La Meloni ha scommesso sull’opposizione al governo d’emergenza chiesto da Mattarella in un periodo tragico e cruciale per il nostro Paese ed ha strizzato l’occhio ai no vax, criticando tutte le scelte governative anche sulla pandemia, solo per guadagnare meschinamente dei voti. Salvini ha aderito al governo per fare il doppio gioco: adesione al governo e subdola opposizione insieme, sperando di fare il furbo e di tenere le percentuali di voti guadagnate negli ultimi anni. Risultato: la Meloni ha rubato voti a Salvini, perché in Italia c’è una massa di illusi o profittatori sempre pronti a fidarsi di chi grida di più, le spara più grosse e promette la soluzione di tutti i problemi. I cosiddetti Fratelli d’Italia sono diventati per qualche tempo il primo partito. Salvini ha perso voti, anche a vantaggio di Forza Italia, proprio per le sue ambiguità ed è passato in seconda fila. Ora però che i suoi governatori leghisti hanno fatto scelte chiare e governative sulla pandemia il furto di voti alla Lega soprattutto da parte della Meloni si è fermato e, sorpresa!, primo partito è diventato il PD. Credo che molti degli italiani che si sono vaccinati abbiano cominciato a capire chi stia facendo le scelte giuste e stiano premiando chi durante questa pandemia si è comportato più responsabilmente e che il PD e non Salvini, ma Zaia e Fedriga sono sicuramente meglio della Meloni, anche perché non urlano sguaiatamente. E forse è anche per questo che i 5 stelle mantengono buone percentuali di voto, malgrado tutti li dessero per spacciati. Spero che la grande maggioranza degli italiani, quando si andrà a votare si ricordi di chi ha garantito meglio la sua salute e la ripresa economica e del Paese, penalizzando chi ha solo sbraitato nelle piazze, in TV o in Parlamento. Sarebbe grave avere Berlusconi Presidente della Repubblica, ma sarebbe altrettanto grave avere la Meloni Presidente del Consiglio, con i suoi “patrioti”.
Mauro Marconato
Libertà vo cercando ch’è si cara…
Ho visto in TV, anche recentemente, alcuni esemplari di no vax o no green pass ruspanti, da corteo, di quelli tosti, deliranti, incazzati come bestie. Ho visto anche alcuni intellettuali, di quelli sempre contro, come Cacciari e Freccero (Non considero intellettuali né Montesano, già comico di suo, né Brosio, toccato dalla Madonna di Medjugorje, né Szumski, che finalmente, grazie ai no vax e no green pass, forse riuscirà a diventare parlamentare). Niente da dire contro i no vax o i no green pass che argomentano pacatamente o che hanno dubbi o paura. Ce ne sono tanti e posso perfino comprenderli. Gli sfegatati, e sono purtroppo molti, no. Mi meraviglio, quindi ed invece, che certi giornalisti o talk show e l’informazione in generale diano spazio ai no vax o green pass irriducibili e urlanti, complottisti, sciamanisti, cultori di strane filosofie paranoiche, fascisti o anarco-individualisti, sindacalisti marginali, alternativi di varia natura, terrapiatisti e cervellopiattisti (il loro) ecc. Che senso ha, mi domando, mettere a confronto degli scienziati, ricercatori, primari ecc. con quattro ossessi che gridano in piazza sguaiatamente, propagando scemenze, senza nessuna competenza nel merito. Posso capire la par condicio politica, ma non questa, sulla pelle della gente, di oltre l’85% degli italiani. Un vero giornalista, di stampa o talk show, è libero solo se invita chi vuole, non se è costretto a invitare, per un falso concetto di parità, anche i fanatici, i violenti, i pazzoidi o gli estremisti. So che non tutti i no vax sono così, ma poi in tv o sui giornali, a parlare, sono spesso e solo i più scalmanati tra loro. Che senso ha dare spazio a chi viola continuamente le leggi e le regole nelle manifestazioni, mettendo a rischio la vita della grandissima maggioranza degli italiani, oltre che la loro? Oggi sono contento che il governo abbia esteso il vaccino obbligatorio ad altre categorie ed a chi tra i pubblici dipendenti ha contatti con la gente, pena la sospensione, che abbia adottato misure restrittive, selettive, che penalizzino solo chi non si vaccina e che punti a controllare poi drasticamente il rispetto delle regole. Anche i sindaci potrebbero fare la loro parte sui controlli e, se non possono utilizzare i vigili, invitino almeno chi di dovere ad eseguire dei controlli a campione e ripetuti contro chi non chiede il green pass o addirittura non è vaccinato e non porta la mascherina, fregandosene delle regole anche se gestisce locali pubblici o svolge attività frequentate dal pubblico, cosa che succede anche a Caerano, senza costringere i cittadini a fare la “spia”, anche se in questo caso di minaccia alla salute pubblica sarebbe solo senso civico e tutela personale. Quanto a noi vaccinati cominciamo a non accettare in casa nessuno che non abbia il green pass e facciamo sentire la nostra voce, sommergendo il chiasso quotidiano di coloro che, con il loro estremismo, sembrano godere dei morti giornalieri e che vogliono rinchiuderci nuovamente tutti in casa.
