Dal libro “Ai prodi figli di questa terra. 1921-2021 Cento anni del Monumento ai Caduti di Caerano di San Marco” di Mauro Marconato e Eugenio Dal Pra’. Ed. Zanetti. Discorso di Silvio Forcellini, sergente maggiore di fanteria che all’inaugurazione del Monumento nel 1921 ricorda l’affondamento del piroscafo Umberto I nel quale morirono 6 caeranesi: “… Giungemmo a Vallona (Albania) il mattino successivo ed i reparti del nostro 55° Fanteria si divisero nella vasta zona che doveva essere da noi occupata. Noi compaesani di Caerano ci dovemmo separare tutti: il più vicino, che rividi qualche volta, rimase Precoma Primo. Ed allora era per noi (due) una vera festa, poiché in quella vita aspra e selvaggia ci era dolce conforto lo stare insieme pensando alla nostra terra lontana ed agognando ansiosamente di rivedere la nostra piccola Patria. L’offensiva austriaca negli altipiani di Asiago sferrata nel maggio 1916 ci fece richiamare tutti improvvisamente, inaspettatamente lassù. La sera dell’8 Giugno collo stesso piroscafo lasciammo il porto di Vallona, contenti di rivederci riuniti e quasi felici nella speranza di rivedere una volta ancora i nostri cari prima di raggiungere la nuova fronte: a quanto ci sarebbe potuto capitare poi, non si pensava che in modo vago e indefinito. E uscimmo da Vallona sul tramonto, lentamente, quasi in religioso silenzio! Un’ora dopo (non erano ancora le 21) un colpo terribile si fa sentire nella nostra nave: uno schianto, un frantumar di vetri, un sordo scrosciar di acqua che precipita e allaga i vani interni della nave dalle ampie falle dei fianchi squarciati; tutta la gente atterrita e come impazzita, grida e corre. … Vidi i più coraggiosi saltare nell’acqua, altri correre sopra coperta, sperando una miracolosa salvezza. Non si vedevano che braccia alzate, non si sentivano che grida di spasimo e di suppliche ed accenti di disperazione. Intanto la prora affondava. Non vidi più nulla perché ad un dato istante, forse per il troppo carico, la nostra scialuppa non ci resse più e ci sommerse tutti. Anch’io gridai disperato, come tanti avranno gridato: Mamma, Mamma, aiuto, aiuto! … Mi capitò vicino un pezzo di tavola, credo sarà stato un rottame del bastimento: mi aggrappai fortemente, e con esso potei tenere la testa fuori delle onde e respirare. … Una delle ombre nere che prima vedevo lontane si fece sempre più grande, verso la mia direzione, era una torpediniera alla ricerca dei naufraghi. … Mi venne calata una corda cui mi arrampicai come un forsennato, e fui salvo. … Era l’una dopo mezzanotte. Il mattino cercai dei miei compagni e compaesani: non rividi che Bianchin Pietro-Ludovico che, dopo la ritirata, morì prigioniero. Gli altri erano tutti periti”. L’affondamento del piroscafo Umberto I, di cui parla Silvio Forcellini, avvenuto nel giugno del 1916, fu il più grande disastro della marina militare italiana durante la prima guerra mondiale. La nave era salpata dal porto di Valona l’8 giugno, verso sera, e doveva portare in Italia i fanti del 55° Reggimento. Fu colpita da due siluri austriaci lanciati da un sommergibile del tipo U5. A bordo c’erano circa 2821 persone e i morti furono 1926. Tra questi ci furono 6 caeranesi: Eustacchio Bordin, Mansueto Tonello, Francesco Casagrande, Luigi Bonora, Lorenzo Fruscalzo, Primo Precom
Immagini, personaggi e storie di Caerano
(Romain Gary)
A proposito di medici di ieri e di oggi
In omaggio ai medici di oggi, riporto una delibera di giunta del 1922 che riconosce i meriti, in circostanze diverse, ma simili, di un medico di allora: Francesco Belloni.
(testo integrale, compresi gli errori)
Comune di Caerano di S. Marco
– Adunanza della Giunta Municipale
Nel giorno 22 del mese di Aprile 1922 venne, per cura del Sig. Velo Guido Sindaco, convocata la Giunta Municipale, coll’intervento del Segretario Comunale de’ Calogerà Ivo
Sono presenti i Signori:
Velo Guido Sindaco
Pozzobon Alessandro Ass. Anz.
Gallina geom. Guido Ass. Eff.
Gatto Pietro Ass. Suppl.
Il Presidente dichiara aperta la seduta e riferisce che durante le infauste giornate di Caporetto, la massima parte della popolazione del Comune per ordine delle superiori Autorità Militari fu fatta sgomberare data la immediata vicinanza del territorio alla linea del fuoco.
I componenti l’On. Giunta ricorderanno anzi che nella deliberazione per la domanda di finanziamento da parte dello Stato per il pareggio dei bilanci si prospettavano le condizioni in cui trovavasi allora il comune: il foglio di riconoscimento alla popolazione, il divieto di uscire dal tramonto all’alba, l’assoluto silenzio ed il divieto di tener accesa qualsiasi luce durante la notte, le artiglierie Italiane, Francesi ed Inglesi piazzate sulle “RIVE” ed in località “CAMPAGNA” nei pressi del Lazzaretto che battevano continuamente le posizioni avversarie, case ma in special modo persone in paese rimaste vittime dei tiri, quasi quotidiani, del nemico, tutto questo fa comprendere benissimo che Caerano era considerata prima Zona di Operazioni militari.
