25 aprile

Anche a Caerano è stato festeggiato il 25 aprile, con una doppia valenza celebrativa, quella del Santo Patrono, San Marco, e quella della Liberazione dell’Italia dal Fascismo e dalle truppe naziste, in rotta verso i valichi alpini. 
Da alcuni anni alla cerimonia civile, presso il monumento ai caduti, è stata affiancata una cerimonia religiosa davanti al Capitello di San Marco, da cui un tempo partivano, proprio il 25 aprile, le “rogazioni”, processioni propiziatorie in giro per il paese ad ingraziarsi la protezione divina sui raccolti agricoli.
Oggi, in un’Italia dove il conflitto politico, sempre più rancoroso, sta mettendo in discussione anche la memoria di avvenimenti e date cruciali della nostra storia repubblicana, è importante non dimenticare e trasmettere alle nuove generazioni i valori di amore per la patria e per la libertà di chi, senza distinzioni politiche, ha lottato ed è morto dal 1943 al 1945 per liberare il nostro paese dalla dittatura e riscattarlo dall’alleanza con la Germania nazista.
Il 25 aprile è anche l’occasione, a Caerano, per ricordare due altri importanti avvenimenti che caratterizzarono quei lontani giorni, avvenuti entrambi il 30 aprile: da una parte l’eccidio della famiglia Stecca, avvenuto a sud del paese, ad opera di una squadra di tedeschi in ritirata, per vendicare il ferimento di una loro staffetta in sidecar, avvenuto poco prima in un’altra località del paese, e la cattura, lo stesso pomeriggio, del generale Heidrich, protagonista della battaglia di Montecassino e feroce autore di rappresaglie contro civili e partigiani, che fu custodito dentro la Lampugnani.
La cerimonia civile ha visto, come sempre, la partecipazione delle associazioni d’arma, la deposizione di una ghirlanda di fiori e l’onore ai caduti, con le note suggestive del “Silenzio”, il discorso della sindaco Chiara Mazzocato, Fratelli d’Italia e la “Canzone del Piave”.
Peccato che si continui a non cantare la vera canzone che dovrebbe celebrare la Liberazione, cioè “Bella Ciao”, resa famosa durante la guerra partigiana ma che, con diverse varianti circolava anche prima: in antiche romanze cantate nelle aie, in motivi yiddish “sfrigolati” dai violini di migranti e in canti delle mondine emiliane e piemontesi. Oggi è famosa in tutto il mondo come canto di libertà, ma noi, talvolta, siamo capaci di “sbiadire” anche i nostri ricordi migliori.

Abolita la povertà?

Eureka! Grande notizia! Luigino Dimaionese ha effettivamente abolito la povertà. Vi ricordate alcuni mesi fa quella che, a torto, molti hanno definito una sceneggiata napoletana, dal balcone di Palazzo Chigi, con cartelli, bandiere ed applausi e lo slogan “Abolita la povertà”? Io non ci ho creduto, ma mi sbagliavo. Oggi infatti, fonte il Fatto Quotidiano, noto giornale che per vendere ha scelto di appoggiare l’emergente pianeta grillino, afferma che il reddito di cittadinanza è stato chiesto da circa 800.000 persone e calcola che, compresi i familiari, si possa ritenere in circa 2 milioni le persone beneficiarie. Alla luce di questi numeri, possiamo quindi dire che questo governo gialloverde ed il prode Dimaionese, in pochi mesi hanno tolto dalla povertà circa 4 milioni di persone. E’ un grande successo e bisogna avere il coraggio di riconoscerlo, anche da parte di quella sinistra criticona che li avrebbe creati, secondo la propaganda quinquennale di leghisti e grillini e dei media italiani. Infatti durante i governi PD, vi ricordate, c’è stato un crescendo continuo, man mano che ci si avvicinava alle elezioni, dei poveri in Italia. Prima erano 2 milioni, poi 3, poi 4, 5,6 ecc. Crescevano come i funghi in autunno! Ora Dimaionese e il Salvinichenecco li hanno fatti quasi sparire. Infatti mancano all’appello del reddito di cittadinanza 4 milioni di poveri, a cui sembra non interessi proprio. Perfetto! A meno che, e questo è il mio dubbio, non siano tutti lavoratori in nero, nomadi vari, gente che vive di spaccio, contrabbando, criminalità varie, evasori fiscali ecc. Se non è così, allora bisogna dire che la povertà è stata veramente abolita! 

Evviva! L’Italia è diventato il paese di Bengodi! Fanno eccezione, forse, la Campania e la Sicilia che da sole raccolgono il 32% delle domande di reddito di cittadinanza e soprattutto Napoli, che da sola ha presentato più domande dell’intera Lombardia. In effetti questo è il solo grande cruccio di Dimaionese, quello di non essere riuscito nell’impresa di abolire del tutto la povertà proprio nella sua terra d’origine. Ma non si può avere tutto nella vita, e tantomeno dalla politica!

Da “Sguardi dal ponte”: Italo Panciera, detto Talòi.