Io non sono un esperto di finanza, ma se io, per ipotesi, volessi correre il rischio di giocare i miei soldi in borsa e ne ottenessi un bel guadagno, non vorrei che qualcuno pretendesse poi che io lo dividessi con lui. Se il vaccino è un rischio, come dicono loro, (anche se non è così) ed io rischio per guadagnarmi la libertà di essere libero di muovermi, tornare a lavorare, viaggiare, studiare, fare vita sociale e culturale ecc. perché dovrei poi dividere queste libertà che mi sono guadagnato con chi non ha rischiato nulla ed anzi, per rivendicare la libertà sua e di una esigua minoranza, minaccia la mia e quella della stragrande maggioranza degli italiani?
Bene ha fatto il governo ieri ad adottare queste nuove misure restrittive mirate ai non vaccinati. Ora facciamole rispettare, per Dio! E non per la Madonna di Medjugorje e neppure per quella finta madonna di Fratelli d’Italia, che punta sempre a distinguersi per lucrare pochi voti in più. Almeno Salvini si barcamena e si adatta.
Fascisti ed antifascisti
In Italia ci sono molti che non sono fascisti, ma che non sono neanche antifascisti. Ne conosco parecchi che sono così, sia una volta quando votavano DC, sia adesso che votano Lega o Fratelli d’Italia. Ne è un po’ la prova anche il fatto che oggi, in molti comuni leghisti o governati dalle destre, nelle cerimonie davanti ai monumenti ai caduti, il 25 aprile, non si canta Bella Ciao, la canzone simbolo della lotta partigiana ed antifascista e magari si canta la canzone del Piave, che col 25 aprile non c’entra niente. C’è anche, e addirittura, qualche femmina di destra, come Rachele Mussolini, di Fratelli d’Italia, che il 25 aprile si limita a festeggiare il compleanno del marito, che si chiama Marco.
A parole questi “patrioti” rispettano la nostra Costituzione antifascista, nata dalla Resistenza e dalla lotta partigiana, ma non sono antifascisti. Già molti democristiani di una volta, se fossero stati costretti a scegliere tra Almirante e Berlinguer, tra la Fiamma Tricolore e la Falce e il Martello, avrebbero scelto la prima, anche se il PCI era stato tra i protagonisti della liberazione dell’Italia dai fascio-nazisti e i comunisti avevano avuto un ruolo importante nell’Assemblea Costituente ed accettato il sistema democratico scritto in Costituzione.
Cosa che, invece, non avevano fatto coloro che si richiamavano al Fascismo, Almirante e soci, tanto che furono considerati per lungo tempo fuori dal cosiddetto Arco Costituzionale. Il PCI, che ovviamente era considerato dentro, era comunque escluso, in tutti i modi, anche un po’ oscuri, dal poter governare il paese (conventio ad excludendum), almeno fino al tentativo di “compromesso” che costò la vita ad Aldo Moro e poi al crollo del muro di Berlino.
Nel 1946, con l’amnistia firmata da Togliatti, Ministro della Giustizia del primo governo post-bellico, si era voluto voltare pagina, forse anche comprensibilmente, ma così non si sono mai chiusi veramente e definitivamente i conti col Fascismo.
Da tutto questo nascono, almeno in parte, anche le contraddizioni odierne, l’ipocrisia dei partiti che si dichiarano antifascisti, ma poi tollerano infiltrazioni nere, e l’ambiguità di chi tollera gli ultras fascisti, i partiti e movimenti nostalgici di Mussolini ed Hitler, accarezza e liscia ogni malessere della società, a cui nessuno riesce da tempo a porre rimedio. Questi partiti danno fiato e corda a chi si dichiara antipolitico, critica tutto e tutti, crede di vivere in una dittatura, in un paese disastrato, anche se l’Italia è uno dei paesi più industrializzati al mondo, ha una sanità pubblica eccellente, ha studiosi e ricercatori richiesti dappertutto, primeggia per qualità della vita, per il vestirsi bene, per il mangiare bene ed anche e soprattutto per le sue bellezze. Per cosa poi? Per un pugno di voti!
A soffiare sul fuoco di destra ci sono poi dei giornalisti (si fa per dire!), schierati apertamente a destra e che giustificano, minimizzano le violenze fasciste, tirano sempre in ballo altre violenze (dei centri sociali, dei no tav…), pur di attenuare le responsabilità dei loro partiti o leader di riferimento e che, in caso di un nuovo regime fascista in Italia, per fortuna del tutto improbabile, se non impossibile, sarebbero probabilmente i primi ad aderirvi. Intanto, si apprestano a mollare un po’ Salvini, per accasarsi dalla Meloni, la nuova rock star degli imbecilli del web, “dei bastian contrari”, dei frustrati ed insoddisfatti di ogni risma e dei non fascisti, ma neanche antifascisti.
Almeno la aiutassero, questi giornalisti, visto che non ci arriva da sola, a capire la matrice dei cortei violenti dell’altro giorno!
Appello pubblico e civico
Mi rendo conto che questo appello probabilmente interesserà poco o niente alla gran parte dei caeranesi ed anche all’amministrazione comunale, come è accaduto già in passato, quando non si è fatto niente per salvare le ultime tracce rimaste dei mulini che dal 1400 funzionavano lungo il Brentella, in particolare di quello Zaffaina, intatto fino a qualche decennio fa e del quale resta solo una malinconica ruota. Speriamo di no.