Il Medico Comunale che, data la sua non più giovane età e la sua corporatura obesa, avrebbe avuto serio motivo per chiedere di allontanarsi dal paese, volle rimanere al suo posto, e, per attendere maggiormente alla cura degli infermi, si recava anzi a dormire (abbandonando la sua privata abitazione, ceduta ad un comando nostro) nel Lazzaretto stesso. Più volte scorto dall’osservatorio del M. Cesen soprastante a Caerano, mentre col cavallo recavasi a compiere il suo dovere di medico, fu fatto segno al tiro avversario, ma non per questo Egli s’è mai scoraggito; anzi s’offerse anche di prestare, come fece, servizio al’ambulatorio militare per parecchi mesi, rinquorando i feriti e la popolazione spaventata dal piovere delle granate e dalle incursioni aeree, che oggi lo ricorda con affetto e con venerazione.
L’ Amministrazione poi ha sempre visto in lui il funzionario zelante, scrupoloso anzi fino all’eccesso, che non indietreggia mai davanti a nessun ostacolo, imparziale e rigido osservatore della Legge anche quale Giudice Conciliatore da oltre un trentennio.
Ed è perciò che interpretando i sensi della popolazione, chiede all’On.le Giunta di deliberare in merito ad una proposta di ricompensa che torni ad onore dei meriti del sullodato Dott. Belloni.
LA GIUNTA
Udita la relazione dell’ill.mo Sig Presidente;
Riconosciuto che il dott. Belloni durante il periodo bellico, trascurando la sua salute ed anche i suoi privati interessi (avendo la Famiglia profuga a Milano) rimase fermo al suo posto, per parecchi mesi anche senza stipendio, rincuorando con la parola e con l’esempio militari e popolazione, incitandoli alla resistenza;
Sulla scorta di quanto è stato fatto a favore di persone di altri Comuni che si sono rese altamente benemerite verso la Patria; unanimemente, ai sensi dell’art. 140 della vigente L.C.P.
delibera di segnalare alle LL.EE. i Ministri degli Interni e della Guerra il dott. Belloni Francesco, Medico Comunale, Uff. San. E Giudice Conciliatore del Comune di Caerano di San Marco per le sue speciali benemerenze acquisite durante lo stato di guerra, proponendolo per la Croce di Cavaliere e per la Croce del merito di Guerra; pregando all’uopo l’On.le dott. Guido Bergamo, nel portare a conoscenza delle EE. i Ministri sopra accennati il presente deliberato dei Rappresentanti della popolazione caeranese, a voler dare tutto l’appoggio e del caso tutte le delucidazioni in merito affinché ciò che è nel desiderio d’ognuno venga quanto più sollecitamente è possibile, esaudito.-
Lengualonga. Gennaio 1982.
Nel gennaio del 1982 usciva a Caerano il primo numero di Lengualonga, un giornale serio, ma anche satirico che rimase in vita fino al 1984. Ecco la prima pagina del primo numero.
Premere sulla copertina per ingrandirla. Ne seguiranno altre.
Da “Sguardi dal ponte” – Pietro Cadorin (Peaòche)
Pietro Cadorin (1898-1967), detto “Peaòche”, abitava in Via La Violetta. Aveva delle pecore, che portava a pascolare sulle colline, e spesso metteva a disposizione il suo montone per inseminare le pecore altrui. Teneva in casa anche galline ed oche, alle quali evidentemente deve il soprannome che lo caratterizzava. Era un tipo sanguigno ed orgoglioso, intelligente ed intraprendente, che teneva molto alla sua dignità.
Si racconta che, quando lavorava presso il pastificio di Ado Stocco (detto Barbe Stocco), al padrone, che probabilmente era un tipo diffidente e sospettoso e si era permesso di perquisirgli le tasche, abbia urlato: “Cossa fatu, porco zio! tu me palpa e scarsee?, che sia a prima e ultima volta, se no tire fora a rivolta (rivoltella o pistola)”.
L’esclamazione “porco zio” era frequente nel suo parlare, caratterizzato da uno strano ed artificioso accento venezianeggiante, che ostentava come segno delle sue lontane e fantomatiche origini di nobile patrizio della Serenissima repubblica veneta, di “sangue bleu”, come diceva lui.
Neanche fosse un leghista ante litteram!
In realtà doveva avere ben altre impostazioni ideali e filosofiche, se è vero che Ilario Fasan, scomparso di recente, mi ha raccontato di aver disegnato, in occasione di una tornata elettorale, falce e martello su entrambi i fianchi della mussa Gina, che tirava il carretto dalle grandi ruote, tipo i carretti siciliani, con il quale Peaòche trasportava merci per conto terzi. Andava a Treviso a prendere i prodotti di monopolio: sale, zucchero, ecc. per Valerio Fenato, padre di Mario e Laura, che aveva un negozio di alimentari vicino a casa sua, o faceva analoghi servizi di trasporto per altri, per lo stesso Barbe Stocco o per il fabbro Bruno Rossi, dove lavorava Ilario Fasan.
