni ed alberi di ogni tipo, che sfidano altissimi il cielo, alcuni di dimensioni enormi, come i baobab che abbiamo visto giganteggiare nell’unica e marginale zona a savana situata ad ovest della capitale. A São Tomè non mancano le montagne, la più alta delle quali supera i 2000 metri, ed anche dei grandi monoliti di basalto che spiccano solitari nel verde panorama di palme di ogni tipo e di alberi secolari. L’isola è di origine vulcanica, per cui l’oceano che la circonda lambisce una costa rocciosa e sassosa, nerastra, soprattutto sul lato occidentale, mentre dall’altra parte, verso l’Africa, non mancano le spiagge sabbiose, di un colore bruno arancione, che costruisce variopinte sfumature colorate e contrasti forti con il nero delle rocce, gli azzurri molteplici del mare ed il bianco fluente e schiumoso delle onde, che frangono a riva. Piacevolissima l’acqua dell’oceano, tiepida al punto giusto, ma con una forza notevole, che ti scaraventa verso la spiaggia con le sue onde impetuose e poi ti trascina indietro, risucchiato dalla forza della sua risacca. La ricchezza di fiori coloratissimi, che abbiamo ammirato nell’ orto botanico di Bon Sucesso, e le piante di cacao e caffè, di vaniglia e di banane, di mango e di manioca, di frutto della passione e di jack fruit, di papaia e di albero del pane, di pepe e di avocado sono diffusissime ovunque, circondano le case dei villaggi, quasi tutte di legno e costruite su palafitte, per tenere lontani gli animali e l’umidità, e rappresentano anche una fonte di alimentazione spontanea e facilmente disponibile.  A proposito di cibo, nelle tavole dei centri turistici, ma credo anche in quelle degli abitanti locali, dominano la frutta e il pesce, cucinato in genere alla griglia ed anche molto buono, come abbiamo potuto constatare e sperimentare nel laboratorio di cucina dello chef João Carlos Silva, famoso ben oltre i confini dell’isola, nella sua Roça S.João, dove siamo stati ospiti in una vecchia abitazione padronale portoghese, al centro di una tenuta agricola importante ed ancora attiva. Abbiamo preparato insieme al suo staff di cucina, studenti in formazione nella sua scuola alberghiera, e poi consumato in allegria e fratellanza un pranzo di classe, divertendoci anche con le nostre bandane rosse, di berlusconiana memoria, che accentuavano i tratti invecchiati dei nostri visi, le orecchi ingrandite e i nasi prominenti.  Appassionato d’arte il cuoco ha allestito anche un interessante museo di arte moderna, pieno di opere originali, che rendono la sua roça un angolo di relax ed anche di notevole spessore culturale. Tornando a parlare della gente dell’isola, ciò che ha colpito maggiormente tutti noi sono stati i bambini, che abbiamo incontrato dappertutto: nei cortili, nelle aule, in gita scolastica, lungo le strade, affacciati alle porte o ai balconi delle case, e poi le donne, moltissime in attesa, dedite ai bucati lungo i torrenti, al trasporto di panni e secchi d’acqua sulla testa, ad accudire i figli, ad essicare e preparare il pesce, a lavorare la frutta ecc. Gli uomini, invece, sono dediti soprattutto alla pesca e spesso, armati di macete, li abbiamo incontrati lungo le strade o li abbiamo visti sbucare dalla fitta foresta con la legna o la frutta raccolta. Molti, come spesso accade in questi paesi del terzo mondo, scarsi di occasioni lavorative, li abbiamo visti seduti, in ozio almeno apparente, lungo le strade o nelle piazze dei villaggi, a far trascorrere le ore, in luoghi dove la dimensione del tempo è diversa da quella a cui siamo abituati noi europei. Probabilmente una volta, anche se in un clima di sfruttamento e dipendenza, era diverso e sembrano testimoniarlo, con un interessante profilo storico, architettonico ed economico, le numerose roça, vecchie aziende coloniali, dove si raccoglieva e lavorava il cacao ed il caffè. Erano insediamenti operativi e sociali, dove oltre alle costruzioni aziendali c’erano le case dei lavoranti, scuole, ospedali, spazi ricreativi ecc. che impegnavano le giornate dei santomensi. Oggi sono invecchiate ed in parte abbandonate oppure ospitano qualche cooperativa e delle comunità che sopravvivono in condizioni simili allo stato stesso di quei vecchi edifici coloniali. Voglio terminare questa mia fatica letteraria con due accenni, ai posti più belli e suggestivi:

  • Praia Inhame, il resort immerso nel verde, con dei bungalow confortevoli, di legno, in perfetto stile saotomense, alle spalle di una splendida spiaggia, forse la più affascinante della costa orientale, dove capita anche di vedere le tartarughe. E’ stato un giorno di relax, di distensione totale, tra le palme protese verso l’oceano, le orme dei granchi sulla sabbia dorata, un sole di vivida luce, che rendevasempre più evidenti ed esaltava i turchesi del mare, i verdi variegati delle piante, i neri intensi delle rocce basaltiche. Un ultimo paradiso, che veniva proprio alla conclusione della nostra permanenza nell’isola.
  • Mucumbli, il luogo fatato dove abbiamo trascorso i primi due giorni, un eden verde ulteriormente valorizzato dalla squisita presenza di Tiziano, di sua moglie e della figlia adottiva, che ci hanno trattato benissimo, facendoci assaggiare il Calulu ed il Molho no Fogo, due piatti tipici locali, e per la suggestione delle terrazze del ristorante e dei bungalow, affacciate sul sottostante oceano, da cui, negli squarci tra gli alti alberi della rigogliosa foresta, si intravvedevano sfilare lente e fiduciose le semplici barche dei pescatori isolani, quasi smarrite nella immensa e liquida superficie grigiastra. Qui, assaporando solitario un insolito tramonto, mi sono sentito ispirato ed ho composto questi pochi versi, che Tiziano ha inserito nel suo libro degli ospiti.

Mucumbli (São Tomé)
Sordo impatto
di ritmiche, schiumose onde
su neri sassi
di vulcanico basalto
accompagna un rapido tramonto
di quiete equatoriale.
Ascolto solitario
dal terrazzo proteso
sulla selvaggia riva
sopra i molteplici verdi
di una panica foresta
i miei silenzi
e il canto stridulo del selele 
che trasporta i miei pensieri
nel lontano orizzonte
dove il cinereo cielo
si perde nel grigiore esteso
del vasto oceano.
Lievi barche di pescatori
su acque profonde
remano un atteso rientro
con magro bottino
alla essenziale dimora
ed al parco desco
nella umida sera.
Non voglio andare
seguire il correre di altre vite
voglio un soffice oblio
in cui affogare
i ricordi di un amore perduto
smarrirmi in un pianeta di luce
dove non volino parole vuote 
e gli uomini non siano involucri
di misere ipocrisie. 
Vorrei assopirmi 
in questo angolo di pace
di fogliami rigogliosi e perenni
tra fiori di velluto colorato
e frutti dai nuovi sapori
dove il tempo si è fermato
incerto tra  il nostro futuro
e il restauro di un mondo altro.
 