Questo appello salvifico, probabilmente l’ultimo, visto le condizioni in cui versa l’edificio, riguarda il Maglio d’Inferno di Caerano di San Marco, situato in Via Piave, località Lavaggio, tra il bar – da Loris – e la vecchia casa dell’Enel. E’ rivolto all’amministrazione comunale, ma anche a tutti i caeranesi sensibili al recupero della loro storia, perché possano sostenerlo in qualche modo.Per capire l’importanza di questo Maglio d’Inferno riporto alcune notizie storiche tratte dal libro “Brentella” di Raffaello Vergani e dal libro “Caerano dalle origini al XVII secolo” a cura di L. De Bortoli e D. Zanetti e che ho già pubblicato qualche tempo fa in facebook e nel mio sito web.
“Nei primi decenni del 1400, nell’alta pianura trevigiana, un po’ trascurata dai veneziani e dove le poche opere idrauliche erano fatiscenti, si manifesta un risveglio demografico e dell’attività agricola, che richiede un maggiore bisogno di acqua. Attorno agli anni venti del 1400 prima è il Comune di Castelfranco a chiedere di derivare un canale dal Piave a Pederobba per irrigare le sue campagne e a seguire sono due funzionari del Comune di Treviso, Andrea da Quero e Paolo da Pederobba, a proporre la costruzione di tre diversi rami o canali per portare l’acqua del Piave da Quero all’alta campagna trevigiana.
La proposta prende piede all’inizio del 1436 quando il Comune di Treviso la presenta al Senato veneziano. I primi obiettivi principali di questo progetto sono l’alimentazione di persone ed animali e l’irrigazione delle campagne, a cui si aggiungono successivamente il trasporto delle merci e la produzione di energia.
La proposta viene approvata il 22 marzo del 1436 dal Senato veneziano il quale stabilisce che parte delle acque del Piave, catturate a nord del Montello, siano condotte fino alle bocche del Montello e di Montebelluna, oltre le quali dovranno scorrere e sparpagliarsi per la campagna trevigiana fino a metter capo nel Sile.
I lavori iniziano abbastanza presto ma poi si interrompono per riprendere nel 1443, anno in cui viene anche istituito un apposito Ufficio delle acque. Lo scavo del canale Brentella arriva a Caerano nel 1446. Sei anni dopo, nel 1452, viene concesso un primo mulino, nel tratto di Caerano, al notaio trevigiano Martino da Cornuda.
Pochi anni dopo, nel 1456, a Caerano, lungo il canale Brentella, oltre a 4 mulini ad acqua, diventa attiva, in località Lavaggio, chiamata allora Inferno, una fucina per i metalli, detta anche battiferro, concessa ad un certo Antonio Zaninelli dall’Ufficio delle acque. Contava presumibilmente su una ruota ad acqua, situata non sul canale principale, ma su una canaletta ausiliaria o “bova bastarda”, che doveva prendere e poi restituire l’acqua al corso principale, il quale doveva essere lasciato libero per una maggiore scorrevolezza delle acque e per l’eventuale trasporto di merci, a cui nelle intenzioni dei progettisti doveva anche essere destinato il canale Brentella.
Era il cosiddetto Maglio d’Inferno, ancora oggi esistente, anche se inutilizzato ed in stato precario.
Probabilmente, in questo come negli altri opifici o mulini, nessuna di queste canalette fu realizzata dagli assegnatari e negli anni seguenti ci furono diverse proteste per la scarsa efficacia, ai fini irrigui, del canale a causa di seriole abusive o della mancata costruzione di queste “bove bastarde”.
D’altra parte anche allora non mancavano i favoritismi e le connivenze, tanto più che spesso i concessionari erano ben ammanigliati con l’ente concedente.
Il maglio d’Inferno non fu il solo battiferro autorizzato in zona, ma fu sicuramente il più importante.
Negli archivi del consorzio Brentella si trova traccia di un altro maglio, 450 pertiche trevigiane più a sud, appartenente insieme ad un mulino da grano e ad uno da gesso ai fratelli Tiberio, ma viene demolito poco dopo e trasformato in altro mulino da grano.Un nuovo battiferro venne concesso nel 1671 a Paolo e Girolamo Pola, insieme ad un follo da panni (che però avrà vita breve) lungo la seriola Barbariga, entro i confini di Caerano, battiferro che passerà nel 1736 ai veneziani Gradenigo, ma del quale non si conserva traccia.
Del nostro maglio d’Inferno troviamo invece traccia nel 1865 quando risulta appartenere, insieme ad un mulino da grano, ai fratelli Vello Antonio fu Giobatta, Luigi, Giuseppe e Pietro fu Sebastiano.
Ancora oggi il nostro maglio d’Inferno appartiene ai discendenti di quei Vello (oggi Velo), in particolare ad un certo Velo Roberto, residente a Padova.
Nel 1901 Paolo Viganò acquista dai fratelli Vello il diritto d’uso d’acqua dei loro opifici, tra cui il maglio, per costruire un’importante centrale idroelettrica, ma sappiamo per certo che l’attività di questo maglio è continuata fino a qualche decennio fa”.
Oggi il Maglio d’Inferno avrebbe bisogno di un restauro, che richiede e merita, secondo me, un intervento pubblico, previo accordo con il proprietario, e che permetterebbe, come succede per altri magli (come quello di Pagnano d’Asolo), una sua usufruibilità pubblica.