Sulla sua mussa, che guidava con due soli e cifrati comandi: sarùc (ferma) e àri (avanti), ho sentito raccontare diversi aneddoti simpatici. Una volta aveva trasportato col suo carretto dei tubi per Bruno Rossi, che doveva aggiustare la fontana ancora oggi esistente in Via Vallon, nella strada tra l’agriturismo Col delle Rane e casa Brombal. Ilario Fasan ed altri operai del Rossi, mentre lui era a bere un “goto” dai Brombal, gli nascosero la mussa in mezzo al “suturco”. Tornato dopo la breve sosta, i burloni si divertirono a sentirlo urlare: “Porco zio! me e scampà a mussa” e a chiamarla disperato.
Erano stupidaggini, ma una volta ci si divertiva anche con queste bravate, quasi sempre innocenti e senza malizia, che finivano poi per essere raccontate nei filò o nelle osterie.
Una volta, verso Treviso, ad un passaggio a livello particolarmente obliquo rispetto alla sede stradale, le ruote del suo carro si incastrarono dentro le rotaie. Mentre cercava di rimediare, le sbarre si chiusero, con il rischio imminente che carro e mussa venissero travolti.
Pietro Cadorin non si perse d’animo e visto nei pressi un negozio di quelli di allora, dove si trovava di tutto, comperò alcuni petardi, che corse a collocare sui binari. Poco dopo il treno in arrivo li fece scoppiare ed immediatamente frenò, cigolando e sferragliando.
Così mussa e carro furono salvi. La sua mussa doveva essere speciale, selvatica e irrequieta, ed era solita sdraiarsi per terra e non muoversi più se incontrava o veniva condotta vicino a gruppi di persone estranee, oppure si scatenava se veniva montata in maniera anomala.
Un episodio del genere capitò a Gino Gallina, che gliel’aveva chiesta in prestito.
Dopo averla vista rifiutarsi di riprendere il cammino, per ben due volte, dopo altrettante soste in osterie sulla strada per Maser, al terzo rifiuto, spazientito, prese a bastonarla.
La mussa partì in picchiata, col cugino di Gino sul carretto e si fermò solo sui campi di Villa Barbaro, rincorsa dal fattore inferocito, perché stava rovinando i raccolti.
Un altro episodio simile toccò a Mario De Bortoli che, avendola montata di brutto, senza gli abituali accorgimenti del padrone, se la vide partire in corsa sfrenata e pericolosa, fino a fermarsi, per fortuna, davanti ai cespugli di rovi che costeggiavano la“Camuea”, canale che corre ad ovest del territorio caeranese.
Peaòche era famoso anche per una filastrocca che amava ripetere trastullandosi con la lettera iniziale del suo nome di battesimo.
Metteva in fila una lunga serie di parole, procedendo per associazioni, per assonanze o a caso: “Pietro, Paolo, Panza, Pittore, Poco, Pagato, Pazzo, Puttaniere, Porco… Passaporto, Parte, Per, Parigi…” creando una curiosa tiritera che ognuno poteva continuare a piacimento.
Pietro era stato sfortunato nella vita: aveva il braccio sinistro deforme, corto, di origine focomelica, una malattia che causava malformazioni agli arti e che negli anni ’60 fu associata all’uso del talidomide.
Inoltre, quando lavorava in pastificio, aveva rischiato di perdere anche l’altro braccio, sotto una pressa. I medici volevano amputarglielo, ma lui si oppose. Ebbe ragione perché riuscirono a salvarglielo, dopo un lungo periodo di cure e di ricovero in ospedale.
Io l’ho conosciuto e ricordo di avere avuto con lui uno strano, breve colloquio, che mi fece una certa impressione (ero molto giovane) per una sua frase che mi è sempre rimasta dentro: “Io non credo in Dio, credo nel Supremo”, mi disse.
Una simile affermazione, in bocca ad un pastore di pecore, avvolto nel suo nero tabarro, mi ha fatto pensare molto allora, quando stavo cercando di districarmi al meglio tra fede e ragione, ed oggi mi piace immaginare che “Peaòche” fosse una persona particolare, a suo modo colta, con qualche lettura o informazione sul deismo, una teologia nata in Inghilterra e poi diffusasi soprattutto in Francia.
Il deismo nega ogni forma di rivelazione divina e crede in una divinità razionale che mette in secondo piano il culto e si concentra sull’interpretazione filosofica di Dio. Ma forse lui non ne sapeva niente. Non so cosa intendesse dire esattamente, o non ricordo bene, ma penso volesse dirmi che lui non credeva in una divinità personalizzata, ma in un’entità superiore, astratta, quasi laica. Non so se ne parlasse anche con gli amici di osteria, credo di no, ma io voglio ricordarlo come un tipo originale, anche lui in scarsa sintonia con la società molto conformista di quei tempi.