Da “Sguardi dal ponte” – Pietro Cadorin (Peaòche)

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Pietro Cadorin (1898-1967), detto “Peaòche”, abitava in Via La Violetta. Aveva delle pecore, che portava a pascolare sulle colline, e spesso metteva a disposizione il suo montone per inseminare le pecore altrui. Teneva in casa anche galline ed oche, alle quali evidentemente deve il soprannome che lo caratterizzava. Era un tipo sanguigno ed orgoglioso, intelligente ed intraprendente, che teneva molto alla sua dignità.
Si racconta che, quando lavorava presso il pastificio di Ado Stocco (detto Barbe Stocco), al padrone, che probabilmente era un tipo diffidente e sospettoso e si era permesso di perquisirgli le tasche, abbia urlato: “Cossa fatu, porco zio! tu me palpa e scarsee?, che sia a prima e ultima volta, se no tire fora a rivolta (rivoltella o pistola)”.
L’esclamazione “porco zio” era frequente nel suo parlare, caratterizzato da uno strano ed artificioso accento venezianeggiante, che ostentava come segno delle sue lontane e fantomatiche origini di nobile patrizio della Serenissima repubblica veneta, di “sangue bleu”, come diceva lui.
Neanche fosse un leghista ante litteram!
In realtà doveva avere ben altre impostazioni ideali e filosofiche, se è vero che Ilario Fasan, scomparso di recente, mi ha raccontato di aver disegnato, in occasione di una tornata elettorale, falce e martello su entrambi i fianchi della mussa Gina, che tirava il carretto dalle grandi ruote, tipo i carretti siciliani, con il quale Peaòche trasportava merci per conto terzi. Andava a Treviso a prendere i prodotti di monopolio: sale, zucchero, ecc. per Valerio Fenato, padre di Mario e Laura, che aveva un negozio di alimentari vicino a casa sua, o faceva analoghi servizi di trasporto per altri, per lo stesso Barbe Stocco o per il fabbro Bruno Rossi, dove lavorava Ilario Fasan.
Sulla sua mussa, che guidava con due soli e cifrati comandi: sarùc (ferma) e àri (avanti), ho sentito raccontare diversi aneddoti simpatici. Una volta aveva trasportato col suo carretto dei tubi per Bruno Rossi, che doveva aggiustare la fontana ancora oggi esistente in Via Vallon, nella strada tra l’agriturismo Col delle Rane e casa Brombal. Ilario Fasan ed altri operai del Rossi, mentre lui era a bere un “goto” dai Brombal, gli nascosero la mussa in mezzo al “suturco”. Tornato dopo la breve sosta, i burloni si divertirono a sentirlo urlare: “Porco zio! me e scampà a mussa” e a chiamarla disperato.
Erano stupidaggini, ma una volta ci si divertiva anche con queste bravate, quasi sempre innocenti e senza malizia, che finivano poi per essere raccontate nei filò o nelle osterie.
Una volta, verso Treviso, ad un passaggio a livello particolarmente obliquo rispetto alla sede stradale, le ruote del suo carro si incastrarono dentro le rotaie. Mentre cercava di rimediare, le sbarre si chiusero, con il rischio imminente che carro e mussa venissero travolti.
Pietro Cadorin non si perse d’animo e visto nei pressi un negozio di quelli di allora, dove si trovava di tutto, comperò alcuni petardi, che corse a collocare sui binari. Poco dopo il treno in arrivo li fece scoppiare ed immediatamente frenò, cigolando e sferragliando.
Così mussa e carro furono salvi. La sua mussa doveva essere speciale, selvatica e irrequieta, ed era solita sdraiarsi per terra e non muoversi più se incontrava o veniva condotta vicino a gruppi di persone estranee, oppure si scatenava se veniva montata in maniera anomala.
Un episodio del genere capitò a Gino Gallina, che gliel’aveva chiesta in prestito.
Dopo averla vista rifiutarsi di riprendere il cammino, per ben due volte, dopo altrettante soste in osterie sulla strada per Maser, al terzo rifiuto, spazientito, prese a bastonarla.
La mussa partì in picchiata, col cugino di Gino sul carretto e si fermò solo sui campi di Villa Barbaro, rincorsa dal fattore inferocito, perché stava rovinando i raccolti.
Un altro episodio simile toccò a Mario De Bortoli che, avendola montata di brutto, senza gli abituali accorgimenti del padrone, se la vide partire in corsa sfrenata e pericolosa, fino a fermarsi, per fortuna, davanti ai cespugli di rovi che costeggiavano la“Camuea”, canale che corre ad ovest del territorio caeranese.
Peaòche era famoso anche per una filastrocca che amava ripetere trastullandosi con la lettera iniziale del suo nome di battesimo.
Metteva in fila una lunga serie di parole, procedendo per associazioni, per assonanze o a caso: “Pietro, Paolo, Panza, Pittore, Poco, Pagato, Pazzo, Puttaniere, Porco… Passaporto, Parte, Per, Parigi…” creando una curiosa tiritera che ognuno poteva continuare a piacimento.
Pietro era stato sfortunato nella vita: aveva il braccio sinistro deforme, corto, di origine focomelica, una malattia che causava malformazioni agli arti e che negli anni ’60 fu associata all’uso del talidomide.
Inoltre, quando lavorava in pastificio, aveva rischiato di perdere anche l’altro braccio, sotto una pressa. I medici volevano amputarglielo, ma lui si oppose. Ebbe ragione perché riuscirono a salvarglielo, dopo un lungo periodo di cure e di ricovero in ospedale.
Io l’ho conosciuto e ricordo di avere avuto con lui uno strano, breve colloquio, che mi fece una certa impressione (ero molto giovane) per una sua frase che mi è sempre rimasta dentro: “Io non credo in Dio, credo nel Supremo”, mi disse.
Una simile affermazione, in bocca ad un pastore di pecore, avvolto nel suo nero tabarro, mi ha fatto pensare molto allora, quando stavo cercando di districarmi al meglio tra fede e ragione, ed oggi mi piace immaginare che “Peaòche” fosse una persona particolare, a suo modo colta, con qualche lettura o informazione sul deismo, una teologia nata in Inghilterra e poi diffusasi soprattutto in Francia.
Il deismo nega ogni forma di rivelazione divina e crede in una divinità razionale che mette in secondo piano il culto e si concentra sull’interpretazione filosofica di Dio. Ma forse lui non ne sapeva niente. Non so cosa intendesse dire esattamente, o non ricordo bene, ma penso volesse dirmi che lui non credeva in una divinità personalizzata, ma in un’entità superiore, astratta, quasi laica. Non so se ne parlasse anche con gli amici di osteria, credo di no, ma io voglio ricordarlo come un tipo originale, anche lui in scarsa sintonia con la società molto conformista di quei tempi.
Nella foto, Pietro Cadorin, Maria Carelle e Lucina Zanchetta davanti alla vecchia osteria Minora (da Bambin)

