PD e la sua identità

Si discute molto sull’identità del PD, su chi deve rappresentare. 

Io credo che tutti i partiti dovrebbero rappresentare, senza distinzione di classe o ceto sociale, tutti gli italiani. 

Ma per italiani intendo tutti coloro che agiscono onestamente per il bene del Paese: quelli che fanno il loro dovere lavorando, quelli che cercano lavoro e non lo trovano, quelli che danno lavoro senza sfruttare i loro dipendenti e senza pagarli in nero, quelli che pagano tutte le tasse, di qualsiasi tipo, quelli che sono sensibili ai problemi umani e sociali dei più deboli ed hanno senso civico, quelli che rispettano la natura e l’ambiente senza inquinare e senza danneggiare la salute dei cittadini, quelli che pretendono una libertà che non limiti quella degli altri, quelli che rivendicano i diritti, ma rispettano i doveri ecc.

Gli altri sono profittatori, egoisti, spesso ipocriti, truffatori del bene pubblico e malfattori, gente che per me non va rappresentata. È utopia? È moralismo? No, è politica, anzi buona politica, la sola per cui vale la pena di impegnarsi.

Io vi accuso

Barbara D’Urso, Maria De Filippi, Alfonso Signorini, Alessia Marcuzzi e tutta la schiera della vostra bolgia infernale… io vi accuso. Vi accuso di essere tra i principali responsabili del decadimento culturale del nostro Paese, del suo imbarbarimento sociale, della sua corruzione e corrosione morale, della destabilizzazione mentale delle nuove generazioni, dell’impoverimento etico dei nostri giovani, della distorsione educativa dei nostri ragazzi. Voi, con la vostra televisione trash, i vostri programmi spazzatura, i vostri pseudo spettacoli artefatti, falsi, ingannevoli, meschini, avete contribuito in prima persona e senza scrupoli al Decadentismo del terzo millennio che stavolta, purtroppo, non porta con sè alcun valore ma solo il nulla cosmico. Siete complici e consapevoli promotori di quel perverso processo mediatico che ha inculcato la convinzione di una realizzazione di se stessi basata esclusivamente sull’apparenza, sull’ostentazione della fama, del successo e della bellezza, sulla costante ricerca dell’applauso, sull’approvazione del pubblico, sulla costruzione di ciò che gli altri vogliono e non di ciò che siamo. Questo è il vostro infimo mondo, questo è ciò che da anni vomitate dai vostri studi televisivi. Avete sdoganato la maleducazione, l’ignoranza, la povertà morale e culturale come modelli di relazioni e riconoscimento sociale, perché i vostri programmi abbondano con il vostro consenso di cafoni, ignoranti e maleducati. Avete regalato fama e trasformato in modelli da imitare personaggi che non hanno valori, non hanno cultura, non hanno alcun spessore morale. Rappresentate l’umiliazione dei laureati, la mortificazione di chi studia, di chi investe tempo e risorse nella cultura, di chi frustrato abbandona infine l’Italia perché la ribalta e l’attenzione sono per i teatranti dei vostri programmi. Parlo da ex docente ed ex dirigente scolastico, che ha visto i propri alunni emulare esasperatamente gli atteggiamenti di boria, di falsità, di apparenza, di provocazione, di ostentazione, di maleducazione che diffondono i personaggi della vostra televisione; che ha visto replicare nelle proprie aule le stesse tristi e squallide dinamiche da reality, nella convinzione che sia questo e solo questo il modo di relazionarsi con i propri coetanei e di guadagnarsi la loro accettazione e la loro stima; che vede lo smarrimento, la paura, l’isolamento negli occhi di quei ragazzi che invece non si adeguano, non cedono alla seduzione di questo orribile mondo, ma per questo vengono ripagati con l’emarginazione e la derisione. Ho visto nei miei anni di uomo di scuola prima con perplessità, poi con preoccupazione, ora con terrore centinaia di alunni comportarsi come replicanti degli imbarazzanti personaggi che popolano le vostre trasmissioni, per cercare di essere come loro. E provo orrore per il compiacimento che trasudano le vostre conduzioni al cospetto di certi personaggi. Io vi accuso, dunque, perché di tutto ciò siete responsabili in prima persona. Spero nella vostra fine professionale e nella vostra estinzione mediatica, perché solo queste potranno essere le giuste pene per gli irreparabili danni causati alle nuove generazioni e a tutto il Paese. (Anonimo)

Teologa caeranese all’avanguardia, ma in Svizzera. Peccato!

Conosciuta nei social come “The Squint”, ma il suo vero nome è Lara Tedesco. Trentatré anni, originaria di Caerano, è una teologa italiana che non ha paura di alzare la voce, anche in terra elvetica, per rivendicare una maggiore equità tra uomo e donna all’interno della Chiesa Cattolica.

Se nella Svezia protestante del 2020 si è registrato per la prima volta un sorpasso del numero di sacerdotesse rispetto ai sacerdoti, nel mondo cattolico il sacramento del sacerdozio è tuttora precluso agli uomini. “La parità di genere è un tema importante nell’ecclesia, è un tema caldo, perché entra in discussione la credibilità della Chiesa: – spiega Lara – da un lato predica l’uguaglianza, ma dall’altro porta avanti un modello gerarchico e maschilista“.

La giovane donna usa parole forti, frutto di uno scavo interiore: “Rispetto al mio passato, oggi sono meno disposta a chiedere scusa per quello che sono. Non devo castrare la mia femminilità se desidero lavorare in Chiesa: anch’io posso portare il rossetto e la gonna, se ne ho voglia“. Il suo è il passo deciso di chi si è messo per lungo tempo in discussione, e che ha saputo dare una risposta ferma, convinta e non per forza conforme ai dogmi e alle verità precostituite della fede cattolica.

In una lunga intervista rilasciata a Qdpnews.it, Lara racconta come tutto ebbe inizio diversi anni fa.

“Dopo la laurea a Padova in Teologia, un professore mi chiese se avessi voluto prendere parte ad una missione per aiutare i servizi parrocchiali in Svizzera. Dato che avevo delle conoscenze pregresse di tedesco, decisi di partire. Svolsi due anni in missione, dopodiché iniziai il percorso di formazione per diventare assistente pastorale. – Racconta Lara –  Allora accompagnavo gli Italiani residenti in Svizzera nel loro percorso di fede. Oggi, invece, accompagno anche e soprattutto i fedeli di lingua tedesca. Sono passati sei anni da allora: oggi mi occupo di tutto ciò che concerne la vita di un’unità pastorale svizzera, in particolare di una parrocchia”.

Conclude dicendo “Ed è proprio questo mio incarico che mi ha portata ad una seria riflessione sul ruolo della donna all’interno della Chiesa Cattolica. Diversamente dall’Italia, qui in Svizzera esistono delle unità pastorali dove lavorano laici, teologi ed esperti religiosi, uomini o donne che siano, che formano una squadra, assieme al sacerdote“.

Continua spiegando nel dettaglio: “Io qui posso celebrare la liturgia della parola e persino predicare; spesse volte le famiglie, dopo la liturgia, mi chiedono spiegazioni e prendono contatti con me, per un colloquio o per un confronto, che è la parte che più mi piace del mio lavoro. Qui posso accompagnare i ragazzi e le ragazze alla cresima e gestire la vita della parrocchia di cui in sostanza sono io la referente”.