Nella foto, Pietro Cadorin, Maria Carelle e Lucina Zanchetta davanti alla vecchia osteria Minora (da Bambin)
Da “Sguardi dal ponte”: Arias Tiberio
Cresce, come tanti caeranesi, all’interno delle organizzazioni parrocchiali e si diploma alla Scuola tecnica industriale. Quando nel 1943, diciottenne, viene chiamato alle armi dalla Repubblica Sociale Italiana, non si presenta, dandosi alla macchia, ma non entra a far parte del movimento partigiano. Nel 1944 va a lavorare nel Canapificio di Crocetta del Montello, dove conosce Argentina Capovilla, sua futura moglie. Nel 1945 si iscrive al PCI (Partito Comunista Italiano). Nel 1947, durante il servizio militare, si ammala di tubercolosi e viene ricoverato in ospedale per circa 30 mesi. Nel 1950 è nominato segretario della Camera del lavoro di Montebelluna e nel 1952 viene eletto segretario provinciale della Federazione lavoratori dell’abbigliamento, membro del Direttivo nazionale e del Comitato esecutivo della Camera del lavoro di Treviso. Prosegue intanto la sua militanza all’interno del PCI, anche se la vita per i comunisti di allora si fa sempre più dura, soprattutto nei paesi di campagna come Caerano, dove subiscono un vero e proprio ostracismo. In molti comuni i parroci si rifiutano di accogliere i loro figli all’asilo e, dopo la scomunica del 1949 da parte del Sant’Uffizio, li additano come peccatori e li escludono dai sacramenti religiosi, emarginandoli. Molti non riescono a trovare lavoro e sono costretti ad emigrare. Nel 1958 Arias Tiberio diventa segretario della Federazione Comunista di Treviso. Era un comunista aperto, amendoliano (seguace di Amendola, capo della destra comunista), e lo testimonia il suo sodalizio con il democristiano Domenico Sartor, con il quale condivise l’attenzione al mondo della campagna e quell’impresa innovativa e straordinaria che fu il CECAT (Centro per l’Educazione, la Cooperazione e l’Assistenza Tecnica del mondo contadino) di Castelfranco Veneto. Nel 1964 entra nel Consiglio comunale di Treviso. Quando vengono istituite le Regioni, nel 1970, Tiberio assume la carica di segretario del Gruppo consiliare regionale del PCI. Una delle sue doti straordinarie, che molti gli riconobbero, fu quella di essere, a quei tempi, classe dirigente, pur essendo all’opposizione. Tiberio fu anche consigliere comunale a Caerano, dal 1970 al 1980. Furono anni di dotte lezioni di politica, di duelli duri e leali con il sindaco democristiano Piero Facin, uno dei migliori sindaci caeranesi, aiutato in questo proprio dalla presenza in Consiglio comunale, tra i banchi dell’opposizione, di un uomo come Arias, personaggio di grande competenza politica ed amministrativa, mai settario, sempre pronto a collaborare, con le sue conoscenze legislative, con le sue iniziative e proposte per il bene del paese, in un periodo in cui il Consiglio comunale aveva ancora un ruolo rilevante e c’era tra gli avversari politici un sincero rispetto, che oggi latita anche tra i membri di uno stesso partito, a causa di personalismi ed arrivismi. I sindaci di allora, i democristiani Piero Facin e Vittorio Buzzo, furono sicuramente partecipi e protagonisti della trattativa per risolvere l’annosa questione IRE-ECA, ma il personaggio sicuramente decisivo fu proprio il comunista Arias Tiberio, che convinse il Consiglio di amministrazione dell’ente benefico veneziano, a maggioranza PCI, proprietario di due terzi delle terre di Caerano, ereditate dai Benzi Zecchini, a cederle in blocco ai fittavoli caeranesi, che le lavoravano da secoli. Tiberio, uomo scomodo, protagonista per molti anni della vita politica ed amministrativa caeranese, ha guidato con intelligenza e coraggio l’opposizione alla DC locale, in un’epoca in cui il non essere allineati con il potere dominante comportava alti costi personali e sociali. In lui colpiva soprattutto la grande passione umana e civile, che contava almeno quanto la sua preparazione e maestria politica, costruite in lunghi anni di militanza e di studi autodidattici a Caerano, Treviso e Venezia. Sue importanti battaglie amministrative, che hanno ugualmente segnato lo sviluppo urbanistico e produttivo del nostro Comune, oltre a quella citata per l’acquisizione dei terreni IRE-ECA, sono state quelle per la difesa dei livelli occupazionali (crisi Lampugnani e sanRemo), per la costruzione delle zone di edilizia economica e popolare (Peep) a Caerano, uno dei primi comuni veneti ed italiani a realizzarle, e per la tutela delle Rive, impedendone lo sfruttamento edilizio, attraverso la collocazione in esse degli impianti sportivi e l’introduzione dei primi vincoli urbanistici. Le sue idee e proposte erano sempre precise, documentate, originali, comunque all’avanguardia rispetto ai tempi, comprese quelle che ebbero minore fortuna, come la creazione di un cimitero all’inglese e la costruzione di mini-alloggi per anziani, idee realizzate solo parzialmente, o il progetto di un grande municipio, che non fu mai costruito. Dopo anni di opposizione frontale e molto dura, in un ambiente chiuso ed ostile, come era quello della lotta