Chi semina odio, raccoglie… Meloni

Salvini, il grande Capitan Bullo, sembra ormai fuso dal caldo di agosto e dalle sue recenti frequentazioni balneari. Sbuca ogni giorno dallo schermo delle sue dirette facebook con gli occhi spiritati, il volto tumido, la barba lunga, l’espressione di chi non ha dormito di notte. 
Bastonato di santa ragione (malgrado i continui baci al rosario) da Conte in Senato, ha fortemente compromesso il mito del cavaliere invincibile ed ha perso la sua battaglia: quella di staccare la spina al governo e monetizzare elettoralmente il consenso, ipotizzato dalle elezioni europee e dai sondaggi e cresciuto grazie alla sua feroce battaglia contro i migranti e le ONG (che accusa di complicità con i trafficanti di uomini, malgrado nessun magistrato abbia mai trovato la men che minima prova) ed all’ampia licenza di sparare ai ladri nelle case private. Per i ladri di scuole, di ospedali, di case per i terremotati, di aiuti per i poveri, cioè per gli evasori fiscali che stanno rovinando da anni questo paese, invece, solo condoni e favoritismi vari.
Ma questa volta il grande stratega ha sbagliato i conti, perché l’Italia ha una Costituzione che impedisce di andare alle urne ogni volta che dei capipopolo d’accatto pensano di trarne vantaggio, a seguito dei risultati di elezioni europee, regionali o comunali o di sondaggi. Lui e la Meloni nazionale, che non hanno mai lavorato né studiato tanto, hanno gioito e speculato sull’introduzione obbligatoria dell’educazione civica nella scuola, ma farebbero meglio a frequentare loro un corso accelerato di questa importante disciplina scolastica. Sono incompetenti, trasformisti ed opportunisti. Quando, infatti, nel 2014, il PD passò dal 25% alle politiche dell’anno prima al 41% delle europee, perché non hanno chiesto anche allora le elezioni subito per interpretare e sancire la volontà popolare? Il PD di Renzi non le chiese per responsabilità nei confronti dello Stato in crisi e per rispetto della Costituzione. La stessa Costituzione che dice che si vota per il Parlamento ogni 5 anni e che la Lega è attualmente solo il terzo partito, visto che ha tradito cinicamente i suoi alleati del centrodestra dopo l’ultima campagna elettorale (insieme avevano circa il 37%).
Salvini snocciola ormai incessantemente la sua tiritera, diventata ormai ossessiva e monotona come le canzoni estive, i tormentoni da spiaggia. Il suo vero rosario non è quello che bacia impunemente, ma è il mantra seguente: complotto dell’Europa, Merkel e Macron, Renzi e Boschi, ONG e migranti, Conte e Di Maio, Monti e Fornero, Bibbiano e terremotati, ladri e zingari, popolo ed elezioni, piazza e ribellione, il tutto condito da blasfemi richiami, ogni tanto, al Cuore Immacolato di Maria… Dei veri problemi, dell’economia, del bilancio statale, dei risparmi dei cittadini, delle mafie ecc. non gliene frega niente. E’ una continua litania di nemici da additare a tanti sprovveduti che ci credono e di personaggi ed eventi che addita al popolo come emblematici del mal governo degli altri, come Renzi, con cui parla poi amabilmente in Senato, o come Zingaretti, al quale poi telefona per sapere se anche lui avrebbe sostenuto il ricorso alle urne. Tutta fuffa ed inganno dei suoi creduloni seguaci. E’ uno come tanti altri, trafficone politico ed attaccato alle poltrone.
Povero capitano, criticato perfino da Maroni, per aver sbagliato i tempi della crisi e per essersi fidato del segretario del PD.
Per un anno e mezzo ha fatto terra bruciata in Europa, criticando ed insultando tutto e tutti, non ha mai fatto niente per modificare il Trattato di Dublino, assente a tutte le riunioni ad hoc, confermando ai politici europei che contano il vizio assenteista di cui aveva già dato prova a Strasburgo e confermato in Italia dalle sue pochissime presenze al ministero, impegnato in una continua campagna elettorale a base di felpe e lidi festaioli.
Ora passerà all’opposizione e, privo di corretezza istituzionale com’è, invece di fare un’azione responsabile di contrasto alla nuova e legittima maggioranza parlamentare, come farà perfino Berlusconi, avvierà una truce e perenne campagna elettorale, che sarà piena di fake news, come le seguenti: 
– Accuse all’Europa, senza la quale non andremo da nessuna parte, sottraendosi ad ogni tentativo di modificare il trattato di Dublino, l’unico modo per risolvere veramente il problema dei migranti. Complotto europeo per far cadere il governo, preparato da tempo, secondo lui, da Conte e Merkel, quando sappiamo tutti la verità e cioè che l’intero popolo leghista del Nord gli chiedeva da mesi di mollare i 5 stelle. 
– Richiamo a fantomatici risultati positivi dell’anche suo governo, che invece ha portato il paese dal + 1,5% di crescita al – 0,1% e che ha finanziato quota 100 e reddito di cittadinanza in deficit e ipotecando un aumento spropositato dell’IVA.
– Confronto tra i poveri, i terremotati abbandonati dai precedenti governi e i soldi che si spendono per i migranti. E’ vero che i migranti sono calati, non solo per merito suo, ma i terremotati ed i poveri sono ancora tutti nella stessa situazione dopo 14 mesi dell’anche suo governo.
– Richiamo del tema dei truffati delle banche, che saranno risarciti in minima parte, ma che saranno nuovamente aizzati contro Renzi e Boschi (padre intanto assolto!) proprio da chi con la fallita banca della Lega Nord ha truffato in passato un sacco di onesti clienti e poi ha truffato anche gli italiani con i famosi 49 milioni di euro (truffa accertata dalla magistratura). Da notare che il governo Renzi, anche se nessuno ne tiene conto, ha avuto il coraggio di porre fine allo scandalo delle varie banche di territorio che venivano gestite in modo clientelare, che falsificavano i bilanci, che non volevano fondersi e che fissavano loro, arbitrariamente, il prezzo delle azioni.
– Nuove promesse di cose che non ha fatto, tipo il rimpatrio di 600.000 migranti, la flat tax, l’eliminazione delle accise sulla benzina, l’autonomia differenziata delle regioni del nord… Con l’aggravante che il governo l’ha fatto cadere lui, non certo Conte, e con la farsa finale che, pur di salvare le poltrone e riparare all’errore fatto, ha perfino offerto a Di Maio (malgrado il capovolto rapporto di forza dopo le Europee – 34% contro il 17% -), il posto di Presidente del Consiglio. Confusione totale del grande e invincibile capitano.
– Nuove promesse al Sud per un roseo futuro di progresso quando, contemporaneamente, vuole scardinare il sistema regionale italiano, non rivedendolo interamente, comprese le regioni a statuto speciale, ma favorendo alcune regioni del nord. E tutti al nord sanno benissimo che ai nostri leghisti non gliene frega niente del Sud e che le spinte antimeridionaliste e secessioniste sono sempre vive, in modo più subdolo ed ipocrita di prima. 
– Battage meschinamente pubblicitario sulla pelle dei bambini del caso Bibbiano, dove magari sono coinvolti alcuni iscritti PD, ma che lui, brandendo vangelo e rosario, utilizzerà contro tutto il partito democratico, come se per alcuni carabinieri che hanno ucciso Cucchi fosse responsabile tutta l’arma dei Carabinieri o come se per colpa dei suoi capigruppo Molinari e Romeo, condannati attualmente per peculato, fosse responsabile tutta la Lega.
Potrei continuare, ma so che la fantasia del grande capitano ne inventerà altre di balle elettorali ed è impossibile rincorrerlo, tranne che per i suoi fedelissimi, inguaribili ottimisti e seguaci, che non possono mettere in discussione il “verbo” di chi ha la protezione del Cuore Immacolato di Maria.
Speriamo almeno che ci risparmi l’escamotage di far apparire, in suo favore, la Madonna, di cui è notoriamente tanto devoto.

Sindaco picchiato dai nomadi: rabbia, ma non solo.

Ho letto un po’ in ritardo la notizia della vergognosa aggressione al sindaco di Caerano, Gianni Precoma, mio ex alunno, al quale, al di là delle diverse opinioni politiche, mi lega un lungo rapporto di stima ed affetto ed al quale auguro una pronta guarigione. 

Ho letto anche, in facebook, sinceri post di solidarietà ed incoraggiamento, ma anche la solita, inevitabile serie di espressioni rabbiose, di violenze verbali, di incitazioni all’odio, a cui ormai siamo abituati, ma non… rassegnati.

Ho dubitato molto se valeva la pena intervenire, ma poi ho letto uno scontato e strumentale riferimento ai “buonisti” da parte di un giovane seguace della “melonara” nazionale e sovranista ed ho deciso di postare alcune riflessioni personali, pur non ritenendomi un buonista.

La prima è che, se ci sono i buonisti, ci sono anche i cattivisti, anzi in questo momento i secondi sono ben più numerosi dei primi, anche se molti non ammettono di esserlo, avendo perso anche il senso di ciò che vuol dire essere “buoni” cattolici, malgrado apprezzino le invocazioni di moda alla madonna ed al vangelo da parte del nuovo guru leghista.