Credo che ci sia un interesse pubblico, e spero anche privato, ad intervenire, attingendo eventualmente anche a risorse regionali, nazionali o europee e, perchè no, anche a qualche finanziamento di cittadini caeranesi, soprattutto di ditte locali, magari con prestazioni di lavoro gratuite, e/o al volontariato, molto attivo e diffuso a Caerano.
Non so se tutto ciò sia utopia o se sia fattibile, ma forse si potrebbe provare a salvare una delle ultime memorie antiche del duro lavoro dei nostri antenati e della vocazione “industriale” del nostro paese. E’ vero che in paese ci sono molte altre cose da fare: sistemare strade, marciapiedi, semafori, efficientare da un punto di vista energetico edifici pubblici e altro, ma certe opere possono anche essere rinviate di qualche anno mentre qui, nel caso del Maglio d’Inferno, probabilmente il tempo sta per scadere definitivamente.
Se poi i caeranesi ritengono un simile, auspicato (da me) intervento, uno spreco di denaro o una cosa inutile, dopo lo snaturamento di quasi tutto il centro storico avvenuto in passato, la mancata salvezza di alcuni mulini, la non acquisizione, a suo tempo, di Villa Rovero (Forcellini), il mancato risanamento di aree come quelle della ex Lampugnani e della sanRemo, allora vuol dire che, ancora una volta, mi sono sbagliato e l’illusione culturale e storica continua ad essere prevaricata da altre più “ciniche” realtà.
Allora, come non detto!
Tassaioli e cretini
Oggi leggo che Letta, segretario del PD propone di tassare maggiormente le successioni sopra i 5 milioni di euro per investire sui giovani italiani.
Non si tratta di tassare eredità di prime e seconde case, ma di chiedere ai ricchissimi del paese, si parla di un 1% dei cittadini italiani, di contribuire ad una distribuzione parzialissima e più equa della ricchezza non guadagnata col proprio lavoro ma ereditata, a volte anche senza merito personale.
Apriti cielo, i soliti sciacalli politici si sono buttati subito sul torbido che gorgoglia nella pancia di certi italiani, al solo sentire parlare di tasse, gridando subito contro la solita sinistra che vuol far pagare le tasse ai poveri italiani.
Il bello è che tanti ci credono, anche moltissimi di quelli che non ne avrebbero alcun danno, il 99% della popolazione, scavalcando addirittura nel loro dissenso, uomini ricchissimi, umani ed intelligenti, come un Del Vecchio di Luxottica, tanto per citarne uno, che penso non avrebbero alcuna remora ad accettare un imposta del genere. Del resto questa tassa in Francia varia tra il 5 e il 45% a seconda del valore del patrimonio, in Germania tra il 7 e il 50% in Spagna tra il 7 e il 34% in Gran Bretagna è al 40% (dati L’EGO-HUB da LA STAMPA DEL 22.05.2021).
Ma noi siamo il bel paese, quello in cui, come dice Vincenzo Visco sulla Stampa di oggi, “i ricchi non devono pagare le tasse, gli evasori non devono essere disturbati ed i ceti benestanti vanno assecondati nei loro desideri di voler pagare di meno. Dopodiché gli stessi dicono che i servizi pubblici non funzionano o che bisognerebbe aumentarli”.
Del resto siamo o non siamo il paese dei molti furbi? cioè:
– di coloro che non si vaccinano perché tanto si vaccinano gli altri e loro evitano un qualsiasi rischio, anche se remotissimo, e al bene comune ci pensino pure gli altri, i soliti cretini
– di coloro che non pagano le tasse o le pagano per modo di dire, tanto le pagano gli altri e ci garantiscono scuole, servizi sanitari ecc. da buoni cretini
Mica siamo fessi noi! Siamo furbi!
Ovviamente i soliti politici e tanti giornalisti complici non specificano che la proposta di Letta non tocca il 99% degli italiani, gli basta poter, ancora una volta, far tornare sulla scena il termine “comunisti” che provoca ancora disturbi intestinali a molti italiani e che nasconde la pervicace propensione di una certa destra fascistoide ad evocare fantasmi e ad alimentare paure pur di conservare privilegi, enormi divari sociali e discriminazioni nel nostro paese.
Un anno perso?