Parlando di bar e dei loro frequentatori voglio qui ricordare soprattutto Italo Panciera, detto “Talòi”, un personaggio indimenticabile della vita commerciale-artigianale, ma anche godereccia, e dello sport (parlato) caeranese.
Mitico gelataio montebellunese, si era trasferito negli anni Cinquanta a Caerano, dove gestiva, insieme alla moglie Berta, il bar Sport, situato all’inizio della fila di case che costeggiavano a destra la strada per Montebelluna, di fronte all’asilo, dove oggi si trova la pizzeria Alla Torre.
Uomo arguto ed ironico, aveva il gusto della battuta, delle frasi ad effetto, dei modi di dire, alcuni dei quali sono entrati nel linguaggio popolare caeranese.
Tra questi florilegi ricordo: “Va a scoar el mar”, “Scriveo sul giaz”, oppure quelli un po’ macabri, quando moriva qualcuno, tipo “I ghe à mes el paetò de toea” o “I o à portà al albergo del silenzio” e infine, uno un po’ piccante, “Son da su paa val sfesa e zo pa a val cueata”.
Erano giuggiole grossolane, ma spiritose, spesso originali e di sua invenzione.
Dopo un incidente stradale che gli aveva lasciato come segno un’evidente rientranza dell’osso frontale, amava definirsi “Ministro del fronte interno” e raccontava, con il gusto del paradosso che lo caratterizzava sempre, di aver preso in pieno, uscendo di strada con la moto, l’unico albero che c’era tra Caerano e Vicenza.
D’estate, quando la moglie era a Jesolo, dove gestiva un albergo, capitava spesso che appendesse fuori del bar il cartello “Torno subito”, invece tornava dopo due, tre giorni, passati in giro con gli amici, istigatori e complici, a fare baldoria.
Molto spesso erano proprio gli amici che ne provocavano motti e sregolatezze, organizzando scherzi, bevute e raid goderecci. Si divertivano a mandargli dei bambini a chiedere un gelato da dieci lire, quando ormai il minimo era 50 lire, aspettando cinicamente la sua prevista reazione, sempre tra il comico e l’incazzato.
Altre volte, più “carognamente”, avvertivano la moglie che il bar era chiuso da giorni, così lei tornava a coglierlo in castagna ed a rimetterlo in riga.
Personaggio anche questo fuori dal coro del perbenismo e del bigottismo caeranese dell’epoca, spirito libero e sicuramente laico, permise e favorì i balli nel suo bar, al suono di uno dei primi jukebox, offrendo spazio alla voglia di divertimento e di trasgressione dei giovani caeranesi di
allora e delle molte operaie della sanRemo, durante la pausa pranzo.
Appassionato di sport, e di calcio in particolare, ricordo che il suo locale, dove si beveva e mangiava in allegria, era il ritrovo quasi obbligato della squadra di calcio caeranese, dopo le partite.
Nella foto Italo è al centro.

Da Fregoli a “Fregali”

“Leopoldo Fregoli è stato un trasformista, attore, regista e sceneggiatore italiano. È ricordato per la sua abilità nel trasformismo scenico che gli consentiva di cambiare in pochi secondi la caratterizzazione del personaggio che andava a interpretare”.

Ora in Italia abbiamo scoperto da poco un personaggio simile, un trasformista nuovo, abilissimo nei camuffamenti. Ha cominciato alcuni anni fa a Bruxelles quando riusciva a rendersi invisibile al Parlamento europeo, lucrando ugualmente lo stipendio. Anche adesso non si smentisce, continua a sparire e al ministero degli interni non lo vedono mai. Oltre a questo suo straordinario mimetismo, quello di rendersi invisibile, che è il più difficile, eccelle anche nel trasformismo più banale e così, oplà, ad ogni apparizione nelle sue comparsate e nei tour elettorali cambia costume e si traveste da sostenitore di una squadra abruzzese di calcio, da terrone, da pastore sardo… a seconda delle convenienze elettorali, un vero e proprio Fregoli, anzi “Fregali”, nel senso che li “frega” tutti, soprattutto i molti sprovveduti che credono ancora che… “l’abito faccia il monaco”. L’apice lo raggiunge tuttavia quando si traveste da poliziotto, da pompiere, da carabiniere ecc. scambiando spesso la sostanza con la forma e mescolando, da guitto (attoruncolo) di basso livello, il valore alto, anche simbolico, di una divisa istituzionale con il suo fregarsene (sempre da Fregoli) della legge, delle regole, dei diritti e delle istituzioni. Amen.

Anche Caerano si…Lega?

Sta per concludersi a Caerano il quinquennio amministrativo 2014-2019, guidato dalla sindaco Chiara Mazzocato con una maggioranza civica, prevalentemente di centrosinistra, tormentata da dimissioni a catena, che ha deluso il paese ed ha vanificato almeno in parte il buon credito che l’amministrazione Ceccato aveva acquisito e che aveva fatto vincere le elezioni del 2014 a Caerano2.com, malgrado le persistenti spaccature della sinistra caeranese, degno riflesso della cronica divisione di quella a livello nazionale.

Cinque anni pieni di luci ed ombre, in un’epoca di crisi economica e sociale dell’Italia, che ha reso molto difficile governare i comuni, compreso il nostro.