La seconda è che i nomadi in oggetto sono italiani, quindi “primi” anche loro, piaccia o non piaccia, a dimostrazione del fatto che non tutti gli italiani meritano di essere “primi”, ad esempio non lo meritano i mafiosi, i corruttori e corrotti, gli evasori fiscali, i delinquenti, gli uxoricidi, gli spacciatori di droga e i ladri, come sembra lo siano anche alcuni o molti nomadi o zingari. Questi che hanno picchiato Gianni sono nati in Italia, figli della “storica” Delfina, che è stata ospitata, tollerata e aiutata “cristianamente” per anni in paese, ai tempi della Democrazia Cristiana. Da quello che so hanno la residenza a Crespano o a Cavaso, comunque nella Pedemontana, ma nessuno li vuole e quindi girano, accampandosi preferibilmente a Caerano, dove hanno passato la loro infanzia. Non credo siano protagonisti dei furti a Caerano, magari operano fuori paese, e non penso siano i soli o i principali responsabili delle immondizie lasciate in giro per le nostre strade. Infatti, a seguito dei controlli fatti con Contarina nei cinque anni passati, i seminatori di sacchetti erano cittadini “normali”, italiani, neanche stranieri. 

Con questo non voglio giustificare nessuno, tanto meno l’atto di violenza compiuto contro il sindaco, che va denunciato e punito secondo le leggi vigenti. 

La terza riflessione, a proposito di leggi vigenti, è che noi siamo il paese di Cesare Beccaria, della sua opera “Dei delitti e delle pene”, nella quale viene codificato il principio, riconosciuto in tutti i paesi civili e democratici, del rapporto tra i reati commessi e le pene conseguenti. Molti di coloro che, nei post che ho letto, invocano i lanciafiamme o il carcere a vita non sanno di cosa parlano e magari sono proprio quelli che mai chiederebbero l’ergastolo per chi compie quotidianamente in Italia furti e reati contro lo stato, cioè tutti noi, attraverso le varie forme di evasione fiscale, delitti ben più gravi socialmente del furterello in casa o del borseggio, se valutati non solo da un punto di vista strettamente personale. Se questi sono italiani non possono essere espulsi, se commettono dei reati vanno giudicati come tutti, secondo le leggi vigenti, se sono nomadi devono avere dei posti dove fermarsi. Ma dove e come?

La quarta riflessione riguarda proprio questo punto. Di fronte a molti nomadi che si sono inseriti, vivono in case, lavorano ecc. ce ne sono altri che continuano a vivere secondo la loro cultura e le loro tradizioni, che magari noi troviamo strane ed inspiegabili. L’unica soluzione, secondo me, è quella di piccole aree minimamente organizzate ed attrezzate, disperse nel territorio, e cercare, attraverso il dialogo, di farli convivere con le comunità “normali”, di procurare loro qualche lavoro socialmente utile, magari pagato con i tanto discussi voucher, di convincerli ad una formazione che probabilmente non hanno mai avuto, altrimenti continueranno a girare da un paese ad un altro, vivendo di espedienti e ruberie, senza mai risolvere il problema. Questo dei nomadi è infatti un problema endemico, come tanti altri: povertà, droga, delinquenza… particolarmenti difficili da affrontare nelle grandi metropoli, ma forse più risolvibile nei territori, nei paesi, con politiche di integrazione paziente e mirata. A questo proposito ho apprezzato molto il post di Patrizia Marconato, che va in questa direzione. Forse varrebbe la pena tentare o inventarsi qualcosa, altrimenti non vedo altre soluzioni, se non quelle forcaiole e dettate dalla pancia: ergastolo, pena di morte, lavori forzati… che oggi pullulano sempre più frequentemente nei post incivilmente cattivisti, ma che tutti sappiamo impraticabili, anche dai governi della destra più estrema, almeno in Italia ed in Europa.

La quinta e ultima riflessione è sulle istituzioni e sul ruolo del sindaco. Oggi è di moda dire che un politico, un ministro, un sindaco, un assessore deve essere “uno di noi”. Va bene, ma questo non vuol dire travestirsi con felpe varie, andare ai funerali in maniche di camicia, o un domani con i jeans bucati, ballare in spiaggia con le cubiste oppure, nel caso dei sindaci, andare a raccogliere immondizie, a cacciare i nomadi o a fare cose deputate ad altri, pur di esser come il cosiddetto “popolo”. E’ come, per paradosso, se gli insegnanti o i medici dovessero pulire i cessi di scuole e ospedali per essere a livello dei bidelli o degli addetti alle pulizie. Queste cose le faceva Mao ai tempi della rivoluzione culturale cinese, per rieducare gli intellettuali, gli scienziati, i dirigenti ecc. 

Vogliamo fare come lui? Non credo proprio.

Le istituzioni vanno rispettate e non è vero che “uno vale uno”. A ognuno il suo ruolo, in base alle competenze. Nel caso specifico si è detto che il sindaco è stato costretto ad intervenire di persona a causa del fatto che Caerano ha un solo vigile, che era in ferie. Bene, motivo in più per accelerare subito un accordo con i comuni vicini, tra l’altro tutti leghisti, per condividere almeno la polizia urbana.

Detto questo, auguro all’amico Gianni, di ristabilirsi presto, di svolgere comunque un buon lavoro amministrativo, con l’impegno che lo caratterizza, di fare “bene” il sindaco (e non il vigile, lo stradino o l’impiegato). Per gli autori dell’ignobile gesto, una pena esemplare, ma nel rispetto delle proporzioni e delle leggi vigenti.

Ciao Gianni e auguri

Meno male che c’è l’Europa!

Malgrado tutto ritengo le elezioni europee più importanti di quelle di Caerano: l’Europa è salva, l’Italia no. E’ Salvini.

I risultati delle Europee, viste prescindendo dal nostro piccolo giardino di casa, sommerso di erba verde e di pioggia, sono confortanti, in quanto i cosiddetti sovranisti, sono stati fermati quasi ovunque, salvo in Polonia, Ungheria, con risultati sopra il 50%, e… in Italia.

E’ evidente che assomigliamo più a questi “miracolati” dell’ex impero sovietico che ai tedeschi, spagnoli, austriaci, olandesi, francesi ecc. Contenti noi! Sono i paesi che più manteniamo e che non vogliono assolutamente condividere neppure i pochi profughi che arrivano ormai nelle nostre coste.

In Italia ha stravinto la Lega, come da previsioni, sfondando al sud e ridicolizzando i 5 stelle, doppiati e dimezzati. Tutto sommato se lo meritano, in quanto sono apparsi, oltre che incompetenti e incoerenti, degli sbiaditi “pupi siciliani” manovrati dal puparo leghista. Non ha caso moltissimi meridionali, ingenui e dimentichi dei pesanti e razzistici insulti del Salvini di una volta, hanno scelto proprio lui, il “puparo”, confermando la vecchia abitudine del sud di schierarsi sempre dalla parte di chi odora di vittoria, nella speranza di lucrare nuovi favori, raccomandazioni, elemosine statali, posti di lavoro ecc. che i pentastellati non hanno saputo offrire celermente e a sufficienza, neppure con il reddito di cittadinanza. 

Se a questo sommiamo poi il miraggio di non pagare o di pagare poche tasse, a cui gli italiani sono da sempre molto sensibili, il gioco è fatto e la Lega si assesta oltre il 60% in molte zone del Nord e risulta il primo partito anche in altre parti del centro e del sud dell’Italia. Si salvano un poco’ le grandi città, mentre i contadi sono quasi tutti preda della Lega e del centrodestra a guida salviniana.