politica italiana e caeranese degli anni Cinquanta e Sessanta, seppe anticipare e cogliere l’importanza di una fase politica nuova e diversa, quella degli anni Settanta e Ottanta, fatta di impegno nelle istituzioni, di confronto costruttivo ed anche di collaborazione con gli antichi avversari. Furono gli anni della sua preziosa partecipazione al Comitato di gestione dell’ULSS, all’interno del quale sostenne la necessità di una medicina preventiva e decentrata, attraverso la creazione dei distretti socio-sanitari. Le sue ultime presenze nella vita sociale caeranese sono legate all’attività degli “Amici del cuore”, associazione di cui è stato anche presidente di zona e che ha rappresentato l’espressione finale del suo impegno umano e civile, per il quale molti lo ricordano al di là delle vecchie contrapposizioni politiche ed ideologiche. Trasferitosi a Treviso, Tiberio si allontanò ulteriormente dalla vita politica e dal PCI, che pure lo aveva visto tra i militanti migliori, soprattutto quando vide che nessuno dei nuovi dirigenti ritenne opportuno accogliere e conservare il suo prezioso archivio di documenti, di lettere e memorie, che voleva donare al partito, non per lustro personale, ma per testimoniare la storia di un’intera generazione di “compagni” che avevano lottato per condizioni di vita migliori e più giuste delle classi popolari. Tiberio si arrabbiò molto e distrusse, purtroppo, memorie e documenti, ritirandosi a coltivare il suo amato pezzo di terra sul monte Tomba. Buongustaio ed uomo di raffinata cultura gastronomica, fu anche attivo nell’Arci Gola, associazione da cui è nato successivamente Slow Food, di cui anticipò l’evoluzione ed i progetti attuali, coltivando e salvaguardando, nella sua oasi di pace montana, dove recuperava le sue e nostre origini contadine, alcune qualità antiche di mele e di altri frutti o piante autoctone a rischio di estinzione. E’ stato, secondo me, un grande personaggio caeranese, per molti un avversario leale, per altri un valido esempio d’impegno sociale e politico. Siccome questo libro vuole essere un racconto diverso, non celebrativo solo dei grandi e potenti della storia di Caerano, come è stato il premio San Marco, ma intende ricordare anche e soprattutto gli umili, i diversi, coloro che sono stati e magari continuano ad essere emarginati o discriminati per le loro idee politiche, per la loro fede religiosa, per la loro provenienza geografica, coloro che non si sono mai allineati con la mentalità dominante, in parte bigotta ed ipocrita, che ha ostacolato per anni il nostro progresso civile e sociale e che continua a soffocare ed a frenare questo paese, lo voglio dedicare con orgoglio anche a lui, a Tiberio Arias, mio maestro di vita e coerenza politica. Credo che Caerano farebbe bene a dedicargli una via del paese, come si è fatto per don Pietro Signoretti e come sarebbe bene fare per don Oddo Stocco, riconosciuto Giusto tra le Nazioni dallo Stato d’Israele, ed anche per don Camillo Pasin, personalità controversa e discussa, ma sicuramente importante nella nostra storia locale.
Da “Sguardi dal ponte”: Italo Panciera, detto Talòi.
Parlando di bar e dei loro frequentatori voglio qui ricordare soprattutto Italo Panciera, detto “Talòi”, un personaggio indimenticabile della vita commerciale-artigianale, ma anche godereccia, e dello sport (parlato) caeranese.
Mitico gelataio montebellunese, si era trasferito negli anni Cinquanta a Caerano, dove gestiva, insieme alla moglie Berta, il bar Sport, situato all’inizio della fila di case che costeggiavano a destra la strada per Montebelluna, di fronte all’asilo, dove oggi si trova la pizzeria Alla Torre.
Uomo arguto ed ironico, aveva il gusto della battuta, delle frasi ad effetto, dei modi di dire, alcuni dei quali sono entrati nel linguaggio popolare caeranese.
Tra questi florilegi ricordo: “Va a scoar el mar”, “Scriveo sul giaz”, oppure quelli un po’ macabri, quando moriva qualcuno, tipo “I ghe à mes el paetò de toea” o “I o à portà al albergo del silenzio” e infine, uno un po’ piccante, “Son da su paa val sfesa e zo pa a val cueata”.
Erano giuggiole grossolane, ma spiritose, spesso originali e di sua invenzione.
Dopo un incidente stradale che gli aveva lasciato come segno un’evidente rientranza dell’osso frontale, amava definirsi “Ministro del fronte interno” e raccontava, con il gusto del paradosso che lo caratterizzava sempre, di aver preso in pieno, uscendo di strada con la moto, l’unico albero che c’era tra Caerano e Vicenza.
D’estate, quando la moglie era a Jesolo, dove gestiva un albergo, capitava spesso che appendesse fuori del bar il cartello “Torno subito”, invece tornava dopo due, tre giorni, passati in giro con gli amici, istigatori e complici, a fare baldoria.
Molto spesso erano proprio gli amici che ne provocavano motti e sregolatezze, organizzando scherzi, bevute e raid goderecci. Si divertivano a mandargli dei bambini a chiedere un gelato da dieci lire, quando ormai il minimo era 50 lire, aspettando cinicamente la sua prevista reazione, sempre tra il comico e l’incazzato.