L’amministrazione uscente ha realizzato la sistemazione della scuola elementare, ha approvato definitivamente il Piano degli Interventi, ha migliorato l’illuminazione pubblica, ha messo in sicurezza la cosiddetta zona 30 (la zona delle scuole), ha implementato il servizio Pedibus e curato i verdi pubblici grazie a meritevoli gruppi di volontari, ha svolto una buona politica culturale, ha regolamentato l’uso dei fitofarmaci ed ha posto le basi per un finanziamento di 3 milioni di euro per mettere in sicurezza la scuola media.

E’ stata carente, invece, sul ruolo guida della sindaco, che ha compromesso la coesione interna, con dimissioni ripetute di alcuni suoi componenti, da una parte, e dall’altra con la delusione di altri, che pure sono rimasti in giunta o in consiglio comunale, ma che adesso non vogliono più saperne di continuare la loro esperienza politica, come hanno anche dichiarato sulla stampa locale.

Questa amministrazione ha fallito, inoltre, sulla riconversione dell’area sanRemo, la principale scommessa della campagna elettorale del 2104, e di altre aree industriali dismesse, non è riuscita a rilanciare il paese da un punto di vista economico e sociale, basti vedere lo stato del mercato cittadino, ha abbandonato la Federazione dei 7 comuni del Montebellunese, isolandosi completamente nella gestione di importanti servizi sociali e nell’accedere ai relativi finanziamenti regionali, non ha posto rimedio alle evidenti carenze di organico, soprattutto per quanto riguarda la polizia municipale e la sicurezza dei cittadini, ha avuto un rapporto conflittuale con diverse associazioni caeranesi, non ha gestito in trasparenza e collaborazione il rapporto con le opposizioni, che rappresentavano circa i 3/4 del paese, non ha coinvolto i cittadini di fronte a decisioni importanti, come i bilanci annuali o l’aumento dell’addizionale IRPEF, non ha saputo valorizzare i percorsi naturalistici di cui si parla da anni (lungo il Brentella e la Camula) e non ha favorito, se non parzialmente, le giuste esigenze di negozianti e locali publici di rilanciare il paese, soprattutto in occasione di feste o di altre ricorrenze…

D’altra parte non è che le minoranze, di destra (civiche di Lega e Forza Italia) e di sinistra (Obiettivo Comune), abbiano fatto una grande opposizione: non si sono visti volantini o manifesti, i loro siti o profili facebook, attivi in campagna elettorale, sono diventati presto muti o quasi, nessuna iniziativa di protesta o di critica costruttiva ha lasciato il segno in paese. Si sono limitati a qualche scontro verbale in Consiglio comunale.

Ma questo è ormai il passato, occorre guardare avanti e non ai limiti di questa o di precedenti amministrazioni, di maggioranze o opposizioni che siano. 

Cosa si prospetta allora, nel 2019, per Caerano?

Il vento in poppa leghista, che sta imperversando in l’Italia, si appresta quasi sicuramente a consegnare anche Caerano alla Lega. Del resto il PD locale non ha mai dato segni di vita, corroso dalle diverse e contrastanti sue anime sedute in Consiglio comunale, su fronti diversi, FI è ormai in fase di consunzione ed i 5 stelle sono come l’araba fenice “che ci sian ognun lo dice, dove sian nessun lo sa”.

Tanto più che è data per conclusa l’alleanza in paese tra Lega e Forza Italia, malgrado i mal di pancia della vecchia guardia berlusconiana locale, che mal digerisce la candidatura di Gianni Precoma a sindaco di Caerano, scelta a cui appare costretto ad adeguarsi, al di là delle dichiarazioni ufficiali a mezzo stampa, anche Marco Bonora, sconfitto nel 2014 per soli tre voti, e la sua squadra di estimatori.

Questa volta, sicura di vincere, la Lega ha deciso di puntare non su un candidato moderato, alla Marzio Favero, sindaco di Montebelluna, per intendersi, ma su un suo “cavallo di razza”, un salviniano duro e puro, come Gianni Precoma, un leghista sanguigno e combattivo, anche se non so quanto adatto a ruoli di ascolto, di mediazione e di compromessi politici, a cui spesso devono essere inclini i primi cittadini, dovendo rappresentare l’intero paese. Mi auguro, comunque, se uscirà vincitore dalle urne, che diventi un buon sindaco.

Ma niente è scontato, soprattutto nelle elezioni locali, ed anche nel 2014 la lista ProgettiAMO Caerano, data per sicura vincente, perse inaspettatamente.

C’è una qualche alternativa?

Premesso che, come sempre, alle elezioni comunali, ogni partito si nasconde ipocritamente dietro il paravento di liste civiche, per ingannare meglio gli elettori, ma poi mette in lista quasi solo gente fidata, con la tessera, io credo che questa volta bisognerebbe cambiare veramente registro.

A Caerano, per risolvere i grandi problemi di rilancio economico, civile e sociale, rappresentati emblematicamente dallo stato dell’area sanRemo, servirebbe una lista realmente civica, che metta in campo le risorse umane e le energie migliori che ci sono e che siano disponibili a mettersi in gioco, al di là delle sempre più rancorose parti politiche, per dare al nostro comune un futuro sereno, di maggiori competenze, di esperienza amministrativa, di prevalenza della politica sulla burocrazia e di scelte innovative e coraggiose, capaci di cambiare volto e direzione al nostro paese.