A me sembra di essere tornati indietro e che sia nata una nuova DC, con le sue percentuali e la sua diffusione su tutto il territorio nazionale: un partito ormai vecchio e consolidato, che ottiene un consenso variegato, da grandi e piccoli industriali, da artigiani e commercianti, da operai e contadini, da impiegati statali ed insegnanti, da nuovi cattolici integralisti, da amanti dell’uomo forte, tutti uniti dalla paura dell’Islam e dei migranti, dalla speranza di nuovi condoni e di pagare pochissime tasse, dal sogno dell’autonomia regionale, contenti di slogan e proclami, di fake news e di feste e sagre, benedette sempre dall’immancabile Zaia o dal prode capitano. 

Al posto dello scudo e della croce, simboli crociati, c’è il cavaliere padano con la spada aguainata ed i simboli cattolici (croce e rosario) ora vengono sventolati nei comizi. 

E’ così, una nuova DC. Me lo provano, in particolare, un sacco di vecchi conoscenti democristiani che oggi, loro ed i loro figli, votano tranquillamente Lega, facendo rivoltare nella tomba De Gasperi, Fanfani, Moro, Zaccagnini e altri. Mettiamoci tranquilli, che moriremo tutti leghisti, almeno noi di una certa età, anche perchè a sinistra continua la storia di Biancaneve e i sette nani, i soliti partitini velleitari, che trasudano di idee “eccellenti”, ma che non riescono quasi mai a mandare i loro rappresentanti a portarle avanti, in quanto sono sempre sotto il quorum, come in queste europee. Anche a destra sono divisi, ma almeno loro il quorum lo raggiungono e fanno quasi sempre squadra, tranne che per l’attuale governo, almeno per il momento. 

In fondo ce lo siamo meritati, solo che siamo passati da Berlusconi, che impersonava il sogno dell’italiano medio, dell’uomo che si era fatto da solo, a Salvini che rappresenta invece quello che è esattamente oggi l’italiano medio. Per fortuna che c’è l’Europa.

Il masochismo del centrosinistra caeranese

Caerano saluta il nuovo sindaco della Lega: Gianni Precoma, che ha surclassato Mario Cibola, con il 70% dei voti, contro il 30% del rivale, come era inevitabile dopo il 60% dei voti raggiunto a Caerano dal partito di Salvini alle europee. 

Auguri di buon lavoro al nuovo primo cittadino, nella speranza che riesca a realizzare il programma elettorale della sua lista che, se qualcuno ha avuto la pazienza di leggerlo, era praticamente identico a quello della lista avversaria. Speriamo quindi in una maggioranza che coinvolga l’opposizione e in una opposizione che sia costruttiva e collaborativa.

NuovoOrizzonte per Caerano ha perso, malgrado la candidatura di Mario Cibola e la lista fossero apprezzabili e malgrado l’impegno profuso in campagna elettorale. 

Se analizziamo i voti validi Precoma (2.932 voti), con i due simboli politici (Lega e Forza Italia) ed i due spechietti per le allodole (Progettiamo Caerano e Noi per Caerano), ha superato di circa 700 voti quelli presi dalle due liste “civiche” del centrodestra alle comunali del 2014. Il centrosinistra, mascherato da lista civica, come è ormai abitudine, i 700 voti li ha persi, se sommiamo i voti di Caerano2.com e di Obiettivo Comune ottenuti nel 2014. Ho l’impressione che i voti li abbia persi soprattutto Caerano2.com, dopo l’insoddisfacente esperienza di governo degli ultimi 5 anni. 

Perchè c’è stata questa debacle? Solo per il traino a livello nazionale della Lega o ci sono anche altre cause? Io credo di sì.

Al termine di un mandato amministrativo quinquennale che ha visto il centrosinistra caeranese diviso tra Caerano2.com, in maggioranza, e Obiettivo Comune all’opposizione, di fronte alla lista unitaria del centrodestra, Uniti per Caerano, con la Lega che andava a gonfie vele a livello nazionale, ci sarebbe voluto un colpo d’ala, un po’ di buon senso ed uno sguardo al futuro da parte di tutti i principali protagonisti di questa area politica, in cui mi sono sempre riconosciuto. 

Invece si sono ripetute le fratture, i veti, i personalismi, le diffidenze, gli opportunismi e anche, in parte, le incompatibilità tra le sue due anime: quella ex democristiana e quella di sinistra. 

Tutti comportamenti negativi che hanno caratterizzato gli ultimi 15 anni di politica del centrosinistra a Caerano, oltre che a livello nazionale.

Nel silenzio totale del Municipio, con la Mazzocato che sembrava non ricandidarsi ed il vicesindaco Botti che aveva comunicato alla stampa la sua irrevocabile decisione di abbandonare la vita politica, i giovani di Obiettivo Comune erano partiti, meritoriamente, con l’idea di costruire una lista unitaria, che prescindesse dalla sindaco uscente, che non godeva, secondo loro e secondo molti, di sufficiente credito nell’opinione pubblica caeranese e che aveva gestito i rapporti interni, con la sua maggioranza, in modo divisivo e quelli con le opposizioni e la cittadinanza in modo poco coinvolgente.

Mi aspettavo che gli uomini e le donne più importanti di questo schieramento, mettendo in soffitta le divisioni del passato, decidessero di metterci la faccia, anche per difendere e continuare alcune cose buone fatte dalla maggioranza uscente, unendo Caerano2.com ed Obiettivo Comune, rinnovando squadra e sindaco e puntando a vincere nuovamente, non solo a fare testimonianza. 

Io ce l’avrei messa la faccia, ma qualcuno ha preteso subito la esclusione mia e di Laura Tessaro dai giochi, colpevoli di aver dato le dimissioni da assessori e consiglieri, due anni fa, in contrasto con la guida e la gestione dell’amministrazione comunale da parte della sindaco uscente. 

Evidentemente c’è chi non ha rispettato e digerito le nostre scelte, anche se noi abbiamo rispettato quelle di chi ha voluto restare e portare a termine, faticosamente, il mandato ricevuto dai cittadini. 

So che non è stato facile per loro, perchè Caerano2.com ha subito uno scollamento ed un travaglio progressivo, testimoniato inequivocabilmente dalla rinuncia a presentare un minimo di resoconto delle cose fatte in 5 anni. E’ la prima volta che succede, dai miei ricordi, uno scoramento finale di questo tipo ed una mancata rivendicazione delle realizzazioni positive di un mandato amministrativo.

Per evitare il precipitare dell’esperienza di Caerano2.com bastava poco, a mio avviso. Non si trattava di mandare via la sindaco eletta e di andare tutti a casa, si trattava di convincerla o costringerla a cambiare registro, a capire che la politica, in democrazia, viene prima della burocrazia e che un sindaco, anche se eletto direttamente, deve fare squadra con i suoi assessori e con i suoi consiglieri comunali. 

Qualcuno ci ha provato, come me e Laura, ma è stato lasciato solo, qualcun altro non ha creduto che fosse possibile cambiare e si è rassegnato. I risultati si sono visti, purtroppo. 

L’insuccesso del centrosinistra era quindi prevedibile, anche perchè, per almeno un mese, c’è stato il rischio che a Caerano partecipasse alle elezioni una sola lista: Uniti per Caerano. 

Alla fine una lista, per fortuna, è stata fatta e anche se ha perso le elezioni mi sento di ringraziare chi si è speso per essa, in particolare Mario Cibola ed i giovani di Obiettivo Comune. Ho votato ovviamente per la loro lista, ma nello stesso tempo ho deciso di chiudere con la politica attiva e con questo centrosinistra caeranese, facendo sicuramente felice qualcuno, soprattutto chi non ha mai avuto il coraggio, a suo tempo, di ascoltare anche le ragioni mie e di Laura, che ci hanno portato ad abbandonare Caerano2.com ed il Consiglio Comunale.

Del resto i tempi sono cambiati e credo che molti, come me, si sentano ormai estranei ai modi del fare politica oggi e quasi appartenenti ad un altro mondo, superato nei valori, nel linguaggio e nel rispetto reciproco e di tutte le persone. Ci sono troppi miasmi negativi in giro per l’Italia ed allora è meglio cercare in altro un po’ di aria pura.