Prosegue affermnado che “In Italia questa figura non esiste: ci sono tanti volontari che mettono a disposizione il loro tempo, ma non esistono ancora persone formate che abbiano un ruolo istituzionale e che operano accanto al sacerdote. Tant’è che la parola tedesca per definire questa figura istituzionale, “Pfarreiseelsorgerin”, non é traducibile in lingua italiana, proprio perché non esiste il concetto corrispondente“.

Lara ha fiducia nel futuro e spera che, prima o poi, anche in Italia “qualcosa si muova”.

“Inizialmente c’è stato in me uno shock culturale: non mi aspettavo certe responsabilità e mansioni e mi chiedevo se ne potessi essere all’altezza – confessa la teologa – poi però mi sono messa alla prova e ho capito che ogni Paese vive il cattolicesimo in maniera diversa, anche in base alla cultura e allo stile di vita dei fedeli. In generale, però, gli uomini e le donne di oggi non sono più disposti a dire di sì e a prendere le verità dogmatiche come oro colato, quindi sta a noi religiosi avere la capacità di rivalutare criticamente ciò che ci viene trasmesso

Lara infine chiosa: “È necessario che la Chiesa si apra al dialogo serio e informato. Quello che tento di fare, anche attraverso i social, è di mostrare che è possibile una Chiesa più inclusiva e aperta, una vera casa per tutti“.

(Fonte: Sara Surian © Qdpnews.it).
(Foto: Facebook).
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25 Aprile 2020

Ecco due buoni motivi per festeggiare il 25 aprile, come ho sempre fatto e continuerò a fare, tratti dal libro di Scurati citato in calce, che consiglio a tutti di leggere, anche se ha oltre 800 pagine, per conoscere e capire l’ascesa e la natura del Fascismo e per riflettere anche sull’Italia di oggi. Purtroppo non lo leggeranno mai i molti nostalgici del Fascismo e i nuovi sovranisti e nazionalisti odierni. Troppa fatica! “La libertà è una divinità nordica, adorata dagli anglosassoni… Il Fascismo non conosce idoli, non adora feticci: è già passato e, se sarà necessario, tornerà ancora tranquillamente a passare sul corpo più o meno decomposto della Dea Libertà… La libertà non è, oggi, più la vergine casta è severa per la quale combatterono e morirono le generazioni della prima metà del secolo scorso. Per le giovinezze intrepide, inquiete ed aspre che si affacciano al crepuscolo mattinale della nuova storia ci sono altre parole che esercitano un fascino molto maggiore, e sono ordine, gerarchia, disciplina”.
Benito Mussolini, “Forza e consenso”, Gerarchia, marzo 1923

“Don Minzoni era rimasto l’unico a voler educare i giovani cattolici al di fuori dell’ideologia fascista e a organizzare i lavoratori al di fuori dei sindacati fascisti… Giovedì 23 agosto 1923 don Minzioni se ne ritornava verso la canonica… per una via stretta e buia, potevano essere più o meno le 22.00. Alla curva della strada 2 uomini erano usciti dall’ombra. Un unico colpo di bastone, vibrato a tutta forza, lo aveva colpito alla nuca. Don Minzoni aveva barcollato per un istante, poi era crollato. Il cranio letteralmente fracassato… Era morto poco dopo mezzanotte”.
(Da M Il figlio del secolo di A.Scurati)

Il significato della Resistenza ieri e oggi.     
Agli occhi dei più, soprattutto delle generazioni nate dopo la guerra, la Resistenza appare oggi come un evento riconosciuto certamente importante, però, tutto sommato, molto lontano e sempre più evanescente dentro una cornice celebrativa annuale molto rituale. In alcuni perdura una forma di rimozione nei confronti di vicende dolorose e drammatiche di cui è meglio non parlare e che, dopo tanti anni, bisogna dimenticare. Per altri invece la Resistenza è una parentesi sciagurata della nostra storia nazionale: un’esperienza negativa e di lotta fratricida, da cancellare per sempre dalla memoria collettiva e dai libri di scuola. Generalmente, questi giudizi molto critici provengono non solo da chi ieri ha fatto apertamente la scelta per la Repubblica di Salò, ma anche, e probabilmente sono i più, da chi ieri è rimasto opportunisticamente imboscato a guardare dalla finestra per vedere come evolvevano le cose e per uscire facilmente allo scoperto solo quando non c’era alcun pericolo, nel momento in cui si poteva comodamente salire sul carro del vincitore. Salvo poi travestirsi ipocritamente da moralisti e salire sul pulpito per condannare in blocco un’esperienza storica che conserva tuttora un alto valore unificante. Su tale base fondante, infatti, è stata elaborata la nuova Costituzione che la Repubblica italiana si è data nel 1948 dopo gli orrori di una guerra voluta esclusivamente dalla folle ideologia di due dittatori criminali che la storia ha definitivamente condannato e sepolto”.  (da “La memoria e la pietà” di G.Morlin – 1995)  

Il rimedio è la povertà.

A conclusione del mio libro “Sguardi dal ponte”, pubblicato due anni fa, scrivevo: “Forse sarebbe stato diverso se in Italia, ma anche a Caerano, avessimo avuto più rispetto per tutti, avessimo valorizzato tutte le risorse personali, fossimo stati più uniti e più ancorati ai valori umani, civili, nazionali e al senso dello Stato, meno schiavi di successo e denaro, di interessi di casta e privati.
Se siamo ancora in tempo, fermiamoci e torniamo poveri, non materialmente, ma nel senso”… etimologico del termine. Povero deriva da “pauper”, composto di paucus e parere, e vuol dire uno che “produce poco”.
Oggi ho trovato in Internet questo scritto del 1974 di Goffredo Parise, pubblicato sul Corriere della sera, che mi sembra interessante. Lo dedico ai lettori pazienti di facebook e che hanno un minimo di strumenti culturali per apprezzarlo. Eccolo.
Il rimedio è la povertà.
«Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare indietro», scritta nel mio ultimo articolo.
Per la prima volta hanno scritto che sono “un comunista”, per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di “consumare”.
Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c’è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall’altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d’accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.
Il nostro paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e così il senso più profondo e storico di “classe”. Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra “ideologia” nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell’acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà. Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra. Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”. Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione. Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà. Il nostro paese compra e basta. 
Si fida in modo idiota di di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. Il nostra paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano. Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire: ho denaro, per comprare roba, come sono bravo, come è riuscita la mia vita, questo denaro deve aumentare, deve cascare dal cielo o dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno l’illusione della ricchezza e invece sono schiavitù. Il nostro paese è pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perché la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni. Il nostro paese è un’enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli “etichettati” che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a flatus vocis ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.
I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c’è di tutto, vedi l’estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l’élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all’opposizione. L’obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo. La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona. Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più “corretta”, come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. La divisa dell’Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l’enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria. La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro paese».
E’ ovviamente un articolo datato, ma ti fa pensare ancora oggi e ho ritenuto opportuno condividerlo, anche per un omaggio a Parise.

I farisei

4 febbraio 2010.

Siccome adesso va di moda criminalizzare i Benetton, per il disastro del ponte di Genova, ecco che la foto delle Sardine con uno di loro ed Oliviero Toscani, è stata subito commentata acidamente dai tanti sciacalli che oggi fanno branco nella politica italiana, alimentati da politici mascherati da giornalisti che pur vendendo pochissimi giornali sono sempre in televisione. 