Altre volte, più “carognamente”, avvertivano la moglie che il bar era chiuso da giorni, così lei tornava a coglierlo in castagna ed a rimetterlo in riga.
Personaggio anche questo fuori dal coro del perbenismo e del bigottismo caeranese dell’epoca, spirito libero e sicuramente laico, permise e favorì i balli nel suo bar, al suono di uno dei primi jukebox, offrendo spazio alla voglia di divertimento e di trasgressione dei giovani caeranesi di
allora e delle molte operaie della sanRemo, durante la pausa pranzo.
Appassionato di sport, e di calcio in particolare, ricordo che il suo locale, dove si beveva e mangiava in allegria, era il ritrovo quasi obbligato della squadra di calcio caeranese, dopo le partite.
Nella foto Italo è al centro.
Da “Sguardi dal Ponte” – Brugar (Bruno Garbuio)

Parlando di satira, di umorismo, di allegria e “divertissement” a Caerano, non si può far a meno di ricordare un grande personaggio, morto da poco, che forse non ha avuto in vita tutti i riconoscimenti professionali che meritava, anche per il suo carattere ruspante e bonario, poco incline al successo sbandierato, al business a tutti i costi, all’arrivismo sociale: Bruno Garbuio, in arte Brugar. Aveva il gusto della satira, ma è stato soprattutto un grande disegnatore, un caricaturista abile e spiritoso, che riusciva a far sgorgare dai tratti sapienti della sua penna figure straordinarie ed indimenticabili.
Di Bruno Garbuio ho già parlato a proposito di Carlo Rossi e della tradizione aviatoria caeranese. Conosciuto con il nome d’arte di Brugar, ha lavorato alla Lampugnani, dilettandosi nel frattempo a disegnare con salace e popolare umorismo.
Nel periodo di grande sviluppo industriale del nostro paese ha saputo inserirsi sapientemente nel settore pubblicitario, lavorando per la Munari, per Corradi e per la Diadora, per la quale avrebbe ispirato le due ali di aereo stilizzate presenti nel marchio.
Ha lavorato anche per la Benetton, per la quale mi raccontava di aver disegnato il primo marchio, per la sanRemo e per molte altre ditte ed aziende della zona.
Nella sua lunga carriera ha creato un sacco di manifesti per eventi culturali, artistici e ricreativi e, come nostro Forattini locale, ha partorito (metaforicamente) molti papiri spiritosi ed audaci, per festeggiare tanti neolaureati caeranesi, famosissime vignette sugli alpini, sulle partite del Montebelluna calcio, sull’origine del tutto improbabile, ma fantasiosa, dei nomi dei comuni della marca trevigiana e tantissime altre caricature divertenti ed argute, originali, con un segno abile e bonaccione, direi quasi tipicamente veneto, come appariva lui stesso.
Poco prima di morire ha avuto un riconoscimento ufficiale anche dai caeranesi, grazie ad una mostra retrospettiva delle sue creazioni a Villa Benzi, curata in particolare da Paolo Bernardi.
In quella occasione mi telefonò a casa per chiedermi un parere sulla stesura di locandine ed inviti. Andai nel suo studio, dove non avevo mai messo piede, e malgrado avesse già dei problemi alla vista, una menomazione per lui molto grave e sofferta, mi mostrò con orgoglio, tra ricordi, battute e racconti di galanterie, apprezzamenti su persone che aveva conosciuto, barzellette quasi sempre spinte e proverbi o detti popolari, la sua straordinaria collezione di bozzetti, di illustrazioni, di fotografie con le Frecce Tricolori o con alti “papaveri” dell’aviazione che lui frequentava, soprattutto ad Istrana.
Anche Bruno veniva dal Borgo di San Marco, dalle cosiddette Badoere, dove viveva prima che la sanRemo si ingrandisse, con la sorella Franca, una delle prime e storiche operaie della grande azienda tessile caeranese.
Vecchio Brugar, ogni tanto ti incontravo in edicola ed allora mi fermavi: “Vien qua ceo, a satu questa…” e mi raccontavi l’ultima facezia o qualche aneddoto della tua ricca ed anche un po’ spericolata esistenza.
Mi manchi, come cominciano a mancarmi sempre di più i caeranesi poco più anziani di me, che se ne vanno portandosi dietro pezzi della mia e della nostra storia ed anche una parte di cuore.
Non so cosa ne sarà della preziosa ed abbondante documentazione del suo lavoro, sicuramente la famiglia la conserverà con cura ed affetto, ma non sarebbe male se finalmente qualche seria amministrazione comunale caeranese acquisisse la consapevolezza che un sacco di materiale, di ogni tipo, che testimonia la nostra storia, giace sparso in municipio, in biblioteca, nelle case o nei
siti web ed andrebbe, grazie anche ai potenti sussidi digitali, multimediali e di archiviazione che esistono oggi, recuperato, ordinato e salvato dalla scomparsa, dai polverosi bauli delle soffitte, dai cassetti dimenticati, sottratto all’anonimato o alla solitaria fruizione di qualche meritevoleappassionato.