Madonna e Rosario

Come nel lontanissimo 1527 i Lanzichenecchi partirono all’assalto di Roma, oggi il nostro prode Salvinichenecco, altrettanto “barbaro” e sbruffone nei contenuti e nei modi, parte da Milano all’assalto del Vaticano e di Papa Bergoglio, considerato dalla più retriva pancia cattolica, bigotta e tradizionalista, un papa anomalo, perchè non si limita a difendere la famiglia e la vita, fin dal concepimento, ma si permette di difendere anche i migranti, forse perchè lo è stato anche lui o forse perchè ricorda ai tanti smemorati del Vangelo, anche se assidui frequentatori di chiese e parrocchie, che Cristo stava sempre e comunque dalla parte degli ultimi.

Una volta, ai tempi del predominio DC in Italia, erano Vaticano e Chiesa ad influenzare e dirigere il partito cattolico, pancia e dirigenti, oggi il Salvinichenecco e la sua pancia sfegatata pretendono di essere loro ad influenzare e dirigere Vaticano e Chiesa, innalzando in modo blasfemo il Rosario e la Croce e affidandosi alla Madonna, sporcando e strumentalizzando la religione a fini di parte politica, cosa che nemmeno i democristiani più oscurantisti avevano mai osato fare, tranne forse che nel 1948 con i Comitati Civici organizzati da Luigi Gedda su incarico di Papa Pio XII, per impedire la vittoria del Fronte Democratico Popolare garibaldino in Italia, guidato dal PCI. 

Il Papa, a cui si è sempre riconosciuta l’infallibilità, su temi dogmatici, e comunque autorità ed autorevolezza, soprattutto dal popolino, perfino quando erano soliti guidare eserciti o avere amanti e figli, oggi viene messo in discussione dal fanatismo leghista, alimentato opportunisticamente dal suo “capitano”, per guadagnare una manciata di voti, razzolando in ogni cortile estremista che sia, religioso, politico o sociale.

Il grande “capitano” va a razzolare, infatti, anche negli ambienti dell’estrema destra fascista, tra gli emarginati delle periferie urbane, tra gli ultras politicizzati degli stadi e tra Forza Nuova e Casa Pound, puntando sul fatto che in Italia i conti con il nostro passato fascista non si sono mai fatti fino in fondo. Anche ai tempi della DC, se andavi a raschiare la pancia profonda dei suoi elettori, avresti scoperto che tra fascisti e comunisti moltissimi avrebbero preferito allearsi con i primi, anche se i comunisti, pur con tutte le contraddizioni e la “macchia” delle vendette post 25 aprile 1945, erano stati i principali (non i soli) protagonisti della Resistenza.

Ma la DC aveva dirigenti in massima parte responsabili che sapevano frenare questi impulsi “intestinali” e non alimentarli come fa oggi il Salvinichenecco.

La prova è che oggi moltissimi ex democristiani che conosco, tolto il filtro saggio, intelligente e moderato dei vecchi dirigenti di una volta, da Fanfani a Moro, da Cossiga a Zaccagnini ecc., politici che adesso perfino rimpiangiamo anche noi di sinistra, votano tranquillamente per il Salvinichenecco.

Enzo Bianchi, priore della Comunità Monastica di Bose, che molti cattolici salviniani conoscono meno di Fabrizio Corona o di Belen Rodriguez, scrive: “Sono profondamente turbato: come è possibile che un politico oggi, in un comizio elettorale, baci il rosario, invochi i santi patroni d’Europa e affidi l’Italia al Cuore immacolato di Maria per la vittoria del suo partito?

Cattolici, se amate il cristianesimo non tacete, protestate!”

Padre Zanotelli, pastore degli ultimi, aggiunge: “Trovo assurdo che un cristiano voti la Lega. Per questo, ritengo che la Chiesa abbia sicuramente un ruolo importante e che, a volte, sia ancora troppo timida. C’è un Papa straordinario che sull’accoglienza ha preso posizione e così esistono decine di vescovi coraggiosi che stanno rilanciando nella società i valori di coesione e solidarietà nei confronti del prossimo. Riflettiamo sulle tante parrocchie in giro per l’Italia che aiutano concretamente i poveri e i migranti. Però non è sufficiente. Molti altri ecclesiastici preferiscono il silenzio o sono addirittura complici. La Lega non esiste da oggi – sono quasi trent’anni che è nelle istituzioni e che propina odio e rancore – eppure nessun episcopato in Piemonte, Veneto o Lombardia ha mai scritto un documento denunciandone il pericolo. Ciò la dice lunga sul comportamento di una parte della Chiesa”.

Ecco, credo che molti cristiani dovrebbero riflettere su queste parole, ma so che non sarà così, perchè la loro coscienza si deterge facilmente ogni domenica, andando in chiesa, e con la confessione periodica e rituale, durante la quale neppure si sognano di mettere tra i peccati la discordanza e il rifiuto degli appelli del Papa all’accoglienza ed alla misericordia.