A parte che una visita a Fabrica, un centro che si interessa di comunicazione pluridisciplinare e contemporanea, rientra perfettamente negli interessi delle sardine, che in questi ultimi tempi hanno parlato molto di comunicazione politica, mi fa specie soprattutto che i Benetton siano diventati dei paria, degli intoccabili e che a criticare loro ed i loro ospiti siano una pletora di leghisti, oltre che di pentastellati, che per anni, in provincia di Treviso, hanno vissuto e “succhiato” avidamente questi industriali che oltre ad arricchire se stessi, come credo sia consentito in questo sistema capitalistico, hanno dato lavoro a tanti piccoli imprenditori collegati, a tanti operai, e che hanno diffuso e portato in auge diversi sport trevigiani. Tutti questi una volta si chiamavano “farisei”.

E’ bastato che una delle loro tante aziende, sbagliando chiaramente, sia incorsa in un grave e deplorevole infortunio gestionale, da pagare penalmente ed economicamente, per autorizzare tanti loro beneficiati ed un intero territorio a dimenticare il passato, a criminalizzare una storia che non può essere sconfessata così stupidamente, come quella recente e molto meno importante delle sardine, per degli squallidi fini politici, che ormai ammorbano continuamente questa nostra Italietta.

Meglio sardine che pecore

Una volta, nel mitico Bar Sport, ognuno diceva la sua, sia che si parlasse di calcio o di politica, magari stronzate, ma genuine ed autentiche, alimentate da qualche articolo di giornale o da qualche intervento televisivo. Oggi invece, che la discussione, soprattutto quella politica, ha varcato i confini del bar sotto casa e tutti si sentono liberi di esprimere le loro opinioni nei social, assistiamo al proliferare, non di un sacco di pareri, giudizi, pensieri originali, ma di un sacco di post replicati, altrui, creati dalle centrali politiche del fango, della rabbia e dell’odio, che ammaniscono polpette spesso avvelenate ad un gregge di pecore ammaestrate che seguono, muso contro culo, il grande capo di turno e le sue performance in facebook, che un giornalismo televisivo per niente coraggioso diffonde in maniera servile, senza un minimo e serio contradditorio. Ma mentre Berlusconi e Renzi sono stati torchiati come non mai, in passato, il nuovo “bullo” della politica italiana gode invece di una inspiegabile e sorprendente immunità. Qualcuno, poi, considera positivo questo irrompere dei social e delle loro nefandezze nel modo di fare politica e di procurarsi voti e confonde populismo con democrazia, ignoranza con informazione documentata e partecipata, consenso consapevole con pecorismo leaderistico. Per questo, da un po’ di tempo, mi stanno venendo molti dubbi sul concetto di democrazia, o meglio sulla brutta piega che questo nostro modello politico sta assumendo, degenerando e riproponendo schemi e situazioni che, per certi versi, ci portano indietro nel tempo, agli anni venti del secolo scorso, anticamera dei tempi bui successivi. Per questo, meglio sardine, libere e spontanee, che pecore eterodirette e controllate da cani pastori. 

Gli stranieri nei paesi europei

La situazione della popolazione straniera residente nei principali paesi europei al 1 gennaio 2016 (ma le cose non sono cambiate di molto) era la seguente:
Valore assoluto e incidenza sulla popolazione totale
Austria                 1.249.424            14,3%
Irlanda                    586.826            12,4%
Belgio                   1.327.421             11,7%
Germania             8.651.958           10,5%
Spagna                4.418.158              9,5%
Regno Unito        5.640.674             8,6%
Italia                     5.026.153              8,3%
Danimarca             463.088              8,1%
Svezia                     773.232              7,8%
Grecia                     798.357              7,4%
(Fonte LE NIUS)
I dati includono tutti gli stranieri, comunitari e non.
Gli stati che prevedono il cosiddetto ius soli (ossia danno la cittadinanza a chi nasce sul suolo del proprio territorio nazionale) tendono ad avere numeri minori rispetto a chi ha leggi sulla cittadinanza più severe. È per questo ad esempio che la Francia ha un’incidenza della popolazione straniera più bassa della nostra (6,6%), visto che molti figli di immigrati hanno la cittadinanza francese e dunque non finiscono in queste statistiche.
Se dovessimo aggiungere quindi tutti gli stranieri che hanno acquisito nei decenni passati la cittadinanza nei paesi europei, in particolare in Francia (magrebini), Germania (turchi), Inghilterra (dalle numerose ex colonie), Belgio ecc. le loro percentuali salirebbero ulteriormente.
Mancano i clandestini, ma se, come dichiarato dallo stesso Salvini sono 600.000 (quelli che doveva cacciare i una settimana!!! e ammesso che gli altri paesi non ne abbiano), cosa impossibile visto che molti clandestini, passati in Italia, se ne sono andati in altri paesi europei, l’Italia con 5 milioni e 600.000 su 60 milioni di italiani, andrebbe al 9,33%, risalendo la classifica appena di un posto.
Ora che anche la passata “invasione”, ridimensionata prima da Minniti e poi da Salvini, si è ridotta a qualche centinaio di migranti, che arrivano ogni tanto sulle nostre coste, sostenere che l’immigrazione è un problema esclusivo dell’Italia, anzi sembra il principale, mi sembra falso.
Sarebbe meglio che Salvini se la prendesse con i suoi amici dell’est europeo, che invece di migranti ne hanno lo 0%, ma non mi risulta che a Varsavia abbia toccato l’argomento.
Continuare a lucrare sul fenomeno migranti mi pare proprio eccessivo, opportunistico, funzionale solo a mantenere il consenso della parte piu “scalcagnata” del popolo italiano e indegno di un paese civile.

“Mi sento preso in giro” di Flavio Bordin

Caro Mauro, sono sconcertato per non dire avvilito dalla piega
politica degli ultimi avvenimenti. Sentirsi presi in giro è un termine
eufemistico ma per non scadere nel truculento, e ti verrebbe la
voglia, cercherò di esprimere il mio breve pensiero in limiti decenti.
Sintetizzo brevemente:
1- La colpa di ogni cosa è sempre, e sottolineo sempre, di qualcun
altro! Questo vale per tutti i partiti, quelli vincitori in primis, e
poi dei perdenti che non si capacitano di una tale batosta elettorale.
Ti verrebbe la voglia di prenderli a calci nel sedere.
2- L’arroganza e il disprezzo per l’avversario e le istituzioni è
assurta ormai a dogma di sproloquio per slogan triti e sconnessi che
riflettono solo l’ansia per la conquista del potere, altro motivo
serio non ne vedo.
3- La lega e i 5 stelle sono ora inferociti perchè  il capo dello
stato Mattarella, penso ormai preso dalla disperazione, affiderà a un
proprio esecutivo il governo provvisorio del paese. Ricordiamoci però
che la colpa è sempre degli altri, i partiti vincitori non centrano.
Loro le hanno provate tutte poverini ma ognuno difendendo strenuamente
i propri interessi.
4- E gli italiani? Quelli che li hanno votati sperando in un
radicale cambiamento della società? Reddito di cittadinanza, tasse
odiatissime, gli extra comunitari, colpevoli di ogni disgrazia
sociale, quella stramaledetta Europa che viene a ficcare il naso a
casa nostra e vuole pure comandare. Tutto questo ora sospeso per delle
poltrone riccamente remunerate che ognuno vuole allo stremo?
5- Il popolo cosa vuole! Quello deve solo votare e basta, al resto
ci pensiamo noi ( i partiti) poi i soldi per le riforme
fantascientifiche non li troveremo mai, ma questo non bisogna
dirglielo altrimenti non ci voteranno ancora. Bisogna barare al gioco
per vincere. Con il debito pubblico alle stelle che ci ritroviamo i
soldi non ci sono ma questo non entra nella testa della gente e
tantomeno nelle logiche partitiche. Si può sempre aumentarlo e
l’Europa che si fotta. Ma poi arriverà il conto da pagare questo è
certo. Con queste logiche possiamo solo affondare. Non ho sentito
nessun partito spiegare ai cittadini dove troveranno i denari per
queste riforme in modo sensato.
6- Ultimo, spero solo che alle prossime elezioni i cittadini diano
una severa lezione a questi partiti denunciando la loro incapacità a
governare un paese che merita di meglio ma tant’è magari finirà anche
peggio, quando ti resta solo la speranza vuol dire che ormai abbiamo
già digerito anche la frutta.
Un caro saluto Flavio Bordin

