Il rimedio è la povertà.

A conclusione del mio libro “Sguardi dal ponte”, pubblicato due anni fa, scrivevo: “Forse sarebbe stato diverso se in Italia, ma anche a Caerano, avessimo avuto più rispetto per tutti, avessimo valorizzato tutte le risorse personali, fossimo stati più uniti e più ancorati ai valori umani, civili, nazionali e al senso dello Stato, meno schiavi di successo e denaro, di interessi di casta e privati.
Se siamo ancora in tempo, fermiamoci e torniamo poveri, non materialmente, ma nel senso”… etimologico del termine. Povero deriva da “pauper”, composto di paucus e parere, e vuol dire uno che “produce poco”.
Oggi ho trovato in Internet questo scritto del 1974 di Goffredo Parise, pubblicato sul Corriere della sera, che mi sembra interessante. Lo dedico ai lettori pazienti di facebook e che hanno un minimo di strumenti culturali per apprezzarlo. Eccolo.
Il rimedio è la povertà.
«Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare indietro», scritta nel mio ultimo articolo.
Per la prima volta hanno scritto che sono “un comunista”, per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di “consumare”.
Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c’è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall’altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d’accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.
Il nostro paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e così il senso più profondo e storico di “classe”. Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra “ideologia” nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell’acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà. Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra. Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”. Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione. Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà. Il nostro paese compra e basta. 
Si fida in modo idiota di di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. Il nostra paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano. Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire: ho denaro, per comprare roba, come sono bravo, come è riuscita la mia vita, questo denaro deve aumentare, deve cascare dal cielo o dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno l’illusione della ricchezza e invece sono schiavitù. Il nostro paese è pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perché la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni. Il nostro paese è un’enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli “etichettati” che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a flatus vocis ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.
I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c’è di tutto, vedi l’estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l’élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all’opposizione. L’obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo. La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona. Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più “corretta”, come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. La divisa dell’Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l’enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria. La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro paese».
E’ ovviamente un articolo datato, ma ti fa pensare ancora oggi e ho ritenuto opportuno condividerlo, anche per un omaggio a Parise.

Sostegno alimentare

1) Secondo l’Istat (ultimo dato del 2018, ma abbastanza costante negli ultimi anni), la stima della spesa media mensile per i consumi delle famiglie italiane è di circa 2.571 euro. Comprende prodotti alimentari, spese farmaceutiche, abbigliamento, bollette, affitti, carburanti… e parliamo di spesa media, comprendente anche quella dei ricchi e dei benestanti, non solo quella dei ceti meno abbienti o poveri. 
2) Secondo l’agenzia di stampa DiRE la spesa media per famiglia, per prodotti alimentari e bevande analcoliche, scende in media a 462 euro mensili. Ora facendo un po’ di conti, anche se non sono bravo in matematica, il Comune di Caerano ha ricevuto dallo Stato, per i prossimi 15 giorni, cioè per la più immediata emergenza alimentare, circa 45.707 euro che, divisi per 462 euro mensili, garantirebbero una spesa per 99 famiglie, su base mensile, e per 198 famiglie su base quindicinale. Se andiamo a vedere il recente DUP il Comune di Caerano spende all’anno circa 194.170.000 euro per soggetti a rischio di esclusione sociale (10.000) e famiglie (184.170), cioè circa 16.180 euro al mese e per 15 giorni circa 8.090 euro. Tra l’altro dentro queste cifre di spesa del Comune ci sono molte o quasi tutte cifre che non riguardano il sostegno alimentare. Non credo, quindi, che a Caerano ci siano più di 196 famiglie da aiutare per la sopravvivenza alimentare nei prossimi 15 giorni e non credo che, in rapporto a quando spende il Comune, i 45.000 euro dello Stato siano pochi, come sostengono strumentalmente tanti politici locali e nazionali, spero non di Caerano, interessati più alla propaganda politica che al bene dei cittadini.

Brighella e la “bestia”

Ho letto ieri la lettera di Vittorio Feltri a Salvini e a parte la sensazione che il nome Vittorio dia alla testa a più di qualcuno sono rimasto esterefatto.