Caerano al voto: persone ma anche soluzioni

Domenica 26 maggio si vota a Caerano per eleggere il nuovo sindaco. Sono in corsa Mario Cibola e Gianni Precoma. Ma quali sono i problemi principali che saranno chiamati ad affrontare nel prossimo quinquennio?
Il primo è sicuramente quello della riconversione delle aree industriali dismesse, in primis l’area San Remo, che è di 75.000 mq. circa. La questione si trascina da almeno 15 anni e finora nessun sindaco e nessuna maggioranza sono riusciti a risolverla. Su di essa si gioca il destino futuro di Caerano. E’ auspicabile che almeno parte di quella vasta area diventi pubblica e serva a ridisegnare il centro del paese, che ha bisogno di verde, di parcheggi e di trasferire ed unificare il mercato cittadino, che sta languendo, anche perché in concomitanza con quello ben più importante di Montebelluna, liberando la piazza dalle auto e trasformandola in un luogo vivibile permanentemente.
Un ulteriore problema è la graduale messa in sicurezza degli edifici pubblici.
Secondo un recente studio, che ha preso in esame 8 edifici pubblici caeranesi, classificandoli secondo coefficienti o indicatori di rischio sismico, occorrerebbe intervenire su almeno 6 di essi, a partire dall’asilo nido e dalla scuola media, considerato che Caerano si trova in zona sismica a rischio medio-alto, per proseguire poi con l’ingresso all’auditorium di Villa Benzi, il municipio, il magazzino comunale e le palestre. Per la scuola media esistono progetto e finanziamento, sperando che i soldi arrivino poi veramente, per il resto bisognerà provvedere in maniera graduale.
Il terzo problema è sicuramente quello del rapporto con Montebelluna e/o con altri comuni limitrofi, portato avanti dall’amministrazione Ceccato e bloccato negli ultimi 5 anni con l’uscita di Caerano dalla Federazione dei 7 comuni. Tre sono le ipotesi possibili: rientrare nella Federazione dei Comuni del Montebellunese, per la condivisione di alcuni servizi, un accordo minore, con almeno un altro comune di uguali dimensioni oppure, quella più drastica, la riunificazione con Montebelluna.
Il quarto è la sicurezza dei cittadini, che varia da un autentico e mai sperimentato piano di sicurezza in caso di calamità naturali, alla sicurezza in casa, con il potenziamento della vigilanza istituzionale e di reti di cittadini e con l’utilizzo di moderne tecnologie di allarme e rilevamento di potenziali pericoli.
Questo tema comporta anche un miglioramento della viabilità e sicurezza stradale su cui, con la Zona 30 (a nord-est del centro) ed il Pedibus, ha già lavorato la precedente amministrazione. Occorre continuare, magari attraverso la ulteriore sostituzione di semafori con rotonde, dove possibile, il completamento di piste ciclabili e pedonali, il potenziamento e la revisione di compiti ed obiettivi della polizia urbana ed infine con la revisione di alcuni punti critici del traffico cittadino: strade dissestate, marciapiedi deteriorati, passaggi pedonali, fermate autobus pubblici, dissuasori, limiti di velocità ecc.
Il quinto problema riguarda le scuole dell’infanzia (asilo nido e materne) private, che sono in grosse difficoltà economiche e logistiche (asilo nido) da diversi anni. Anche qui si potrebbero o dovrebbero valutare almeno tre ipotesi: lasciarle come sono aumentando i finanziamenti pubblici comunali, unificarle con modalità da studiare oppure, in alternativa, sostituirle con un servizio statale, più vantaggioso per gli utenti e per il personale docente.
Il sesto è il problema di Villa Benzi e della Fondazione. Occorrerebbe applicare finalmente lo statuto, coinvolgendo soci cooptati ed aggregati, per fare della Villa il vero centro socioculturale del paese, aperta tutto il giorno, coinvolgendo privati e associazioni del settore, ponendo anche fine allo spreco di minialloggi parzialmente inutilizzati, che si deteriorano senza portare alcun beneficio economico al Comune, da decenni.
Un altro problema è il rilancio dell’economia caeranese. Fondamentali sono a questo riguardo, oltre alle piccole e medie industrie, che ancora caratterizzano il nostro tessuto produttivo, le attività commerciali ed artigianali e quelle agricole ancora attive a Caerano, al fine di ridare vita economica e sociale ad un paese da troppi anni decadente ed inerte. Le botteghe artigiane, gli agricoltori, i tanti bar e trattorie, gli agriturismo, i negozi di vicinanza devono fare sinergia ed essere coinvolti, anche attraverso le loro associazioni di categoria e la Pro Loco, in un progetto agro-alimentare e turistico che preveda, nel corso dell’anno, tutta una serie di iniziative volte a far risorgere ed a far conoscere e frequentare il nostro comune. Abbiamo perso occasioni storiche: avevamo il primo palio in zona (quello del gioco del pallone fiorentino), un carnevale tradizionale tra i migliori del territorio… e non abbiamo saputo trasformare queste iniziative in tradizioni che, in paesi limitrofi, attirano un sacco di persone. Dobbiamo rientrare in gioco anche noi.
Ottavo, ma non meno importante è il problema ambientale che dovrebbe comportare una particolare attenzione a non estendere ulteriormente il consumo di suolo pubblico, cercando di favorire concretamente ogni forma di ristrutturazione dell’esistente, sia di aree produttive che residenziali dismesse e in abbandono. Si dovrebbe riconoscere l’opera svolta dai cittadini del Gruppo Verde, messo in piedi dalla passata amministrazione, e potenziare il loro lavoro di volontari, facendo il punto della preziosa esperienza per migliorarla ulteriormente, estendendola anche a raccolta sacchetti abbandonati, pulizia fossi e altro… con esenzione o riduzione delle tasse comunali a chi fa volontariato civile. Si dovrebbe intensificare la lotta all’inquinamento dell’aria, del suolo e dell’acqua e procedere alla realizzazione e valorizzazione di percorsi ciclopedonali lungo la Camula ed il Brentella, quest’ultimo promesso ad ogni campagna elettorale da oltre vent’anni.
Ultimo di questa serie, per forza di cose incompleta, è il problema dei servizi ai cittadini, in particolare per i meno abbienti e le persone in difficoltà economica e sociale, partendo dal rilancio del Centro anziani, sempre meno frequentato, dal potenziamento della Biblioteca comunale, favorendone il servizio archivistico e documentale della storia locale, ma soprattutto con l’incremento dei servizi sociali più attuali e necessari, come l’assistenza alle famiglie bisognose, ai disabili, a situazioni patologiche dovute al gioco d’azzardo, all’alcolismo, alla droga, per finire con lo sportello donna e lo spazio lavoro, di cui i cittadini dovrebbero conoscere dati e risultati.
Questi ed altri sono i “carichi di lavoro” che aspettano i nostri due candidati sindaco, sia che guidino la maggioranza che l’opposizione. Speriamo che ne tengano conto nei loro programmi e che sappiano affrontarli, collaborando comunque a risolverli, nell’interesse di Caerano.