Francesco Fabbri e la formazione della classe dirigente

 “Francesco Fabbri e la formazione della classe dirigente” 

Treviso 
19 marzo 2018 
 Da leggere assolutamente anche se molto lungo: interessante ed attualissimo.
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Permettetemi di avviare questa conversazione con due precisazioni introduttive. 
La prima. Per classe dirigente intenderò un gruppo vasto di persone dotato di autorevolezza intellettuale e morale, capace di dirigere e cioè di indicare una direzione di marcia alla intera società. 
La seconda. Farò riferimento non a qualsiasi classe politica dirigente, ma a gruppi dirigenti che siano democratici; non è superfluo. 
Dopo l’ondata democratica seguita alla caduta del muro di Berlino assistiamo a un’ondata in senso opposto di sfiducia nei sistemi democratici e di domanda e consenso crescente all’autorità, alla personalizzazione e alla concentrazione dei poteri nel capo. 
La Cina ha visto negli ultimi 5 anni il progressivo rafforzarsi dei poteri in capo al Presidente Xi Jinping sino alla recente abolizione del limite dei mandati. Nelle Filippine l’orientamento autoritario del presidente Duterte si accompagna all’incremento dei consensi interni. Ci sono poi l’India di Modi, la Turchia di Erdogan, l’Egitto di Al Sisi, la Thailandia di Hun Sen, fino alla Russia di Putin, alla Polonia di Morawiecki, all’ Ungheria di Orban, alla Presidenza Trump. 
Assistiamo quindi ad una progressiva riduzione della democrazia nel mondo, a popoli che “si consegnano” delegando all’autorità di vertice principi e regole di funzionamento e di equilibrio tra i poteri, con il rischio di un progressivo indebolimento del funzionamento e della fiducia nella democrazia stessa. Perciò non è superfluo precisare che non è sufficiente una qualsivoglia classe politica dirigente. Si fa riferimento, invece, ad una classe politica dirigente che orienti le sue scelte secondo i principi della democrazia: pluralismo, rispetto degli avversari, obbedienza alle regole costituzionali, soggezione alle decisioni dei cittadini. 
Questa fase impone la costruzione di classi dirigenti democratiche per colmare il vuoto ed impedire lo slittamento verso forme di governo autoritarie 
Classi dirigenti possono essere presenti in tutti i settori, nell’impresa, nel mondo finanziario, nei sistemi della comunicazione. Qui si farà riferimento alle classi politiche dirigenti, perché la vita di Francesco Fabbri è stata un esempio tipico del cursus della classe politica dirigente democratica nel secondo dopoguerra.  
Le sue scelte di vita possono essere prese a simbolo delle donne e degli uomini che, in diverse formazioni politiche, furono protagonisti della ricostruzione dell’Italia dopo le macerie del conflitto mondiale. 
Francesco Fabbri passò attraverso le prove della guerra e della prigionia, si dette una formazione professionale, iniziò l’ attività politica nell’amministrazione di un piccolo comune e la terminò, tra vittorie e qualche sconfitta, come accade a tutti i dirigenti politici, ai vertici del governo del Paese. 
Classe dirigente non si nasce. 
Si diventa, passando attraverso le selezioni che la vita presenta e che mettono alla prova il coraggio, la determinazione, l’ascolto, la competenza, la capacità di decidere. Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, nelle circostanze che essi stessi si scelgono; la fanno nelle circostanze che di volta in volta si trovano ad affrontare. 
Queste circostanze rappresentano i passaggi stretti che selezionano le classi dirigenti. 
Nel superare quelle difficoltà gli uomini come Francesco Fabbri avevano l’obbiettivo di una società migliore, di un paese con più vasti obbiettivi di civilizzazione, perché avevano fiducia nella storia, nelle proprie forze e nei progetti del partito politico al quale appartenevano. 
Quella fiducia non nasceva da infantili entusiasmi. Nasceva dal non essersi arresi, dall’aver superato difficoltà e tragedie e quindi dall’aver maturato la consapevolezza che sarebbe stato possibile costruire e migliorare. 
Oggi abbiamo difficoltà ad individuare una classe politica dirigente perché sono venuti meno rigorosi criteri selettivi ed è prevalsa la cooptazione. Conseguentemente sembra essere venuta meno la fiducia in un mondo migliore. Inn molti casi l’obbiettivo sembra essere non il miglioramento della società, ma della propria posizione personale nell’ambito di una società sostanzialmente impossibile da correggere. 
Stiamo vivendo quindi una fase di perdita della fiducia nel futuro. 
La perdita di fiducia avviene quando i cittadini si staccano dalle ideologie tradizionali e non credono più a ciò in cui credevano prima. La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non riesce a nascere: in questo interregno si verificano, spiegava Gramsci, i fenomeni morbosi più svariati. 
Noi siamo in questo interregno tra il vecchio che muore e il nuovo che non nasce; e conviviamo con alcuni fenomeni morbosi, per usare l’espressione di Gramsci. 
Il primo di questi fenomeni morbosi é la sostituzione dei gruppi dirigenti dei partiti con leader che diventano solitari e narcisisti. Ai vertici del sistema politico siedono non gruppi, ma singole personalità; il fenomeno è stato colto dalla legge elettorale che parla rozzamente ma efficacemente di “capo della forza politica”. E il partito cessa progressivamente di essere una comunità. 
Capi politici ci sono sempre stati. Lo erano Fanfani e Berlinguer, Nenni e Almirante. Ma ciascuno di loro era scelto e votato da un partito e con quel partito doveva confrontarsi. Oggi invece è il capo che costruisce il partito; e il partito diventa paradossalmente un non-luogo della politica, spazio neutralizzato, segnato da messaggi e da comandi, caporalizzato, attraversato da flussi di consenso. 
E’ perciò diffusa la contestazione radicale della stessa legittimità di una classe dirigente, presentata come casta, gruppo egoistico che ha funzioni di comando e ne approfitta per distogliere a proprio vantaggio le risorse pubbliche. A questa classe dirigente sono assimilati tutti coloro che possiedono saperi, sulla base di una ideologia per la quale il sapere e la competenza sono doti sospette perché utilizzate per danneggiare i cittadini ignari ed arricchire sé stessi. 
Il principio di uguaglianza è diventato il riconoscimento di competenze senza conoscenze, sulla base del semplice principio di cittadinanza. 
Conseguentemente, chiunque eserciti funzioni rilevanti nel campo del sapere le avrebbe acquisite non per merito ma in seguito a innominabili fraudolenze; il fatto stesso di esercitare funzioni rilevanti é indizio di comportamenti corruttivi. 
Non dimentichiamo il caso di Ilaria Capua, scienziata e deputata nella legislatura appena conclusa. Era riuscita a isolare il virus dell’aviaria.E’ fra i 50 scienziati top di Scientific American. Fu oggetto di una campagna diffamatoria sostenuta da alcuni mezzi di comunicazione e da alcuni settori del mondo politico. Indagata per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, all’abuso di ufficio e per il traffico illecito di virus Si dimise dalla Camera, lasciò l’Italia, fu accolta con tutti gli onori negli Stati Uniti. E’ stata assolta pienamente da ogni accusa. 
Alla radice di questo atteggiamento c’è il puritanesimo politico, un atteggiamento moralistico fondato sul sospetto pregiudiziale nei confronti del sapere e della politica . 
Conseguentemente la politica è presentata come il regno del malaffare e la società civile luogo della innocenza. 