Certo, non si può fare di ogni erba un fascio ed allora servono alcune discriminanti, che per me dovrebbero essere le seguenti:

– il moderatismo, il rifiuto di ogni violenza verbale, l’aiuto ai più deboli, il confronto costante con i cittadini, la trasparenza ed il buon senso;

– coniugare libertà e rispetto degli altri, diritti e doveri, sicurezza e solidarietà, uguaglianza delle opportunità e merito.

Bisognerebbe costruire una squadra che unisca l’entusiasmo dei giovani alla esperienza ed alle competenze degli adulti, che rifiuti l’imbarbarimento attuale della politica italiana, fatta di insulti e di nemici reciproci, che si richiami ai valori predicati da Papa Francesco ed a quelli di un umanesimo solidale, di uguaglianza e giustizia sociale, che riconosca e premi il merito, che sappia governare questa nostra Caerano con trasparenza e coinvolgimento della popolazione, con l’ ascolto di uomini e donne, di associazioni e categorie sociali, di chi ha bisogno e di chi vuole emergere e darsi da fare, in un mondo sempre più complesso e difficile, in cui molti cittadini, soprattutto giovani, mancano della speranza di un futuro sicuro e stabile, come era quello dei loro genitori e dei loro nonni.

Mi auguro allora che i giovani di Obiettivo Comune, che alle elezioni del 2014 avevano costruito una lista aperta, che aveva ottenuto un buon risultato, continuino la loro esperienza politica, allargando ulteriormente i loro orizzonti, partendo dalla unificazione del centrosinistra, ma senza fermarsi a questo ambito, ormai abbastanza ristretto, e coinvolgendo nuove persone, uomini e donne non schierati o impegnati politicamente, compresi i tanti sostenitori dei 5 stelle che, malgrado l’alleanza con la Lega a livello nazionale, non condividono i valori e le scelte politiche estreme di Salvini e sono disposti a costruire una proposta alternativa, innovativa e lungimirante per Caerano.

Le ultime di Capitan Fintus

L’altro giorno a Vicenza, il prode Capitan Fintus ha trovato un nuovo nemico in Banca d’Italia, che non avrebbe vigilato sulle banche venete. Se non ricordo male mi sembra che quando Banca d’Italia è intervenuta a Montebelluna, chiedendo la rimozione di Consoli, il CDA ha cambiato le cose all’italiana, mantenendo Consoli nelle stanze del potere, lo stesso Consoli che era stato sostenuto per anni dalle forze politiche locali, di sinistra e di destra, dai tanti operatori economici del territorio, piccoli e grandi, che traevano benefici dalla banca, dai vari CDA precedenti, dai soci, molti dei quali azionisti, che partecipavano alle assemblee attratti, tanti, più dai banchetti luculliani che dall’opera di controllo degli amministratori. Il tutto sulle spalle di tanti poveri ed ingenui risparmiatori veri. Dov’erano Zaia e la Lega Nord, senza dei quali in Veneto non si muove foglia? Ora scaricare tutte le colpe su Banca d’Italia mi pare la solita strumentalizzazione politica del nostro Capitan Fintus, che sta friggendo, a fuoco lento, come tanti bastoncini di pesce, gli italiani creduloni.

Ieri il nostro Capitan Fintus era impegnato a Basovizza con il ricordo delle Foibe, tragedia giustamente riportata alla luce negli ultimi anni, ma avrei voluto vedere lo stesso ministro dell’interno “celebrare” con la stessa partecipazione anche il giorno della memoria della Shoah. Ma l’Olocausto degli ebrei ormai non porta voti. Ha detto che “I bambini di Auschwitz sono uguali a quelli delle foibe” e su questo non c’è dubbio, ma credo che l’anno prossimo dovrebbe spendersi maggiormente per la Shoah, nella quale morirono circa 6 milioni di persone, in grandissima parte ebrei, tra cui anche alcune migliaia di italiani, con la complicità dei fascisti. Non avevano nessuna colpa, se non quella di non essere ariani e di controllare con le loro attività una buona fetta dell’economia tedesca e mondiale. Fu una vera e propria pulizia etnica. Nel caso delle foibe, invece, morirono circa 5.000 persone, che furono uccise non in quanto italiani, secondo “ragioni” etniche, ma in quanto italiani rappresentanti dello stato fascista o compromessi con il fascismo, che in quelle terre aveva anticipato oppressione, umiliazione, deportazione, uccisione… delle popolazioni slave, perfino l’uso delle stesse foibe, dove finirono ad opera dei fascisti, e dei loro amici ustascia, molti slavi che si opponevano al regime ed alle sue politiche tese a “deslavizzare” quelle terre, come lo stesso fascismo ha tentato di fare anche nelle terre tedesche dell’Alto Adige. Allora, caro Capitan Fintus, bambini e morti uguali, stragi entrambe efferate, ma almeno trattamento uguale per le due ricorrenze.