Da “Sguardi dal ponte”. Feste natalizie.
A dicembre arrivavano finalmente le sospirate e lunghe vacanze di Natale e Capodanno.
A quei tempi si respirava un’aria molto diversa da quella sprecona e commerciale che si respira ora, il sentimento religioso era più vero ed autentico e non si era presi e distratti, soprattutto, dai regali di Gesù Bambino.
Ci si accontentava di un pranzo diverso, succulento, del panettone rituale e, almeno a casa mia, del durissimo mandorlato bianco della ditta Granzotto di Cologna Veneta, che i rappresentanti di stoffe, fornitori del negozio di mio nonno, donavano ai miei, in quelle splendide scatole di latta bianche e blu, che non ho mai dimenticato.
Ancora oggi lo compero sempre, per il pranzo di Natale, anche se ormai devo mangiarlo con grande attenzione, per non demolire definitivamente i miei vecchi e logori denti.
Una volta erano importanti sia il presepio che l’albero di Natale.
A casa mia si facevano entrambi e nessuno allora li metteva in contrapposizione, come succede oggi, per assurde strumentalizzazioni politiche.
Era bello fare il presepio: raccogliere il muschio (lopa) nei prati, tracciare le stradine con i sassolini bianchi, creare qualche laghetto con gli specchi, qualche ruscello con la carta argentata, costruire la grotta con le pietre più grandi o con qualche tronco, collocare sullo sfondo un foglio di carta blu, stellata, ad immaginare il cielo, sistemare le statuine, che crescevano di numero ogni anno, ed infine posizionare il Bambinello nella culla e la stella cometa sopra la capanna.
Era altrettanto bello decorare l’albero di Natale: maneggiare delicatamente e collocare, distribuendoli equamente tra i rami, i fragilissimi e sfavillanti addobbi di vetro colorato, con la forma prevalente di pallina, ma anche di candela, di luna, di sole, di stella, di animale, ecc.
Sbucavano tra i fili argentati che facevamo scendere dall’alto, come le piccole lucette colorate, intermittenti, che partivano dalla filante punta, sempre di sottilissimo vetro, che non stava mai diritta.
Successivamente apparvero anche i pendagli di cioccolato, di diverse forme, vuoti all’interno e rivestiti di carta colorata, molto graditi perché si potevano staccare e mangiare uno dopo l’altro.
L’ultimo giorno dell’anno gli adulti ci sembravano tutti impazziti ed anche noi partecipavamo di riflesso all’attesa della fatidica mezzanotte, senza convinzione e pieni di sonno, aspettando il Capodanno per le mance rituali, che ci interessavano molto più della festa notturna.
Queste erano le nostre o le mie feste più sentite.
Erano tutte esperienze di vita semplice e di relazioni naturali e spontanee che l’età, il ricordo ed il confronto con le distorsioni odierne nei rapporti umani e con le moderne e tecnologiche abitudini ludiche dei nostri bambini rendono ancora più affascinanti e nostalgiche.
Da “Sguardi dal ponte” – Marisa Michieli: la prima donna laureata a Caerano
“Ma poi – prosegue – ho capitolato… non so ancora cosa mi abbia spinto a cedere, alla fine. Ho conosciuto meglio Andrea. E il suo mondo. È stata importante una vacanza a Bressanone dove ero andata a sostenere un esame nella sessione estiva. Lì mi sono trovata a passare del tempo con Andrea, Diego Valeri, la Ninì (una delle figlie del grande poeta veneto) e altri intellettuali. Mi sono trovata a mio agio in un circolo di professori che per la prima volta vedevo fuori dalle aule accademiche”.
Marisa Michieli, che ho conosciuto anche come Commissario d’esame di licenza media quando insegnavo, è un po’ il tramite che mi lega ad Andrea Zanzotto, che ho incontrato solo una volta, ma che ho ascoltato in diverse occasioni, in televisione, e del quale sono un ammirato lettore.
Per questo mi piace riportare alcuni suoi versi, che riassumono e fanno capire bene, a mio parere, la sua ispirazione ed il suo mondo poetico.
Dalla raccolta Idioma, del 1986:
– Cussi inocà col cór son restà là
a la finestrela cèa …
E svodà pian pianin la se ’véa
e in éla altro che stele no ghe nèra
e ’l libret de le none e dei só tènp se ’véa serà.
«Ma, voi, benedisè
ancora ’na òlta ’l vostro nevodet,
parché ades che l’é ’n òn, debòto consumà,
par voaltre ’l mantegne quel che, tosatèl, l’à loda». –
Traduzione
– Così ammaliato, con il cuore sono rimasto là
alla piccola finestra …
E la si vedeva svuotarsi pian piano,
e in essa non c’erano che stelle,
e il libretto delle nonne e dei loro tempi si era chiuso.
“Ma, voi, benedite
una volta ancora il vostro nipotino
perché adesso che è un uomo, quasi consunto,
per voi mantenga quanto, bambino, ha lodato”. –
Da IX Ecloghe, 1962 – Nautica celeste:
Vorrei renderti visita
nei tuoi regni longinqui
o tu che sempre
fida ritorni alla mia stanza
dai cieli, luna,
e siccom’io, sai splendere
unicamente dell’altrui speranza.