C’è certamente un grande bisogno di moralità nella vita pubblica come anche nelle relazioni private. Ed è quindi corretto richiamarne l’esigenza. Ma la morale è una risorsa limitata Quando se ne abusa degrada in immoralismo o in giuridicismo. 
La morale, come spiegò Guido Calogero, consiste nel dialogo con l’altro, e cade in contraddizione con sé stessa quando è usata come strumento della lotta politica.  
Si scivola nell’uso immorale della questione morale. 
Si condanna il compromesso; ma Amos Oz, che di conflitti se ne intende, ha scritto: “Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte”. 
In realtà si confonde il compromesso con la consociazione, alla quale non si può non essere contrari. Il compromesso si fonda sulla distinzione tra le parti e la mantiene. Il consociativismo annulla le distinzioni, crea grovigli, favorisce la irresponsabilità. 
La politica deve certamente avere un’etica, fondata sul rispetto dell’altro e sulla prevalenza dell’interesse generale sugli interessi particolari. Ma l’etica non ha nulla a che fare con il sospetto generalizzato, l’insulto, il rifiuto della dignità dell’altro. In questo modo si sostituisce un integralismo settario ad una visione onesta del paese e del suo futuro. 
L’effetto di questa propensione è l’attribuzione del ruolo di guardiani della società alle Procure della Repubblica (bisogna difendere la magistratura dai suoi amici), il riconoscimento di un valore salvifico alla punizione, la costruzione di nuove inedite categorie a metà strada tra il diritto e la morale come quelle dei “coinvolti” e degli “impresentabili”. In questa prospettiva la società è sempre innocente mentre il rapporto con chiunque eserciti una funzione pubblica è fondato sul sospetto. 
Ma sfugge che in ogni corruzione al fianco del soggetto pubblico corrotto c’è un privato cittadino corruttore, che di quella società civile fa pienamente parte. 
Si è applaudito quando una legge ha conferito alla magistratura il compito di confezionare le liste dei candidati ad una carica politica, sottraendolo ai partititi, con il loro irresponsabile consenso. 
Si é applaudito quando un’altra legge ha stabilito che basta il minimo sospetto, non indizio, sospetto, per impedire ad una impresa di partecipare ad una gara pubblica. Ogni arresto, ogni comunicazione giudiziaria appare per questa parte della società e del mondo politico motivo di conforto; il proscioglimento è una sconfitta. 
Il sospetto, frutto avvelenato di questo moralismo discriminatorio sta bloccando la pubblica amministrazione. I pubblici funzionari rifiutano di esercitare la discrezionalità prevista da alcune leggi recenti perché temono di finire nel mirino del sospetto prima e poi delle Procure della Corte dei Conti o della Repubblica. Saranno probabilmente assolti; ma nel frattempo la loro reputazione è stata rovinata, la carriera bloccata, i risparmi, quando ci sono, consumati nelle spese legali. 
Mi preme, infine, riflettere su un punto: un paese moderno ha bisogno di fiducia. Il moralismo conclamato che diventa immoralismo distruttivo rischia di sommergere il Paese. La questione morale va affrontata non con editti e insulti, ma con la ferma ragione dell’etica del dialogo e del rispetto. 
Una forte domanda di sicurezza attraversa l’intera società ed è rivolta alla politica e alla tecnica. Il cittadino chiede di cancellare i fattori che a suo avviso generano insicurezza. E se la politica e la tecnica, che nei confronti dei problemi concreti devono far ricorso alla razionalità, non riescono a rispondere a quelle aspirazioni in modo conforme alle aspettative, si reagisce con campagne che rifiutano la ragionevolezza. Si instaurano rapporti fideistici con i capi, con i partiti, con le ideologie. Conseguentemente prende piede il rifiuto a informarsi, a conoscere, si sposa la tesi apparentemente più convincente che ha sempre alla base lo smascheramento di una frode dei presunti poteri forti, si rafforza uno spirito gregario privo di autonomia intellettuale. 
I gregari cercano di rassicurare sé stessi immaginando che i loro capi conoscano la verità e sappiano guidarli. I capi rischiano di restare prigionieri delle certezze dei propri gregari. Si alimenta così un circuito che porta dalla insicurezza al fideismo, dal fideismo alla subalterna fiducia nel capo, da questa subalterna fiducia nel capo alla illusione del capo di poter davvero disporre di una risposta a tutte le domande. 
La società nella quale si muoveva Francesco Fabbri aveva fiducia nella conoscenza e nel progresso. In quella contemporanea questa fiducia si é fortemente indebolita. Nascono anche per questa via il rifiuto della scienza, la sfiducia nel sapere, quella che in un recente libro, scritto da un brillante scienziato, è stata chiamata “La congiura dei somari”. 
Viene alla mente una nota riflessione di Kirkegaard: il cuoco ha preso il comando della nave e da quel momento dalla cabina del comandante non sono più arrivate indicazioni sulla rotta e sui porti da raggiungere; ogni mattina arriva soltanto il menu del giorno. 
L’antico leader era protagonista di processi di rappresentanza. La sua legittimazione era fondata sulla capacità di rappresentare e di circondarsi di persone che a loro volta rappresentavano settori della società. 
In queste doti di rappresentanza sta la spiegazione del cursus di Francesco Fabbri; egli rappresentava, per competenze specialistiche e per i suoi rapporti con il territorio. 
I leader contemporanei sono spesso protagonisti non di processi di rappresentanza, ma di processi di identificazione.  
La differenza è profonda. Nei processi di identificazione la personalità del leader crea la base sociale. E’ la presenza non il programma che fa scattare negli elettori la identificazione con il leader, che deve presentarsi come vincente e seduttivo; egli diventa inevitabilmente solitario e narcisista. 
Questo leader tende spesso a circondarsi non di una classe dirigente, ma di una rete somigliante, nella quale possa rispecchiarsi traendone sicurezza e che si possa rispecchiare in lui traendone legittimazione. 
Il leaderismo narcisista condiziona il dibattito politico esaurendolo in asserzioni imperative, pregiudizialmente disinteressate al parere dell’altro. Queste asserzioni non sono orientate alla persuasione e alla disponibilità ad essere persuasi. Sono orientate alla imposizione, attraverso la forza del numero, la violenza dell’invettiva, la rivendicazione del proprio primato morale nei confronti dell’avversario
Se scimmiottare il leader è il modo per essere riconosciuti, apprezzati e premiati, nei partiti prevale l’egoismo e l’individualismo; stare in un partito non serve per condividere, ma per ascendere. Così trionfano le fratture, non le coesioni, le tattiche non le strategie. Il conflitto politico, che in democrazia ha confini e punti di conclusione, diventa scontro lacerante, teatralizzazione permanente. 
A questi caratteri non mi pare che sfuggano le due forze politiche hanno vinto le recenti elezioni. Entrambe hanno saputo affrontare meglio degli altri le domande e le aspirazioni dei ceti più deboli, a volte con toni non condivisibili e non sappiamo se con proposte realizzabili. Ma hanno parlato al popolo dei problemi del popolo. E questo é un merito. 
Tuttavia anche i due partiti vincenti, appaiono privi di una direzione collegiale, ruotano attorno a capi solitari e narcisisti, reclutano in base al principio di somiglianza e non un base al principio di rappresentanza, hanno fatto appello all’emozione piuttosto che alla ragione. 