Sempre ieri il prode Capitan Fintus che, cambiando ogni giorno casacca, interviene su tutto, anche sul Milan, rendendomi simpatico perfino Gattuso, a me che sono juventino, è intervenuto sul Festival di San Remo, incazzandosi con la giuria di “radical chic”, come lui definisce solitamente quelli di sinistra, perchè ha rovesciato il voto della cosiddetta giuria popolare, che è rappresentata in realtà da una minima parte di italiani e che non si sa bene come funzioni e come i votanti siano motivati a farlo (probabilmente non per il valore di testi o musiche, ma per i tatuaggi, le gonne attillate, i capelli alla moda, le parolacce, l’abbigliamento strampalato…). E’ lo stesso Capitan Fintus che pochi giorni fa ha dichiarato che i suoi cantanti preferiti sono De Andrè e Tenco, dimostrando con questo di non capire niente di musica, visto che i contenuti delle canzoni di questi due grandi cantautori italiani sono in netto contrasto con i valori che lui esprime continuamente nel suo operare politico. Lo conferma, indirettamete, la sua ex Isoardi, che ovviamente lo conosce bene e che ha dichiarato: “La vittoria di Mahmood è la dimostrazione che l’incontro di culture genera bellezza”. Io non so se era meglio l’italo egiziano o l’Ultimo di turno, che forse non ha fatto bene a scegliere un nome d’arte per niente ben augurante, ma almeno non mi pronucio.

Se qualche volta tacesse anche lui, forse sarebbe meglio e ci farebbe respirare un po’. 

Ma evidentemente ai suoi molti bastoncini fritti va bene così.

Dalla memoria al ricordo

Se sulla memoria della shoah (27 gennaio) non ci sono mai state polemiche, se non da parte di qualche esaltato negazionista, sul ricordo delle foibe (10 febbraio) ci sono stati prima assurdi e sbagliati tentativi di oscuramento e minimizzazione dei fatti e poi una giusta “riscoperta” di quel dramma storico, subito ed inevitabilmente strumentalizzata in funzione anticomunista, a comunismo ormai tramontato, soprattutto dai nostalgici del fascismo, e non solo.

Vediamo allora di capire come sono andate veramente le cose, per cercare di “celebrare” il 10 febbraio con spirito di verità e non di bassa propaganda politica.

Dal 1944, e soprattutto dopo il trattato di pace del febbraio 1947, avvenne l’esodo di circa 250 mila giuliano-dalmati dall’Istria e dalla Dalmazia, anche a causa dell’eliminazione di migliaia di persone, molte delle quali gettate nelle foibe. 

Ad essere uccisi barbaramente dai partigiani comunisti di Tito furono ex fascisti e repubblichini, funzionari statali, militari e poliziotti italiani, ma anche nazionalisti croati e sloveni e perfino, paradossalmente, partigiani comunisti italiani in contrasto con quelli titini. I profughi istriani e dalmati non furono trattati molto bene nell’Italia del dopoguerra e le forze politiche di allora, in particolare PCI e DC, fecero poco o nulla per salvaguardare i loro diritti, cercando di non inimicarsi il maresciallo Tito che si era smarcato da Mosca e che rivendicava una sua autonomia, utile all’occidente. Prevalse la ragion di stato.

Ma torniamo un po’ indietro con la storia.

Nel 1918, dopo la guerra e la dissoluzione dell’Impero austroungarico, i territori in questione furono spartiti tra il Regno di Jugoslavia e il Regno d’Italia, con l’impegno a rispettare i diritti delle minoranze italiane e slave presenti in entrambe le parti. 

Nella cosiddetta Venezia Giulia, annessa al Regno d’Italia, nel 1910 erano presenti (dati del censimento austrico) 480.000 slavi contro 403.000 italiani e poi, nel 1931, in pieno periodo fascista, 443.000 slavi contro 526.000 italiani. E’ evidente che gli slavi erano qualcosa di più di una minoranza.

Ma quale fu la politica dell’Italia e del fascismo nei confronti di questi slavi?

Nel 1920 avviene l’occupazione della città di Fiume e Gabriele D’Annunzio proclama: ”Nella terra di specie latina, nella terra smossa dal vomere latino, l’altra stirpe (cioè quella slava) sarà foggiata o prima o poi dallo spirito creatore della latinità…”

In che modo avvenne questo tentativo di “latinizzazione” forzata degli slavi?

A partire dal 1918 e fino al 1924 si ripeterono, ad opera delle autorità o delle squadre fasciste, in queste zone:

  • l’abolizione dell’uso del croato e sloveno nei rapporti ufficiali con la popolazione
  • la chiusura di circoli culturali slavi delle campagne, sospettati di nazionalismo
  • la tassazione al quadruplo delle insegne in sloveno e croato dei locali pubblici
  • la deportazione di intellettuali e preti slavi in Sardegna, tra questi anche il vescovo di Veglia, che si era opposto alla eliminazione dei riti cattolici in liturgia slava e protoslava
  • la ripetuta devastazione o incendio, a Trieste e a Pola, delle case del popolo slave, di loro biblioteche, circoli di cultura, giornali, associazioni operaie di mutuo soccorso, banche di credito, luoghi di ritrovo… addirittura di case e canoniche
  • il sistematico boicottaggio di liste e candidati slavi in occasione di elezioni, arrivando a non fornire i certificati o a cancellare elettori dagli elenchi elettorali

Dal 1926 si osteggia l’uso della lingua locale sia nei rapporti privati che nei canti popolari, nelle prediche in chiesa e perfino nell’uso dei telegrammi e si cacciano dalle scuole molti insegnanti di lingua slovena e croata, che continuano ad essere insegnate solo parzialmente e come lingue straniere, e si eliminano gradualmente tutte le 400 scuole slave esistenti.