Maglio d’Inferno
Nei primi decenni del 1400, nell’alta pianura trevigiana, un po’ trascurata dai veneziani e dove le poche opere idrauliche erano fatiscenti, si manifesta un risveglio demografico e dell’attività agricola, che richiede un maggiore bisogno di acqua. Attorno agli anni venti del 1400 prima il Comune di Castelfranco chiede di derivare un canale dal Piave a Pederobba per irrigare le sue campagne e a seguire sono due funzionari del Comune di Treviso, Andrea da Quero e Paolo da Pederobba, a proporre la costruzione di tre diversi rami o canali per portare l’acqua del Piave da Quero all’alta campagna trevigiana.
La proposta prende piede all’inizio del 1436 quando il Comune di Treviso la presenta al Senato veneziano. I primi obiettivi principali di questo progetto sono l’alimentazione di persone ed animali e l’irrigazione delle campagne, a cui si aggiungono successivamente il trasporto delle merci e la produzione di energia.
La proposta viene approvata il 22 marzo del 1436 dal Senato veneziano il quale stabilisce che parte delle acque del Piave, catturate a nord del Montello, siano condotte fino alle bocche del Montello e di Montebelluna, oltre le quali dovranno scorrere e sparpagliarsi per la campagna trevigiana fino a metter capo nel Sile.
I lavori iniziano abbastanza presto ma poi si interrompono per riprendere nel 1443, anno in cui viene anche istituito un apposito Ufficio delle acque. Lo scavo del canale Brentella arriva a Caerano nel 1446. Sei anni dopo, nel 1452, viene concesso un primo mulino, nel tratto di Caerano, al notaio trevigiano Martino da Cornuda.
Pochi anni dopo, nel 1456, a Caerano, lungo il canale Brentella, oltre a 4 mulini ad acqua, diventa attiva, in località Lavaggio, chiamata allora Inferno, una fucina per i metalli, detta anche battiferro, concessa ad un certo Antonio Zanibelli dall’Ufficio delle acque. Contava presumibilmente su una ruota ad acqua, situata non sul canale principale, ma su una canaletta ausiliaria o “bova bastarda”, che doveva prendere e poi restituire l’acqua al corso principale, il quale doveva essere lasciato libero per una maggiore scorrevolezza delle acque e per l’eventuale trasporto di merci, a cui nelle intenzioni dei progettisti doveva essere destinato il canale Brentella.
Era il cosiddetto Maglio d’Inferno, ancora oggi esistente, anche se inutilizzato ed in stato precario.
Probabilmente, in questo come negli altri opifici o mulini, nessuna di queste canalette fu realizzata dagli assegnatari e negli anni seguenti ci furono diverse proteste per la scarsa efficacia, ai fini irrigui, del canale a causa di seriole abusive o delle mancata costruzione di queste bove bastarde.
D’altra parte anche allora non mancavano i favoritismi e le connivenze, tanto più che spesso i concessionari erano ben ammanigliati con l’ente concedente.
Il Zanibelli, ad esempio, era sovrastante agli scavi della seriola (canale secondario) di Montebelluna e quindi in palese conflitto d’interessi, diremmo oggi, ma la cosa riguardava anche altri concessionari di opifici dell’epoca, come i Bolognato, gli Onigo, i Bettignoli ed altri.
Il maglio d’Inferno non fu il solo battiferro autorizzato in zona, ma fu sicuramente il più importante.
Negli archivi del consorzio Brentella si trova traccia di un altro maglio, 450 pertiche trevigiane più a sud, appartenente insieme ad un mulino da grano e ad uno da gesso, ai fratelli Tiberio, ma viene demolito poco dopo e trasformato in altro mulino da grano.
Un nuovo battiferro venne concesso nel 1671 a Paolo e Girolamo Pola, insieme ad un follo da panni (che però avra vita breve) lungo la seriola Barbariga, entro i confini di Caerano, battiferro che passerà nel 1736 ai veneziani Gradenigo, ma del quale non si conservano le tracce.
Del nostro maglio d’Inferno troviamo invece traccia nel 1865 quando risulta appartenere, insieme ad un mulino da grano, ai fratelli Vello Antonio fu Giobatta, Luigi, Giuseppe e Pietro fu Sebastiano.
Ancora oggi il nostro maglio d’Inferno appartiene ai discendenti di quei Vello (oggi Velo), in particolare ad un certo Velo Roberto, residente a Padova.
Nel 1901 Paolo Viganò acquista dai fratelli Vello il diritto d’uso d’acqua dei loro opifici, tra cui il maglio, per costruire una importante centrale idroelettrica, ma sappiamo per certo che l’attività di questo maglio è continuata fino a qualche decennio fa.
Oggi avrebbe bisogno di un restauro, previa autorizzazione del proprietario, la cui spesa, dopo un sopralluogo sommario, con un impresario edile, potrebbe aggirarsi attorno ai 100.000 euro, per i quali ritengo si possa attingere anche a risorse regionali o europee.
N.B. – Notizie tratte dal libro “Brentella” di Raffaello Vergani e dal libro “Caerano dalle origini al XVII secolo” a cura di L. De Bortoli e D. Zanetti