Il tempo che abbiamo davanti può rivelarsi un tempo di positivo cambiamento. I due partiti vincitori saranno indotti a mediare le pulsioni che ne hanno caratterizzato sinora l’attività con gli obblighi imposti dalle nuove rilevanti responsabilità. Gli altri partiti potrebbero essere anch’essi indotti a forme più riflessive di organizzazione e di direzione politica perché nel campo della politica, che è un campo di competizione senza regole, i modelli prevalenti sono quelli dei vincitori. 
Il prevalere di impulsi emotivi e il rifiuto della costruzione razionale del mondo sono due componenti della crisi dell’illuminismo.  
L’illuminismo ha avuto due facce. Una prima ha applicato meccanicamente il principio hegeliano per il quale ciò che é razionale è reale e ha cercato di imporre modelli di società derivanti da un modello puramente astratto. E’ il caso dei sistemi sovietici, naufragati per l’impossibilità di applicare a società sempre più complesse modelli che prescindono dalle persone in carne ed ossa e dalle loro aspirazioni. 
L’altra versione dell’illuminismo, l’illuminismo mite, ha fatto ricorso alla ragione come criterio per la civilizzazione delle comunità umane: diritti fondamentali della persona, dignità, inclusione, abolizione della pena di morte, scuola, salute, casa, lavoro, uguaglianza. 
Democrazia e illuminismo mite sono strettamente intrecciati. Stanno insieme o declinano insieme. 
E’ sufficiente guardare a ciò che sta avvenendo nelle nostre società. L’emozione al posto della ragione; il sospetto al posto della conoscenza; la patria, il sangue e la terra al posto della società accogliente e solidale; il capo che costruisce la comunità politica al posto della comunità politica che costruisce il capo. Alla crisi dell’illuminismo si accompagna l‘indebolimento della democrazia che si fonda sulla ragione e sulla verità. Emozione, sangue, terra, capo sembrano aprire il sentiero di un nuovo romanticismo. Non è un futuro auspicabile visto che alla fine di quella fase hanno prevalso forme di governo totalitarie. 
Alla radice della crisi delle classi dirigenti non ci sono soltanto processi oggettivi, ma anche defaillances soggettive. 
Alcuni partiti tradizionalmente ispirati alle ragioni del progresso, spinti dalla situazione economica globale, a partire dagli anni Novanta, dopo la fine del sistema sovietico e la vittoria schiacciante del sistema capitalistico occidentale, si sono adeguati. 
Hanno abbandonato il terreno della espansione del settore pubblico, in favore del mercato, della finanza deregolamentata e del capitalismo globale. Sono esemplari da questo punto di vista le politiche di Tony Blair e di Gerard Schroeder. Alla lunga queste scelte, pur essendo in gran parte necessitate, hanno fatto perdere il consenso delle classi lavoratrici. Margareth Thatcher, richiesta nel 2002 di quale fosse il suo maggiore successo, rispose, con evidente malizia: “Tony Blair e il New Labour. Abbiamo costretto i nostri oppositori a cambiare il loro modo di pensare.” Possiamo immaginare la reazione di un tradizionale elettore laburista. 
L’abbandono dei temi tradizionali della cultura politica socialdemocratica non è stata compensata dalla ripresa dell’attenzione ai bisogni dei ceti più poveri. Le classi dirigenti di matrice illuministica, tanto liberaldemocratiche quanto socialdemocratiche, hanno continuato ad impegnarsi per la civilizzazione della società, ma hanno badato più ai diritti individuali che ai diritti sociali ed hanno a volte confuso la civilizzazione della società con il politicamente corretto, forse sopravvalutando sé stesse e le proprie ragioni. Ne è derivata la sovrapposizione dell’estetica all’etica, di ciò che appariva elegante su ciò che era giusto. 
Il processo di civilizzazione si è trasformato in una esposizione delle buone maniere, non nella capacità di rendere più forti i valori civili della nazione. 
E’ stata esemplare da questo punto di vista la campagna elettorale che ha visto contrapposti Donald Trump e Hillary Clinton. 
La signora Clinton parlava a lungo e con accenti sinceri dell’eguaglianza tra donne e uomini, tra neri e bianchi, tra omosessuali ed eterosessuali. 
Trump senza alcuna eleganza, con grevi volgarità, si scagliava contro donne, neri e omosessuali e si faceva paladino dei forgotten, i dimenticati, bianchi poveri e disoccupati, rappresentando così le ansie, i bisogni e i dolori di una parte rilevante della popolazione degli Stati Uniti, quella più colpita dalla globalizzazione. 
Perchè la liberaldemocratica signora Clinton ne ha parlato poco o per nulla? Lei, come molti altri leader della sua educazione politica, ha dato per scontato che i suoi concittadini bianchi, poveri e disoccupati, avrebbero ragionevolmente votato per i democratici; ha avuto una fiducia non meditata nella capacità autogiustificatrice della ragione, e si è impegnata su una dimensione nuova dell’eguaglianza confezionando i suoi argomenti nell’involucro della eleganza e delle buone maniere. 
Ma tutti coloro che erano esclusi e dimenticati, o che tali si sentivano, avevano già cominciato a rifiutare la ragione come criterio di scelta perché essa non era più sembrata idonea a dare speranza nel futuro; rifiutavano la eleganza e la buona educazione, che non risolvevano i loro problemi. Ed hanno scelto chi appariva emotivamente consapevole dei loro bisogni e irrideva alla buona educazione e alla eleganza. Non si tratta di un problema solo americano; questa è una questione di tutto l’Occidente. Il populismo, anche nella sua versione patinata, che è costituita dal narcisismo, nasce da questa trascuratezza della ragione come criterio di prevenzione e risoluzione dei conflitti. Meno estetica e più etica, verrebbe da suggerire a liberaldemocratici e socialdemocratici. 
Molti appartenenti alle classi dirigenti per recuperare un rapporto con il popolo hanno animato un complesso fenomeno che potrebbe definirsi le classi dirigenti contro sé stesse. Il sistema è il nemico interno. Questa non è la novità. La novità è che l’attacco è ora condotto in prima persona da chi del sistema fa stabilmente parte o aspira a farne parte. 
Un posto d’onore se lo è guadagnato Donald Trump, che certamente non é un esponente della working class. Esemplari sono alcuni passaggi del suo discorso di investitura: 
Questo non è un semplice passaggio di poteri da un’amministrazione all’altra, da un partito politico all’altro. Oggi il potere passa da Washington ai cittadini americani… Per troppo tempo c’è stato distacco tra le istituzioni e la gente comune ; l’establishment si è limitato a proteggere se stesso. Le loro non sono state le vostre vittorie. In questi anni c’è stato poco da celebrare per le famiglie che nel Paese hanno lottato per tirare avanti». 
Le posizioni antisistema influenzano anche i partiti con maggiori tradizioni, che del sistema sono parte costitutiva da sempre, come i conservatori britannici. Nel 2009 l’allora leader dell’opposizione conservatrice David Cameron, scuole a Eaton, laurea a Oxford, lontano parente della famiglia reale, dopo lo scandalo sulle spese dei parlamentari pose il problema della redistribuzione del potere verso il popolo: 
“…Dallo Stato ai cittadini, dal governo al parlamento, da Whitehall alle comunità. Dall’Unione Europea alla Gran Bretagna, dai giudici alle persone, dalla burocrazia alla democrazia. Attraverso la decentralizzazione, la trasparenza e la responsabilità politica dobbiamo sottrarre il potere alle élites politiche e metterlo nelle mani delle persone comuni.” 