Si procede anche ad espropri di terreni.

Nel 1940, con l’ingresso in guerra dell’Italia, la situazione peggiora ulteriormente ed arrivano anche i tedeschi, gli ungheresi ed i bulgari. Inizia ovviamente una lotta di resistenza slava e partigiana, con azioni di guerra e rappresaglie. Per ogni italiano morto vengono uccisi due ostaggi che, dal 1942 al 1943 sommarono a 146, e vengono compiuti saccheggi, arresti, deportazioni ecc.

Furono creati in loco ed in Italia circa una sessantina di campi di concentramento e lavoro, tra cui quello di Monigo, a Treviso, che ospitarono almeno 30.000 persone. A Monigo morirono 187 slavi, tra cui 54 bambini.

Ora è chiaro che la tragedia delle foibe, non certo giustificabile, anche se ha delle “ragioni” storiche, come succede sempre in casi di guerre, oppressioni, occupazioni, rivolte e lotte di liberazione, va ricordata in modo umanissimo e serio e come monito affinchè certi drammi non si ripetano in futuro, ma va ricordata senza le consuete strumentalizzazioni in cui è solita “grugnire” la politica italiana, soprattutto da parte degli eredi dei fascisti di allora e dei loro epigoni, soprattutto se lasciano morire ancora molti disgraziati, peraltro senza colpa alcuna, nelle foibe del Mediterraneo.

(dal libro “Deportati a Treviso. La repressione antislava e il campo di concentramento di Monigo 1942-43 – di F.Scattolin, M.Trinca, A.Manesso – Ed. Istresco)

Evasione fiscale: la virtù degli italiani.

 Evasione fiscale: la virtù degli italiani.
(Fonte: Qui finanza – 13 ottobre 2018 )
– Raggiunge quota 108 miliardi di euro l’anno il totale dell’evasione fiscale in Italia. Alle casse dello Stato vengono sottratti ogni 12 mesi, in media, 97 miliardi di tasse e quasi 11 miliardi di contributi previdenziali per un totale di 107 miliardi e 933 milioni. E’ l’IRPEF (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche) la tassa “preferita” dagli evasori, con 37,8 miliardi, seguita dall’IVA (Imposta sul Valore Aggiunto), con 35,7 miliardi. L’evasione dell’IRAP (Imposta Regionale sulle Attività Produttive) ammonta a 8,1 miliardi, mentre l’IMU (Imposta Municipale Unica) e la TASI (Tassa sui Servizi Indivisibili) si fermano vicine a quota 4 miliardi. Questi i dati principali di un rapporto del Centro studi di Unimpresa sull’evasione fiscale che rivela tra l’altro che i balzelli sulle locazioni generano un ammanco di gettito per quasi 1 miliardo. –
Ora io non sono tanto bravo in matematica, ma 108 miliardi di evasione fiscale diviso 60 milioni di abitanti (tutti compresi, dai vecchi ai bambini) fa 1.800 euro. Cioè ciascuno di noi italiani evade in media il fisco per 1.800 euro l’anno. Il guaio è che nelle realtà, e non nella statistica, c’è chi mangia il pollo intero e chi sta a guardare; spesso impotente, ma forse anche connivente (non tutti), per ignoranza o perchè distratto ad arte da altre questioni che i furboni o malandrini della politica oggi dominante gli fanno balenare davanti agli occhi inebetiti.
Infatti sembra che in Italia il problema principale non sia l’evasione fiscale, ma quello dei migranti, ridotti peraltro a 4 gatti da Minnitti e Salvini, che continuerebbero ad impedire al governo italiano, secondo le varie bufale diffuse dagli esperti social leghisti e pentastellati e dai loro creduloni ed acritici seguaci che, da veri “bauchi”, le propagano e moltiplicano nel web, di soccorrere i nostri poveri, i terremotati al freddo ad Amatrice, di dare le case agli sfrattati ecc.
A questa enorme evasione fiscale, neppure questo governo del cambiamento, di machi e di bulli dalla mascella truce e maramalda, che promette di risolvere tutti i problemi del paese, intende porre rimedio, anzi li favorisce con condoni, mascherati da pace fiscale, e con la “liberazione” da ogni forma di controllo.
L’ultima beffa clamorosa è quella di far pagare alle partite IVA sotto i 65.000 euro un’aliquota del 15% e una almeno del doppio, a parità di reddito, ad cittadini italiani, lavoratori dipendenti, pensionati ecc.
Molti di questi, tassati il doppio, votano tuttavia per 5 stelle e Salvini, e forse allora gli sta bene: cornuti e mazziati!
Un’altra cosa interessante è che nessuna misura anti-evasione va mai bene. In almeno 50 anni di progressivo aumento del fenomeno non ho mai visto una misura di contrasto che non abbia sollevato forti obiezioni, ovviamente dai tanti evasori, che votano e che nessuno, neanche quelli che gridano onestà nelle piazze, vogliono effettivamente colpire. Nel tempo ho sentito e visto ribellioni contro gli scontrini fiscali e i bliz relativi della guardia di finanza, i registratori di cassa, gli studi di settore, il segreto bancario, l’incrocio dei dati fiscali con il sistema Serpico, il redditometro, lo spesometro, l’abbonamento RAI in bolletta, il numero di pubblica utilità della guardia di finanza, il limite all’utilizzo dei contanti, l’utilizzo del POS per le transazioni commerciali, il reverse change dellIVA e da ultima la fattura elettronica.
Questo è il vero scandalo dell’Italia, la pancia malata di questo paese: i moltissimi evasori fiscali e i criminali mafiosi, altro che pochi migranti o rom o ladruncoli di appartamento. Certo anche questi vanno regolati e/o combattuti, danno fastidio se delinquono o vengono a rubare a casa tua, ma in fondo sono solo delle pagliuzze che nascondano le vere travi su cui non si fa niente e che minano presente e futuro di questo paese.
Ma certo, per il popolino, chi ruba a casa tua è un ladro farabutto, da ammazzare sul posto, mentre chi ruba allo stato e a tutti i cittadini, o anche manovra traffici mafiosi e criminalità minore, è un furbo o addirittura, in certe zone del paese, un benefattore.
E l’alibi per non far niente continua.