“Ai prodi figli di questa terra” – 100 anni del Monumento ai Caduti di Caerano di San Marco
In occasione del 25 aprile è stato pubblicato il libro “Ai prodi figli di questa terra” che racconta la storia del Monumento ai Caduti di Caerano di San Marco, costruito nel 1921, cento anni fa ed inaugurato proprio il 25 aprile dello stesso anno. Sarà presentato in diretta streaming venerdì 23 aprile in una cerimonia ristretta, a causa delle limitazioni covid-19, con la presenza degli autori, del sindaco di Caerano di San Marco, del vicesindaco, della presidente della Fondazione Villa Benzi Zecchini, dei consiglieri comunali e di pochi altri nella sala consigliare della villa stessa. Gli autori del libro, Eugenio Dal Prà e Mauro Marconato, hanno ripercorso, attraverso documenti dell’epoca, privati e pubblici, del Comune di Caerano, le vicende della costruzione del Monumento ai Caduti, la sua originaria collocazione, la stessa cerimonia inaugurale, con i discorsi celebrativi, ed il suo successivo spostamento, nel 1958, nella sede attuale, con alcune modifiche, funzionali a ricordare, oltre ai Caduti, militari e civili della prima guerra mondiale, anche quelli della seconda guerra mondiale. La lunga storia di questo Monumento ai Caduti è legata strettamente al conflitto del 1915-1918 e quindi gli autori hanno approfondito anche gli eventi che hanno coinvolto Caerano dopo la Rotta di Caporetto e il posizionamento della linea difensiva dell’esercito italiano sul vicino Piave. Lo hanno fatto con la collaborazione di molti caeranesi, citati e ringraziati tutti nel libro, che hanno fornito loro documenti e foto, testimonianze e racconti dei loro nonni o genitori, scoprendo presenze, fatti, personaggi in parte sconosciuti a molti caeranesi di oggi e che in quel periodo hanno procurato disagi, sofferenze, paure e lutti ai compaesani di allora. Tra questi risultano rilevanti: – i bombardamenti su Caerano e la morte di 6 civili della famiglia Poloniato, residente in via Lavaggio – la presenza a Caerano, dopo Caporetto, di una base di palloni aerostatici e di soldati italiani e stranieri (soprattutto francesi) – la presenza di postazioni militari e di trincee (indicati da mappe) – i 6 militari caeranesi morti con l’affondamento del piroscafo Umberto I partito da Valona – le figure del pilota Carlo Rossi e del medico Francesco Belloni – altri personaggi importanti dell’epoca, tra i quali il console Vitale Gallina, Vincenzo Ramanzini, il dott. Ugo Stocco, i sindaci Ado Stocco, Guido Velo e Luigi Tiberio, don Oddo Stocco (Giusto tra le nazioni) – caeranesi che hanno vissuto esperienze particolari: Regina Poloniato (ferita e mutilata), Toscana Serena in Gallina (detta Toscanina, profuga), i fratelli Raffaele e Gioacchino Gatto (il loro commovente incontro negato), Giuseppe Pellizzer (mato de guera), Zucchello Arduino (insofferente e disertore), Antonio Mondin (prigioniero) e Attilio Mondin (Cavaliere di Vittorio Veneto) La seconda parte del libro riporta molti documenti, in gran parte presenti nell’archivio comunale di Caerano, che testimoniano le molte problematiche emerse in paese tra i comitati e le associazioni coinvolte nella costruzione e poi nello spostamento del Monumento e le amministrazioni comunali dell’epoca: costi, richieste di contributi, difficoltà finanziarie comunali, proteste per ritardi ecc. La parte conclusiva è dedicata in particolare al ricordo dei morti militari e civili della seconda guerra mondiale, tra cui molti bambini, morti a seguito dello scoppio di residui bellici. In calce al libro sono collocati, oltre alla bibliografia, l’elenco delle foto e quello dei nomi citati. Trattandosi della storia di un’opera pubblica, un Monumento che appartiene a tutti i caeranesi, e nella speranza che il libro possa essere utile a tramandare la memoria di vicende e di persone che hanno attraversato la storia di Caerano e che possa diventare anche uno strumento di studio e di riflessione, almeno in alcune sue parti, per gli studenti delle scuole cittadine, gli autori hanno coinvolto l’Amministrazione Comunale e la Fondazione di Villa Benzi Zecchini, che hanno risposto positivamente, in modo che “Ai prodi figli di questa terra” sia a disposizione, gratuitamente, di tutti i caeranesi interessati. Malgrado le difficoltà a riprodurre vecchi documenti e fotografie, la qualità del libro è stata garantita dal progetto grafico della ditta Editronic di Cornuda e dalla stampa della Grafiche Antiga SPA di Crocetta del Montello. Editore è il caeranese Danilo Zanetti.