Da “Sguardi dal ponte”: Arias Tiberio

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Cresce, come tanti caeranesi, all’interno delle organizzazioni parrocchiali e si diploma alla Scuola tecnica industriale. Quando nel 1943, diciottenne, viene chiamato alle armi dalla Repubblica Sociale Italiana, non si presenta, dandosi alla macchia, ma non entra a far parte del movimento partigiano. Nel 1944 va a lavorare nel Canapificio di Crocetta del Montello, dove conosce Argentina Capovilla, sua futura moglie. Nel 1945 si iscrive al PCI (Partito Comunista Italiano). Nel 1947, durante il servizio militare, si ammala di tubercolosi e viene ricoverato in ospedale per circa 30 mesi. Nel 1950 è nominato segretario della Camera del lavoro di Montebelluna e nel 1952 viene eletto segretario provinciale della Federazione lavoratori dell’abbigliamento, membro del Direttivo nazionale e del Comitato esecutivo della Camera del lavoro di Treviso. Prosegue intanto la sua militanza all’interno del PCI, anche se la vita per i comunisti di allora si fa sempre più dura, soprattutto nei paesi di campagna come Caerano, dove subiscono un vero e proprio ostracismo. In molti comuni i parroci si rifiutano di accogliere i loro figli all’asilo e, dopo la scomunica del 1949 da parte del Sant’Uffizio, li additano come peccatori e li escludono dai sacramenti religiosi, emarginandoli. Molti non riescono a trovare lavoro e sono costretti ad emigrare. Nel 1958 Arias Tiberio diventa segretario della Federazione Comunista di Treviso. Era un comunista aperto, amendoliano (seguace di Amendola, capo della destra comunista), e lo testimonia il suo sodalizio con il democristiano Domenico Sartor, con il quale condivise l’attenzione al mondo della campagna e quell’impresa innovativa e straordinaria che fu il CECAT (Centro per l’Educazione, la Cooperazione e l’Assistenza Tecnica del mondo contadino) di Castelfranco Veneto. Nel 1964 entra nel Consiglio comunale di Treviso. Quando vengono istituite le Regioni, nel 1970, Tiberio assume la carica di segretario del Gruppo consiliare regionale del PCI. Una delle sue doti straordinarie, che molti gli riconobbero, fu quella di essere, a quei tempi, classe dirigente, pur essendo all’opposizione. Tiberio fu anche consigliere comunale a Caerano, dal 1970 al 1980. Furono anni di dotte lezioni di politica, di duelli duri e leali con il sindaco democristiano Piero Facin, uno dei migliori sindaci caeranesi, aiutato in questo proprio dalla presenza in Consiglio comunale, tra i banchi dell’opposizione, di un uomo come Arias, personaggio di grande competenza politica ed amministrativa, mai settario, sempre pronto a collaborare, con le sue conoscenze legislative, con le sue iniziative e proposte per il bene del paese, in un periodo in cui il Consiglio comunale aveva ancora un ruolo rilevante e c’era tra gli avversari politici un sincero rispetto, che oggi latita anche tra i membri di uno stesso partito, a causa di personalismi ed arrivismi. I sindaci di allora, i democristiani Piero Facin e Vittorio Buzzo, furono sicuramente partecipi e protagonisti della trattativa per risolvere l’annosa questione IRE-ECA, ma il personaggio sicuramente decisivo fu proprio il comunista Arias Tiberio, che convinse il Consiglio di amministrazione dell’ente benefico veneziano, a maggioranza PCI, proprietario di due terzi delle terre di Caerano, ereditate dai Benzi Zecchini, a cederle in blocco ai fittavoli caeranesi, che le lavoravano da secoli. Tiberio, uomo scomodo, protagonista per molti anni della vita politica ed amministrativa caeranese, ha guidato con intelligenza e coraggio l’opposizione alla DC locale, in un’epoca in cui il non essere allineati con il potere dominante comportava alti costi personali e sociali. In lui colpiva soprattutto la grande passione umana e civile, che contava almeno quanto la sua preparazione e maestria politica, costruite in lunghi anni di militanza e di studi autodidattici a Caerano, Treviso e Venezia. Sue importanti battaglie amministrative, che hanno ugualmente segnato lo sviluppo urbanistico e produttivo del nostro Comune, oltre a quella citata per l’acquisizione dei terreni IRE-ECA, sono state quelle per la difesa dei livelli occupazionali (crisi Lampugnani e sanRemo), per la costruzione delle zone di edilizia economica e popolare (Peep) a Caerano, uno dei primi comuni veneti ed italiani a realizzarle, e per la tutela delle Rive, impedendone lo sfruttamento edilizio, attraverso la collocazione in esse degli impianti sportivi e l’introduzione dei primi vincoli urbanistici. Le sue idee e proposte erano sempre precise, documentate, originali, comunque all’avanguardia rispetto ai tempi, comprese quelle che ebbero minore fortuna, come la creazione di un cimitero all’inglese e la costruzione di mini-alloggi per anziani, idee realizzate solo parzialmente, o il progetto di un grande municipio, che non fu mai costruito. Dopo anni di opposizione frontale e molto dura, in un ambiente chiuso ed ostile, come era quello della lotta politica italiana e caeranese degli anni Cinquanta e Sessanta, seppe anticipare e cogliere l’importanza di una fase politica nuova e diversa, quella degli anni Settanta e Ottanta, fatta di impegno nelle istituzioni, di confronto costruttivo ed anche di collaborazione con gli antichi avversari. Furono gli anni della sua preziosa partecipazione al Comitato di gestione dell’ULSS, all’interno del quale sostenne la necessità di una medicina preventiva e decentrata, attraverso la creazione dei distretti socio-sanitari. Le sue ultime presenze nella vita sociale caeranese sono legate all’attività degli “Amici del cuore”, associazione di cui è stato anche presidente di zona e che ha rappresentato l’espressione finale del suo impegno umano e civile, per il quale molti lo ricordano al di là delle vecchie contrapposizioni politiche ed ideologiche. Trasferitosi a Treviso, Tiberio si allontanò ulteriormente dalla vita politica e dal PCI, che pure lo aveva visto tra i militanti migliori, soprattutto quando vide che nessuno dei nuovi dirigenti ritenne opportuno accogliere e conservare il suo prezioso archivio di documenti, di lettere e memorie, che voleva donare al partito, non per lustro personale, ma per testimoniare la storia di un’intera generazione di “compagni” che avevano lottato per condizioni di vita migliori e più giuste delle classi popolari. Tiberio si arrabbiò molto e distrusse, purtroppo, memorie e documenti, ritirandosi a coltivare il suo amato pezzo di terra sul monte Tomba. Buongustaio ed uomo di raffinata cultura gastronomica, fu anche attivo nell’Arci Gola, associazione da cui è nato successivamente Slow Food, di cui anticipò l’evoluzione ed i progetti attuali, coltivando e salvaguardando, nella sua oasi di pace montana, dove recuperava le sue e nostre origini contadine, alcune qualità antiche di mele e di altri frutti o piante autoctone a rischio di estinzione. E’ stato, secondo me, un grande personaggio caeranese, per molti un avversario leale, per altri un valido esempio d’impegno sociale e politico. Siccome questo libro vuole essere un racconto diverso, non celebrativo solo dei grandi e potenti della storia di Caerano, come è stato il premio San Marco, ma intende ricordare anche e soprattutto gli umili, i diversi, coloro che sono stati e magari continuano ad essere emarginati o discriminati per le loro idee politiche, per la loro fede religiosa, per la loro provenienza geografica, coloro che non si sono mai allineati con la mentalità dominante, in parte bigotta ed ipocrita, che ha ostacolato per anni il nostro progresso civile e sociale e che continua a soffocare ed a frenare questo paese, lo voglio dedicare con orgoglio anche a lui, a Tiberio Arias, mio maestro di vita e coerenza politica. Credo che Caerano farebbe bene a dedicargli una via del paese, come si è fatto per don Pietro Signoretti e come sarebbe bene fare per don Oddo Stocco, riconosciuto Giusto tra le Nazioni dallo Stato d’Israele, ed anche per don Camillo Pasin, personalità controversa e discussa, ma sicuramente importante nella nostra storia locale.

26 maggio. Caerano al bivio: continuità o cambiamento?

Si avvicinano le elezioni comunali del 26 maggio e sembra ormai assodato che la sfida a Caerano sarà tra due liste, una di centrodestra ed una di centrosinistra. Un bel ridimensionamento, rispetto alle 4 liste della volta scorsa.
La prima lista, Uniti per Caerano, è già nota da tempo e raggruppa 4 simboli, due politici, Lega e Forza Italia, e due civici: Noi per Caerano e Progettiamo Caerano. E’guidata da Gianni Precoma, attualmente consigliere comunale di opposizione, esponente della Lega, che è riuscito a mettere insieme le diverse anime del centrodestra, superando le precedenti divisioni tra Lega e Forza Italia, risalenti alla esperienza amministrativa degli anni 2009-2014, quando i due partiti, sotto il simbolo di Far Vivere Caerano, hanno governato il paese per 5 anni, con sindaco Luciana Velo.
L’altra lista sarà guidata da Mario Cibola, affiancato da alcuni giovani esponenti di Obiettivo Comune, che hanno fatto esperienza di opposizione negli ultimi 5 anni, in Consiglio comunale, e da altri candidati nuovi rispetto a quelli che con il centrosinistra hanno amministrato Caerano negli ultimi 10 anni. Si chiamerà Nuovo Orizzonte per Caerano.
Una scelta innovativa e di cambiamento che Mario Cibola spera possa pagare in sede elettorale e che è diventata quasi obbligata dopo la rinuncia a candidarsi della sindaco e/o del vicesindaco uscenti, Chiara Mazzocato e Simone Botti. 
Continua a sorprendere, anche a Caerano, la mancanza di una lista 5 stelle, che pure godono a livello nazionale di molto consenso, ma che non riescono spesso, a livello locale ed amministrativo, ad esprimere dei loro rappresentanti e delle persone disposte a mettersi in gioco.
Stando ai numeri, sembra favorito Gianni Precoma, ma non si sa mai e alla Lega brucia ancora la sconfitta di 5 anni fa quando Marco Bonora, sotto il simbolo di Progettiamo Caerano, perse per soli 3 voti.
Vinca il migliore, come si dice in questi casi, ma è certo che il compito di governare il paese non sarà semplice, chiunque diventi sindaco. 
Restano infatti aperte questioni cruciali per la rinascita di Caerano, a partire dalla riconversione della SanRemo e di altre aree industriali, alla messa in sicurezza di quasi tutti gli edifici pubblici, alla rivitalizzazione ed unificazione del mercato, alla riqualificazione della piazza e del centro urbano, in particolare della zona Marconato-Stocco, alla valorizzazione del canale Brentella e del suo percorso ciclo-pedonale, promesso da tutti i candidati ad ogni elezione, alle carenze di organico, in particolare della polizia locale, al problema molto sentito della sicurezza nelle case, ma anche della viabilità cittadina, alla questione dell’inquinamento atmosferico e del suolo, allo stato della sanità pubblica in generale e dell’ospedale di Montebelluna in particolare ecc. 
Ora non resta che aspettare il 26 maggio.