Gli stranieri nei paesi europei

La situazione della popolazione straniera residente nei principali paesi europei al 1 gennaio 2016 (ma le cose non sono cambiate di molto) era la seguente:
Valore assoluto e incidenza sulla popolazione totale
Austria                 1.249.424            14,3%
Irlanda                    586.826            12,4%
Belgio                   1.327.421             11,7%
Germania             8.651.958           10,5%
Spagna                4.418.158              9,5%
Regno Unito        5.640.674             8,6%
Italia                     5.026.153              8,3%
Danimarca             463.088              8,1%
Svezia                     773.232              7,8%
Grecia                     798.357              7,4%
(Fonte LE NIUS)
I dati includono tutti gli stranieri, comunitari e non.
Gli stati che prevedono il cosiddetto ius soli (ossia danno la cittadinanza a chi nasce sul suolo del proprio territorio nazionale) tendono ad avere numeri minori rispetto a chi ha leggi sulla cittadinanza più severe. È per questo ad esempio che la Francia ha un’incidenza della popolazione straniera più bassa della nostra (6,6%), visto che molti figli di immigrati hanno la cittadinanza francese e dunque non finiscono in queste statistiche.
Se dovessimo aggiungere quindi tutti gli stranieri che hanno acquisito nei decenni passati la cittadinanza nei paesi europei, in particolare in Francia (magrebini), Germania (turchi), Inghilterra (dalle numerose ex colonie), Belgio ecc. le loro percentuali salirebbero ulteriormente.
Mancano i clandestini, ma se, come dichiarato dallo stesso Salvini sono 600.000 (quelli che doveva cacciare i una settimana!!! e ammesso che gli altri paesi non ne abbiano), cosa impossibile visto che molti clandestini, passati in Italia, se ne sono andati in altri paesi europei, l’Italia con 5 milioni e 600.000 su 60 milioni di italiani, andrebbe al 9,33%, risalendo la classifica appena di un posto.
Ora che anche la passata “invasione”, ridimensionata prima da Minniti e poi da Salvini, si è ridotta a qualche centinaio di migranti, che arrivano ogni tanto sulle nostre coste, sostenere che l’immigrazione è un problema esclusivo dell’Italia, anzi sembra il principale, mi sembra falso.
Sarebbe meglio che Salvini se la prendesse con i suoi amici dell’est europeo, che invece di migranti ne hanno lo 0%, ma non mi risulta che a Varsavia abbia toccato l’argomento.
Continuare a lucrare sul fenomeno migranti mi pare proprio eccessivo, opportunistico, funzionale solo a mantenere il consenso della parte piu “scalcagnata” del popolo italiano e indegno di un paese civile.

Terremotati e migranti. Basta balle e ipocrisie!