Giorno della memoria 2021
LA MEMORIA SE NON E’ INQUINATA DALL’IGNORANZA AIUTA IL PRESENTE E GARANTISCE IL FUTURO PIETRO GARDIN Pietro Gardin fu un noto industriale caeranese, che io ricordo vagamente, proprietario del Calzificio Gardenia, collocato in Via Lavaggio (oggi Via Piave), che diede lavoro a molti uomini e donne caeranesi, come risulta dalla foto seguente. Oggi tuttavia voglio ricordare Pietro Gardin per un altro motivo. Pietro Gardin e la moglie Elisabetta, nel 1943, salvarono un bambino ebreo di Bolzano, Luigi Rovighi, figlio di un loro amico, ospitandolo a Caerano e rischiando la vita. Per questo i coniugi Gardin si sono meritati la medaglia di “Giusti tra le Nazioni” consegnata alla figlia Maria Luisa il 29 maggio 2012 a Treviso. Alla cerimonia era presente anche quel bambino, del quale riporto l’intervista concessa al giornale Alto Adige il 28 marzo 2012, raccolta da Fabio Zamboni. I ricordi bolzanini di Luigi Rovighi, l’ebreo sfuggito ai nazisti. BOLZANO. Ci sarà anche lui, Luigi Rovighi, domani a Treviso alla consegna della medaglia “Giusto tra le nazioni” a Maria Luisa Gardin. Perché è lui il vero protagonista di questa storia che il nostro giornale ha raccontato ieri. Era lui il bambino ebreo di 10 anni sottratto ai nazisti che lo cercavano a Bolzano nel 1943, portato in salvo a Caerano in provincia di Treviso dai genitori di Maria Luisa. «Certo che ci sarò – ci racconta Rovighi al telefono da Bologna, dove vive da 47 anni – perché anche se non ci sono più i miei salvatori, Pietro ed Elisabetta Gardin, voglio abbracciare la loro figlia. Loro mi hanno davvero salvato la vita, nascondendomi in un furgone e portandomi in Veneto. Rischiando oltretutto la loro vita, perché strada facendo incontrammo posti di blocco ogni dieci chilometri, soldati coi mitra spianati, ai quali sfuggii perché mi presentarono come cugino dei loro figli». Per quel rischioso salvataggio i nomi dei coniugi Gardin verranno aggiunti sul monumento “Righteous honor wall” al museo Yad Vashem di Gerusalemme. Ma facciamo un passo indietro, assieme a Luigi Rovighi. Lei era a Bolzano, quando sfuggì ai nazisti? “Sono nato a Bolzano nel novembre del ’32, e ci sono vissuto per oltre trent’anni. Abitavo con la mia famiglia in Via Ospedale e frequentavo il Conservatorio, dove mi sono diplomato in violino con il famoso maestro Giannino Carpi. Mio padre Augusto era ingegnere e ha progettato diverse fabbriche bolzanine”. Che cosa ricorda della sua infanzia? “Anni sereni, a parte quel drammatico episodio della fuga in Veneto. Di Bolzano ho conservato un buon ricordo: la mia famiglia stava bene, io abitavo a due passi dalla scuola, la città ricominciava a vivere subito dopo la guerra”. I nazisti la cercavano perché, quando non riuscivano a catturare un ebreo adulto, ripiegavano sul suo primogenito. “È così. Cercavano me perché mi padre si era subito messo in salvo, scappando in Valle di Non. A salvarlo fu monsignor Bortolameotti di Trento, che ottenne la medaglia dei Giusti e che grazie a quella fu nominato monsignore. Lui era il parroco di Cloz, in Valle di Non, dove mio padre rimase nascosto nella canonica per mesi”. E lei invece si mise in salvo grazie alla famiglia Gardin. “Pietro Gardin, industriale tessile, aveva aperto una fabbrica a Bolzano e mio padre l’aveva aiutato. Sua moglie incontrò per caso mia madre che era disperata perché si aspettava una visita imminente dei nazisti e allora decise di aiutarla, portandomi subito a Caerano assieme ai suoi due figli”. E in quei mesi riuscì a tenersi in contatto con la mamma? “Avevo soltanto dieci anni, non ricordo i dettagli. È come se avessi vissuto sospeso, senza capire perché mi trovavo lontano da casa. Loro si muovevano, andavano a trovare parenti e conoscenti e io dovevo restare a casa: solo più tardi ho capito perché”. Ma come mai la storia è riemersa solo adesso? “Quando, vent’anni dopo la fine della guerra, iniziò il processo ad Eichmann, mio padre inviò una lettera di ringraziamento al signor Gardin. Da lì partì una procedura per la consegna della medaglia dei Giusti, che però si bloccò quando scoprirono che io non praticavo la religione ebraica. Tutto fermo, fino a quando, recentemente, è arrivata la comunicazione ufficiale da Gerusalemme, con il riconoscimento a Pietro ed Elisabetta Gardin”. Oggi vive a Bologna. Torna ancora a Bolzano? “Mi sono trasferito a Bologna a 33 anni: vinsi un concorso per entrare nell’orchestra del Teatro Comunale. Ho anche insegnato al Conservatorio di Bologna. Qui ho moglie e un figlio, anche lui violinista. A Bolzano ho conservato la mia casa, in Via Thuille, e ci vengo ogni tanto a trovare mio fratello. Ma non dimentico la mia città”. Riporto anche la testimonianza di Maria Luisa Gardin, sua figlia, che trascriviamo da “Caerano di San Marco – Periodico d’informazione – Anno IV – n°1 Giugno 2013, é edizioni”. Caerano celebra due nuovi “Giusti tra le nazioni” I coniugi Pietro ed Elisabetta Gardin salvarono a Caerano un bambino di fede ebraica. Pietro ed Elisabetta Gardin salvarono la vita di Luigi Rovighi, bambino ebreo che viveva a Bolzano. Per questo gesto sono stati riconosciuti “Giusti tra le Nazioni”. Nel marzo 2012 Maria Luisa Gardin, figlia dei coniugi, ha ricevuto la medaglia dello Yad Vashem a Treviso presso Palazzo Rinaldi. La vicenda riguarda Luigi Rovighi un ragazzo di fede ebraica che viveva a Bolzano, città nella quale il Gardin aveva aperto un’azienda. Il giovane venne tratto in salvo e custodito a Caerano presso i genitori di Pietro Gardin. La vicenda è stata ricostruita dalle parole di Maria Luisa Gardin: “Mio padre Pietro era un imprenditore molto intraprendente. Aveva deciso di aprire una fabbrica a Bolzano. In quel periodo c’erano delle agevolazioni e lui ha voluto approfittare dell’occasione per avviare un’impresa. Mio padre aveva aperto la fabbrica grazie al lavoro del signor Rovighi. Era un ingegnere molto in gamba e si era occupato di tutti i calcoli. Luigi era figlio dell’ingegnere. Erano gli anni della guerra, ’42-’43, e i tedeschi in quel periodo prelevavano i padri di famiglia ebrei. Se non trovavano il padre, portavano via il primo figlio. Mia madre stava passeggiando per Bolzano quando ha incontrato la madre di Luigi: era disperata, aveva paura che le portassero via il figlio. Non ha esitato e con mio padre ha detto alla signora Rovighi che avrebbero nascosto loro Luigi. Lo hanno portato a Caerano, dove vivevano i miei nonni materni e dove anche io e mio fratello ci eravamo trasferiti per scampare alla guerra. Quando Luigi è arrivato a Caerano era spaventato dato che durante il viaggio il camion dove era nascosto era stato fermato parecchie volte e aveva temuto di essere scoperto. Il padre di Maria Luisa non aveva spiegato loro niente, si era solo raccomandato di dire che quel bambino era un loro “cugino di Mussolente”. Luigi però di solito veniva tenuto nascosto in casa: mentre i due fi gli dei Gardin potevano giocare tranquillamente in giardino il piccolo Luigi si nascondeva dietro il pianoforte. Maria Luisa, ricordando la vicenda, dice: “Mi sento ancora in colpa per questo”. Nella foto in calce Pietro Gardin è quello a sinistra di Don Camillo Pasin. Foto del 1957 tratta dal sito di Gianni Desti.