La competizione elettorale in Francia ha rappresentato un palcoscenico dell’attacco alle élites fatto da chi alle élites appartiene da sempre. Marine Le Pen ricopre dal 1998 incarichi di rappresentanza politica nei consigli regionali, nell’Assemblea nazionale, nel Parlamento europeo ribadì nel discorso di presentazione della propria candidatura, a Lione il 5 febbraio 2017, la sua estraneità al sistema: “Sono la candidata della Francia del popolo, contro la destra del denaro e la sinistra del denaro”. Venerdì 3 febbraio 2017 Francois Fillon, messo sotto accusa per le vicende relative alla moglie e al figlio, che avrebbero ricevuto per anni una retribuzione dal Parlamento senza svolgere alcuna attività, ha inviato un messaggio ai suoi sostenitori: “Mi batterò contro un sistema che, tentando di cancellarmi, cerca in realtà di distruggervi.” e ha aggiunto: “Una casta dirigente arrogante e inefficace si è costituita nel nostro paese con la maschera dei valori repubblicani. I suoi privilegi devono essere aboliti”. Fillon è parlamentare da trentasei anni; è stato primo ministro dal 2007 al 2012; come se avesse sparato su sé stesso. 
Un nostro dirigente politico di primo piano, in occasione del referendum sulla riforma costituzionale, per sostenere la bontà della riduzione del numero di 10 senatori, sosteneva che la riforma avrebbe “tagliato le poltrone”. Egli non si rendeva conto del messaggio disastroso che immetteva nel dibattito pubblico riducendo a privilegio abusivo la rappresentanza politica generale che é propria dei moderni Parlamenti democratici. Denunciare il sistema, presentarsi avvolti in un’aureola virginale, dichiararsi estranei alle brutture della politica, criticarle aspramente all’insegna del puritanesimo politico, anche se di quel sistema si fa parte da decenni, è diventata una componente della retorica politica 
Una retorica estranea alle classi dirigenti cui apparteneva il ministro Fabbri. Esse avevano fiducia nella organizzazione politica, sapevano che i partiti erano la struttura portante della nostra democrazia, combattevano per dare forza alla politica e acquisivano consenso grazie a questa fiducia e a questa consapevolezza che sapevano comunicare soprattutto con i comportamenti perché sapevano che la politica non è un profluvio di parole, ma una somma di comportamenti 
Per dirigere occorre essere in grado di staccarsi dai destinatari dell’attività di direzione. I partiti tradizionali hanno svolto il compito straordinario di avvicinare le masse allo Stato. Milioni di cittadini che avevano sempre visto nello Stato l’antagonista storico, il nemico che riduceva diritti e salari, sono stati persuasi a un rapporto costruttivo con i poteri pubblici. Alcuni studiosi hanno parlato di incorporazione delle masse nello Stato. Oggi sta accadendo il contrario; sono i partiti che tendono a incorporarsi nelle masse, inseguendo i sondaggi che riflettono i molteplici spiriti animali dell’opinione pubblica in un determinato istante e che possono ben mutare in un istante successivo. Questi partiti non si preoccupano di svolgere un’azione pedagogica, di guida verso la maturazione politica dei cittadini. Tendono invece a inseguire ciò che pensa la maggioranza dei cittadini, la quale svolge inconsapevolmente una funzione di direzione dei partiti. 
Un capovolgimento di fronte che dovrebbe essere oggetto di un’analisi più approfondita di quanto possa io fare in questa sede. 
Per tutte queste ragioni occorre riprendere il filo della costruzione delle classi dirigenti. L’impegno per costruire una classe dirigente presuppone una idea della politica fondata non sul capo seduttivo, ma sulla forza di una comunità di legami che esprime un complesso di personalità capaci, per disponibilità intellettuale, conoscenza dei problemi, capacità di ascolto e di decisione, di assumere compiti di direzione politica. 
La difficoltà maggiore è costituita dalla necessità di fronteggiare la forza attuale del neoliberismo e delle varie forme di individualismo che ne discendono. 
Il neoliberismo, come tutte le grandi trasformazioni, ha indotto una rivoluzione culturale nella quale l’io si sostituisce al noi. Hanno preso piede fenomeni di individualismo sociale, economico e giuridico fondati sul singolo come titolare di soli diritti, privo di doveri. Questo singolo non è interessato alle appartenenze collettive, alle comunità, ai legami, al costruire insieme. E’ interessato a sé stesso e al proprio fascio di diritti. Nei suoi obbiettivi non c’è l’emancipazione di tutti gli uomini, ma la propria emancipazione. Nella sua geografia politica c’è il leader solo e carismatico, non la classe politica capace di dirigere e di assumersi le proprie responsabilità. 
Tuttavia il passaggio dal leader solitario e narcisista alla costruzione di gruppi politici capaci di dirigere è essenziale per rianimare la democrazia. 
Il presupposto é che i partiti che si sono statalizzati (oggi quasi tutti i dirigenti politici anche di piccolo livello hanno una collocazione nel sistema politico istituzionale, dai Municipi al Parlamento) attivino un proprio processo di destatalizzzazione e tornino ad essere un’articolazione della società e non più del sistema pubblico, rinvigorendo la presenza sul territorio, in un dialogo vero e non fittizio con i cittadini. 
Ma anche i cittadini devono attivarsi, attraverso dibattiti, associazioni, movimenti. I regimi autoritari si fondano sul solo potere politico e diffidano dell’impegno dei cittadini. In democrazia invece di questo impegno c’è particolare bisogno proprio perché la democrazia si regge su una continua interazione tra società e politica. D’altra parte nella nostra Costituzione (art. 49) i partiti sono un strumenti dei cittadini, non delle istituzioni politiche. 
L’obbiettivo è la ricostruzione di comunità, attraverso legami che hanno come fondamento la comprensione dei problemi, la capacità di ascolto, il rispetto, l’etica della persuasione, obbiettivi di eguaglianza e di civilizzazione. 
Il logoramento dei legami politici ha portato alla scomposizione dei legami comunitari in relazioni di tipo tribale. Le comunità consapevoli, colte e accoglienti sono state spesso sostituite da tribù, circoli ristretti incolti, ansiosi ed escludenti. 
In un territorio ricco di comunità si arricchiscono i valori umani. In un territorio popolato da tribù ognuna delle parti in conflitto rinuncia ostinatamente al tentativo di persuadere l’altro con gli argomenti della ragione. Il componente di una tribù diversa è perciò stesso affetto da un vizio insanabile. Una volta che la divisione tra gli uni e gli altri è stata rappresentata in questi termini, lo scopo di qualsiasi incontro tra antagonisti non é più riconciliarsi, ma dimostrare che la riconciliazione è impossibile. 
Per superare questa fase occorre ricostruire legami tra persone che credono negli stessi valori, che hanno stessa idea di nazione, e che si interrogano allo stesso modo sulla funzione del proprio partito. I legami si ricostruiscono attraverso il rispetto, l’ascolto, il confronto e la discussione.  
L’intera nazione, per vivere in democrazia, ha bisogno della ricostruzione di comunità politiche responsabili e consapevoli del ruolo che sono tenute a svolgere nella storia del paese di cui fanno parte. 
Queste comunità politiche tengono unita la nazione, superano le solitudini, propongono un’alternativa civile al rapporto malato tra leader narcisista e popolo senza rappresentanza. 