Dedicato a tutti i mal informati che si bevono continuamente i post in malafede di chi mette a confronto i migranti con i terremotati di Amatrice.
(Dal Corriere della Sera – cronache)
Niente illusioni: avvelenano. Assieme al pasto caldo, alle tende, alle coperte per la notte, gli sfollati di Amatrice e dei borghi vicini hanno diritto alla verità. La quale, spiegò Albert Camus, «non è mai caritatevole». Anzi, può essere crudele: la storia dice che, salvo svolte radicali, ci vorranno anni, per ricostruire. Anni. Perfino il Friuli, preso a modello di ogni resurrezione, ce ne mise otto prima che le contrade distrutte sembrassero «quasi» quelle di prima. Dieci per finire i lavori. Di più ancora le chiese. 
«Nessuna bugia, è doloroso, ma va detto subito», sospira Giuseppe Zamberletti, commissario sul doppio terremoto del 1976, pioniere della protezione civile e anima di quel miracolo: «I tempi sono quelli. È importantissimo che le persone colpite dal sisma non siano illuse. Devono sapere la verità per potere fare poi le loro scelte. Se racconti loro che resteranno nelle abitazioni provvisorie, magari dignitose ma provvisorie, solo un paio d’anni, la scoperta poi della verità sarà un dolore straziante. Insopportabile. E rischierà di scatenare le proteste di chi si sentirà tradito». Ci provò Silvio Berlusconi (al governo con la Lega Nord), per vanità taumaturgica o perché convinto che la realtà dei fatti andasse data a cucchiaini come una medicina amara, a «tener su il morale» degli aquilani. Basti rileggere un Ansa del 18 aprile 2009, quando sulla base di «4659 sopralluoghi» annunciò «una bella sorpresa»: «Il 57% delle case è immediatamente agibile. Un altro 19% delle abitazioni possono invece essere rese agibili con un intervento veloce, da uno a trenta giorni». Testuale. Berlusconi all’Aquila
Ai primi di luglio cominciò a correggere il tiro: «Entro metà novembre i terremotati abruzzesi lasceranno la loro tende per abitare vere e proprie case. Purtroppo saranno molto più lunghi i tempi della ricostruzione del centro dell’Aquila. Si parla di 3-5 anni». A settembre li prolungò ancora: «Per il centro storico dell’Aquila i tempi necessari saranno dai 5 ai 7 anni, ma tutto tornerà come prima». Poche settimane e, chiedendo la rimozione delle macerie, scendeva in piazza furente il popolo delle carriole. Sono passati, quei sette anni. E risuonano come una beffa le parole dell’allora premier a Le Figaro: «A tempo di record abbiamo soccorso 65.000 vittime e ricostruito un’intera città per coloro che avevano perso le loro case. Abbiamo anche ricostruito tutte le scuole distrutte… Nessun altro governo al mondo…». «Valeva la pena di «addomesticare» la verità? Mah… Chissà se lo stesso Cavaliere la pensa ancora così…». La ricostruzione dell’Aquila, del suo centro storico, del suo patrimonio architettonico e monumentale, è ancora lontana dal completamento. E se il diluvio di leggi e leggine ha contribuito a impantanare i cantieri, va anche detto che riportare alla vita il cuore medievale o rinascimentale di un borgo italiano è ben diverso dal riparare altre strutture. 
Il Friuli. «Ricordo bene quali furono i tempi», racconta l’allora sindaco di Gemona Ivano Benvenuti, «Dopo le scosse di maggio e di settembre 1976 finimmo sfollati sulla costa. Nella primavera del ‘77, mentre il Parlamento e la regione facevano le leggi quadro, rientrammo nei prefabbricati. Nella primavera del ‘78, cominciammo finalmente i lavori di ricostruzione». Due anni solo per partire: «Capisco, perché la vivemmo sulla nostra pelle, l’ansia degli sfollati. Vorresti fare tutto subito, quando ti ritrovi in una tenda. Subito. Quella volta imparammo però che non bisogna avere fretta. Guai, ad essere precipitosi. Si rischia di sbagliare. E non si può sbagliare. Ci abbiamo messo otto anni, per tirare su quasi tutte le nostre case. Dieci per finire davvero i lavori». Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese. Il Duomo di Venzone, bellissimo, è oggi il simbolo del miracolo: ci misero diciannove anni però, i friulani teste dure, a recuperare pietra su pietra e ricostruirlo. Certo, con le esperienze del passato e le tecnologie più avveniristiche, non solo è possibile ma obbligatorio ridurre oggi drasticamente i tempi di questo calvario. Obbligatorio. Vale però la pena, proprio per quella doverosa operazione di realismo, rileggere cosa scriveva nel libro «Il modello Friuli» (a quattro mani con Rodolfo Cozzi) l’architetto Luciano Di Sopra che di quel modello fu l’artefice: «L’avvio della ricostruzione è più lento rispetto a quello della ristrutturazione antisismica degli edifici preesistenti». Per questo «le zone meno danneggiate e interessate prevalentemente da interventi leggeri, di solo riatto, concludono le attività in un arco dell’ordine del triennio. Le zone dove più elevata è l’entità delle ricostruzioni, debbono invece sottostare a tempi più lunghi, che possono raggiungere i dieci anni». 
Tutto questo per dire agli “imbecilli del web” che continuano a paragonare migranti e terremotati che non è questione di risorse o di soldi sottratti agli uni per darli agli altri e che i terremotati, in genere, non volendo allontanarsi dai loro luoghi di vita o non potendolo fare, se non per brevi periodi, negli alberghi dei centri turistici, per ovvii motivi, non hanno alternative alle baracche, alle tende o alle roulotte, come del resto è sempre successo, anche in Friuli, considerato ancora adesso come un modello di ripresa post-terremoto. Solo una bieca propaganda politica e la insulsaggine di chi se la beve può sostenere il contrario.
Ultima chicca! Il Governo degli ipocriti, per salvare capra e cavoli e le sue divisioni interne, porta sì i migranti da Malta in Italia, ma presso i Valdesi, come se questi fossero sulla Luna e non nel bel paese.