Insegnamenti dalla pandemia
Cosa stiamo imparando da questa pandemia? O almeno cosa sto imparando io? Che la sanità italiana deve essere pubblica (a garanzia che sia uguale per tutti) ed adeguatamente finanziata, ponendo fine alle ambiguità ed ai favori concessi a quella privata. Che esista va bene, ma senza ammiccamenti e favori. Tornare alla riforma Bindi: i medici dovrebbero scegliere tra pubblico e privato e basta. Che l’autonomia, visti i conflitti emersi tra governo e regioni, con queste ultime in contraddizione anche tra di loro, va concessa a tutte in maniera uniforme e limitata, escludendo sanità, scuola e tutto ciò che è strategico per il Paese e che va garantito a tutti gli italiani in modo ugualitario. Che l’evasione fiscale e il lavoro in nero sono un danno enorme per il Paese. Vanno combattuti in ogni modo. Perché non assegnare allo Stato centrale tutte le tasse dei dipendenti pubblici e privati (soldi sicuri, trattenuti alla fonte) con cui finanziare sanità, scuola, esercito ecc. (tutto ciò che è strategico). Per il resto ogni regione si arrangi investendo province e comuni nel controllo e nella riscossione delle tasse, per stanare più facilmente gli evasori (una volta in ogni comune c’era una commissione tributaria e venivano pubblicate le denunce dei redditi dei cittadini). Che in Italia, pur senza generalizzare, ci sono molti cittadini che figurano come poveri e che dal loro lavoro sembra non mettano da parte niente che gli possa aiutare a sopravvivere per qualche mese, per cui lo Stato deve aiutare, oltre ai probabili milioni di poveri veri, anche tanti “nuovi sorprendenti poveri” che battono cassa, spesso urlando e sbraitando. Del resto mungere lo Stato è sempre stato uno sport nazionale Che ci sono molti italiani che denunciano solo una parte del loro reddito, ma che poi pretenderebbero di essere ristorati anche per la parte nera che non denunciano. Che ci sono molti lavoratori in nero che in occasioni come queste restano fregati, a meno che non percepiscano un reddito di cittadinanza truffaldino. Che ci sono in giro tanti italiani, tutti noi ne conosciamo qualcuno, che hanno chiesto e ricevuto i ristori pur non avendone bisogno ed avendo conti correnti sostanziosi o altri redditi da beni immobiliari, titoli finanziari ecc. diversi da quelli provenienti dal loro lavoro. Che ci sono in giro sindacati irresponsabili, come quelli degli statali, per niente penalizzati dalla pandemia, che scioperano in questo momento perché il governo ha stanziato pochi soldi per i rinnovi contrattuali, o come quelli della scuola che si oppongono ai doppi turni che avrebbero evitato il caos dei trasporti e l’insegnamento a distanza. Che abbiamo una classe politica scadente, con una maggioranza che si divide continuamente e con un’opposizione irresponsabile che rema sempre contro, sobillando la gente invece che collaborare ad uscire dalla grave crisi crisi che stiamo vivendo Che ci sono in giro un sacco di imbecilli e cretini, che negano nei fatti e prima di tutto la loro intelligenza, che seminano notizie false, che credono ai complotti e che si bevono le cretinate dei vari Sgarbi, Porro, Giordano ecc. e di soggetti come loro, pronti a tutto pur di mettersi in mostra e guadagnare cifre enormi in TV a danno e a burla anche dei poveretti che li seguono e li apprezzano. Che gli scienziati non sono tutti uguali, che hanno idee diverse e che sono sensibili anche loro alle sirene mediatiche, con alcuni di essi che meschinamente fanno prevalere le loro idee politiche sui dati scientifici, pur di fare audience e compiacere i loro amici o finanziatori politici Che la stampa, molti commentatori, anche alcuni “miti” della sinistra, come Massimo Cacciari, molti talk show televisivi ecc. stanno stressando, per fortuna, tanti italiani con le loro trasmissioni e presenze ossessive, alla ricerca continua di quello che non va, con la supponenza e l’arroganza di chi crede di sapere tutto, senza mai proporre soluzioni vere, praticabili, alternative e senza mai il coraggio di incalzare e bastonare il politico di turno che dice impunemente cazzate o cose non vere. Che in Italia paghiamo anni di malgoverno, sia di destra che di sinistra, di riforme non fatte, di controriforme, di servizi statali inefficienti, di infrastrutture fatiscenti, di burocrazia endemica (con carte, pratiche e tempi lunghissimi) ecc. che ostacolano la crescita del Paese. Che abbiamo una giustizia