Una democrazia ben ordinata ha bisogno tanto di diritti quanto di doveri. 
Nella quotidianità diritti e doveri sembrano appartenere a mondi contrapposti. 
Esiste invece tra loro una stretta interdipendenza. 
Non solo per l’ovvia considerazione per la quale ad ogni diritto di una persona corrisponde il dovere di un’altra, ma anche perché l’adempimento dei doveri dà forma a una comunità rispettosa dell’altro nella quale i diritti possono essere serenamente esercitati. 
Senza una generalizzata consapevolezza dei doveri all’interno di una comunità, la lotta per i diritti si trasforma in una chiassosa rissa tra ceti, corporazioni, categorie professionali e non fa crescere la civiltà di un Paese. 
La presenza attiva dei doveri accanto ai diritti impedisce che una democrazia diventi regime di privilegi e di corporazioni tradendo cosi le sue promesse. Senza una cultura e una pratica dei doveri, i cittadini diventano monadi isolate, perdono l’idea di appartenere a una comunità; ciascuno agisce nel proprio esclusivo interesse avvalendosi dei propri diritti soggettivi come arma puntata contro l’altro. 
I privati cittadini, esercitando i propri diritti limitano i poteri pubblici e salvaguardano l’ autonomia individuale; adempiendo ai propri doveri rinsaldano la coesione sociale. Chi è incaricato di funzioni pubbliche, esercitando i propri poteri alla luce dei propri doveri rende credibile la politica e la pubblica amministrazione. Gli uni e gli altri, così operando, contribuiscono in modo determinante alla tenuta della democrazia. Un sistema politico privo di diritti non è una democrazia.  
Ma una democrazia senza doveri resta in balia degli egoismi e dei conflitti. 
Le democrazie nascono per la proclamazione dei diritti, ma si consolidano attraverso la pratica dei doveri. 
La classe dirigente non si misura dalla quota di potere esercitato ma dalla capacità di indicare obbiettivi e costruire legami. Per questa ragione ai componenti della classe dirigente sono richiesti comportamenti idonei che suscitino fiducia ed integrino l’autorevolezza che é necessaria per svolgere funzioni di orientamento ispirate all’etica della persuasione. 
La politica è anche una somma di comportamenti. 
Come far nascere una nuova classe politica? 
Innanzitutto occorre parlarne e porre in rilevo la necessità di superare il modello narcisistico del leader solitario e autoritario. 
Occorre quella che una volta si chiamava battaglia politica, diretta a costruire un modello di partito politico che sia strumento ed articolazione della società e quindi che abbia ai suoi vertici gruppi rappresentativi delle diverse istanze sociali che ad ogni singolo partito fanno riferimento. Un partito che costruisca legami, non un partito che provochi fratture. 
Il vecchio modello di partito ha probabilmente esaurito la sua funzione storica di emancipazione delle masse. Ma il nuovo modello non può rinunciare a questa funzione sia pure calata nella realtà dei nostri giorni. Quale é il tipo di emancipazione oggi necessaria? Non si tratta più di insegnare a leggere e a scrivere; si tratta di insegnare a capire che cosa si muove nella società e come il singolo partito intende dirigere i processi in corso, costruire legami e comunità politiche. Occorrono processi di moderna civilizzazione. 
Oggi circola una massa enorme di informazioni all’interno delle quali siamo indotti a scegliere non quella vera ma quella attraente. Compito di classi politiche dirigenti dovrebbe essere fornire attraverso la discussione gli elementi necessari per conoscere il vero stato delle cose. 
Giungono molte richieste di formazione politica da gruppi di giovani che si dichiarano non interessati alle dinamiche interne dei partiti, ma desiderosi di conoscere i fondamentali della funzione politica. Quando si approfondiscono le ragioni della apparente contraddizione si scopre che l’interesse è rivolto alla costruzione di un proprio patrimonio di conoscenze considerato necessario per l’esercizio di una cittadinanza responsabile.  
Le generazioni più recenti sono vittima di una rottura con le generazioni che le hanno precedute e questo ha prodotto in loro una sorta di necessità di un nuovo inizio. La continuità tra le generazioni ha permesso alle generazioni precedenti di trasmettere a quelle successive i propri saperi e il significato delle proprie esperienze. Quando questo rapporto ha cominciato a logorarsi, all’incirca negli anni Settanta, le generazioni più giovani hanno progressivamente perso il contatto con il passato; in queste generazioni è stata conseguentemente sostituita, sotto la guida di non eccellenti maestri, la conoscenza con l’ideologia e hanno confuso la libertà con l’assenza di responsabilità. 
Oggi, acquisita la consapevolezza di una cittadinanza che deve essere fatta anche di conoscenza e di responsabilità, una parte significativa delle generazioni che hanno tra venti e trentacinque anni chiedono di conoscere meglio e di più la storia del proprio Paese. Siamo passati dai ragazzi che ritenevano la mafia responsabile della morte di Aldo Moro ai giovani che chiedono di sapere quale sia stato il ruolo di Moro nella storia della Repubblica. 
Il primo servizio da svolgere nei confronti delle generazioni più giovani dovrebbe riguardare non la scuola di partito, ma la formazione alla cittadinanza responsabile, a qualcosa che viene prima della politica e che costituisce il presupposto di qualsiasi attività politica. 
Una piattaforma che metta in risalto le attività essenziali per qualsiasi impegno che riguardi la comunità nella quale si vive, da quella locale a quella nazionale. Soprattutto la costruzione di legami, in una società caratterizzata da solitudini di massa, può dare fiducia e speranza. Ma i legami non potranno essere duraturi se alla base non c’è studio, ascolto e rispetto. 
Le generazioni più vecchie dovrebbero tener presente il mito di Enea, stupendamente raffigurato nel marmo di Bernini, alla galleria Borghese. 
L’eroe ha sulle spalle i padre che porta con se i Lari, dà la mano al figlio che porta con sé il fuoco e si muove per costruire nuove città, visto che la sua è stata distrutta. La mia generazione dovrebbe avere l’intelligenza di non fermarsi a contemplare il passato, ma con la saggezza del passato contribuire alla formazione dei giovani che devono costruire il futuro. 
Nel maggio 1971, parlando ad una manifestazione sulla Resistenza, Francesco Fabbri affrontò il tema del rapporto tra passato e presente. 
Siamo qui a dire ai giovani e ai meno giovani che il passato non si deve esaurire in una commemorazione fra i superstiti, ma deve diventare ricchezza per tutti, per noi e per quanti verranno dopo di noi, che la Costituzione democratica e repubblicana ha per fondamento le sofferenze e le aspirazioni della Resistenza, che non vogliamo che la nostra esperienza sia più ripetuta, non solo per noi ma per nessuno, che il bene della libertà è tale che una volta perduto non si riacquista che a prezzo di grandi sofferenze e sacrifici.” 
Abbiamo il dovere di tenere fermo questo suo insegnamento e considerare la giornata di oggi non una commemorazione ma una trasmissione di valori che rigenera la democrazia. 
Alla luce delle sue parole grande é la nostra responsabilità perché le democrazie non muoiono per omicidio, muoiono per suicidio, qualche volta irresponsabilmente assistito da chi dimentica le proprie radici e i propri doveri .