schizofrenica, in particolare quella dei TAR, che si contraddicono tra loro, a seconda della zona in cui operano, ma anche quella generale, che spesso blocca iniziative, lavori pubblici ecc. inquisendo troppo facilmente sindaci , amministratori, uomini politici ecc., molti dei quali vengono poi assolti dopo anni di linciaggio mediatico e dopo la fine di ogni carriera sia lavorativa che politica (Vedi ad esempio il caso di Bassolino, sindaco di Napoli e poi presidente della Campania, assolto da tutte le accuse dopo… 19 anni). Che abbiamo una classe industriale, salvo limitate eccezioni, alla Del Vecchio, che si lamenta sempre e che chiede continuamente risorse allo Stato, privilegiando esclusivamente i propri interessi, fino a spingere per ritardare il lockdown, come è successo a febbraio, in Lombardia. Che l’Europa può essere diversa, come sta avvenendo, ma non l’Europa che vogliono Ungheria e Polonia, gli amici di Salvini e Meloni, che limita i diritti civili, che prende più soldi di quello che versa e che si prende le nostre aziende, tassandole meno e pagando meno i lavoratori. Che è ora di tassare le grandi multinazionali dell’e-commerce e dell’economia digitale, controllando e garantendo, dove necessario, anche i diritti dei loro dipendenti. Che non si possono più tollerare le notizie false e gli imbecilli del Web ricorrendo a sanzioni, come per chi fa apologia del nazismo e fascismo e per chi usa la violenza negli stadi o nelle piazze. Che gli anziani sono la memoria del Paese e che vanno tutelati e non abbandonati, anche da chi lo fa costantemente, salvo poi stracciarsi le vesti se si bloccano le visite ai nonni o ai genitori a Natale. Potrei continuare, ma forse è inutile, anche perché ho il dubbio che più che imparando, gli italiani stiano solo constatando (e non tutti , mancando molti degli strumenti critici o dell’onestà intellettuale per farlo) le cose che non vanno e che alla fine non ne usciremo migliori e non riusciremo a cambiare questo Paese.
Senso di responsabilità o inciucio?
Una volta si chiamava senso di responsabilità e lo praticavano partiti che avevano una statura politica e civile di grande spessore, passata attraverso il filtro della guerra, anche del carcere o dell’esilio, della Resistenza, della preparazione culturale. Quando il paese si trovava in seria difficoltà, come ai tempi della prima crisi petrolifera mondiale o del terrorismo, anche le forze politiche di opposizione facevano quadrato e collaboravano a risolvere i problemi. Basti ricordare il termine austerity, coniato da Berlinguer per collaborare e salvare l’Italia nel 1973 o la decisa lotta alle Brigate Rosse di tutto il paese, con il PCI in prima linea, sempre negli anni 70. Oggi, con il paese in piena pandemia, che sta seminando morti in tutto il pianeta, appena un partito politico di opposizione manifesta una chiara propensione al dialogo ed alla collaborazione responsabile con la maggioranza, torna di moda la parola “inciucio”, pronunciata da figure veramente scialbe e paragonabili a Togliatti, De Gasperi, Moro, Fanfani, Berlinguer, Almirante ecc. come un lombrico ad una farfalla, uno sciacallo ad un leone. La parola “inciucio” pronunciata in questo momento di crisi sanitaria dalla Meloni, con la bocca a cul di gallina, o bavosamente da Salvini, mi sembrano veramente il segno di una grave decadenza della politica italiana e di certi suoi partiti in particolare che antepongono gli interessi elettorali, la sobillazione della pancia peggiore del paese, la mancanza di cultura civile e di senso dello Stato alla razionalità, all’unità di intenti, almeno una tantum, al bene di questa nostra martoriata Italia. Quello che non sta succedendo in tutti gli altri paesi europei e civili e che ascrive, almeno questa volta, Berlusconi tra il gruppo dei meno peggio nell’odierno quadro politico italiano. Speriamo che questo suo atteggiamento sia di buon auspicio e che il suo prossimo passo sia quello di escludere dall’informazione di Mediaset i soggetti più forcaioli ed estremisti (Porro, Giordano, Sgarbi e compagnia), per contribuire a creare in Italia una destra liberale meno populista e sovranista, meno arrabbiata e più moderata, più seria e non machiettistica, com’è quella che domina oggi quell’area politica. Prospettiva che Berlusconi finora non ha saputo o voluto interpretare e perseguire fino in fondo. Ma forse oggi è troppo vecchio e troppo scarso di consensi per farlo.