Innanzitutto voglio sottolineare questo. Fin dai tempi di Stella i giornalisti, e parlo qui dei più famosi e meglio retribuiti, non dei tanti che fanno gavetta in molti giornali locali e minori, hanno alimentato indistintamente l’antipolitica diffondendo il vocabolo “casta” tra il popolo, con riferimento ai politici importanti, ma coinvolgendo di fatto anche i tanti cittadini impegnati nei partiti, spesso gratis, nei paesi e nelle periferie italiane, costringendo molti di essi a vergognarsi delle appartenenze partitiche e a seminare l’Italia di liste civiche, che hanno indebolito il ruolo importante assegnato dalla Costituzione alle rappresentanze politiche del popolo. Casta la politica e casta anche la magistratura, pagate entrambe moltissimo, senza fare nulla o quasi nei loro campi specifici. E moltissimi cittadini dietro come pecoroni. Bene! Io vorrei sapere a questo punto perchè tantissimi italiani chiedono continuamente conto ai politici, ma anche ad altri (Fazio, Litizzetto, Benigni, Vespa ecc.) dei loro guadagni e non chiedono mai conto a Feltri, Belpietro, Travaglio, Porro, Sallusti ecc. di quanto incassano dalla loro professione. Almeno Fazio e Vespa portano utili al loro datore di lavoro, quelli invece dirigono giornali spesso in deficit e che vendono pochissimo (i loro giornali sono infatti solo ai posti n°7, 10,14 a livello nazionale).
Ma veniamo alla lettera di Feltri, che dice a Salvini:
“Non puoi lasciare a Conte praterie di consenso”. “Devi frenarlo, abbatterlo, almeno zittirlo”. “Cavalca la paura delle gente come sai fare tu”. Questa frase mi ricorda una splendida canzone d’amore di Mina! Che splendida coppia, Feltri e Salvini!
Per Feltri, quindi, Salvini è un “cavaliere” (e mi viene subito in mente il Gassman di Brancaleone alle crociate) di grande talento nel “cavalcare” la paura della gente, le sue ansie, i suoi timori ed alimentarli a fini elettorali.
Feltri lo afferma spudoratamente, come se non fosse una schifezza, una politica di bassissima “Lega”, una vergogna, ed implicitamente da dei “pirla” a tutti quei cittadini italiani che si fanno “cavalcare” ingenuamente, come i ronzini del citato film comico con Gassman, Villaggio e Toffolo. Ma Feltri è Feltri e Salvini è Salvini e tutto va bene! Così Salvini, dopo il blocco forzato della sua campagna perenne in giro per il paese (una fortuna nella sfortuna!), assistito dalla ormai famosa “bestia” e ispirato dalla famosa maschera bergamasca (Brighella) ha rinvigorito subito il suo attacco alle debolezze popolari, condividendo il video falso sul virus creato in un laboratorio cinese, sui tedeschi che vogliono rubarci i soldi e le imprese, sul governo che affama le partite IVA ecc. continuando ad additare agli italiani, nemici e complotti destinati ad allarmare e a diffondere ulteriori preoccupazioni (come se non bastassero quelle per il covid-19) e rabbia. Un vero peccato!

A futura memoria. Il pessimismo ai tempi del coronavirus.

In questo momento di sorprendente, violenta e tragica epidemia che sta seminando morti ovunque e che ha messo in discussione le nostre sicurezze, le nostre eccellenze sanitarie, i nostri successi economici, i nostri alti standard di vita, e che ci costringe ad una forzata clausura, sono pochi gli elementi consolanti: il silenzio quasi irreale che ci avvolge e la diminuzione drastica dell’inquinamento atmosferico. 

Altre note “positive” di questo drammatico presente sono la considerazione per i medici e gli infermieri, i volontari di varia natura e la consueta predisposizione alle donazioni degli italiani, organizzate da tv e giornali, nei momenti dei disastri. Il corona virus ha poi interrotto finalmente e quasi completamente la campagna elettorale perenne di Salvini e le sue ossessive comparsate in tutte le televisioni. Per un po’ siamo quasi salvi da Salvini.

Oltre a questi aspetti, soprattutto tragici e secondariamente positivi, aleggia anche la speranza che questa pandemia ci serva di lezione e ci restituisca, tra qualche mese, un’Italia diversa e migliore, un’Italia che investa su sanità e cultura, su scuola e ricerca, un’Italia che paghi le tasse ed elimini il lavoro nero, un’Italia che rispetti l’ambiente e combatta i cambiamenti climatici, un’Italia che invece di criticare l’Europa, la Francia e la Germania, faccia i conti con i suoi mali e con le riforme da fare, un’Italia che non scarichi sui migranti la propria incapacità di risolvere i suoi problemi sociali, il ripristino delle zone terremotate, la mancanza di lavoro ecc.

Succederà tutto questo?

Non facciamoci illusioni. Appena finito il corona virus tutto tornerà come prima. Molti politici, che anche adesso continuano a criticare tutto e il contrario di tutto, invece che fare squadra, riprenderanno le loro consuete guerre elettorali e le loro sparate irrealistiche, pur di guadagnare voti. I giornalisti li seguiranno e moltiplicheranno a dismisura le loro ingannevoli promesse.

Gli evasori fiscali, protetti dai loro sponsor politici, continueranno ad evadere Irpef, Iva e a praticare il lavoro nero. I medici continueranno ad essere aggrediti ed intimiditi per qualsiasi disgrazia che capiti negli ospedali. Come gli insegnanti nelle scuole, per qualsiasi problema dei figli. La gente continuerà ad essere insoddisfatta ed a pretendere di tornare ad avere quei livelli di vita del passato recente, che la globalizzazione e i cambiamenti epocali avvenuti nel mondo non possono più garantire agli europei e agli italiani. Torneranno al centro del dibattito politico lo slogan “Prima gli italiani” e il problema dei migranti, oggi misteriosamente sparito, a dimostrazione del bluff elettorale che è stato, soprattutto negli ultimi tempi. Seguiranno altri casi Bibbiano o simili, da strumentalizzare cinicamente, a fini politici.

Torneranno ad imperversare anche i criticoni del web, che non sono mai scomparsi del tutto, ancora più squallidi in questo periodo, pronti di nuovo a bersi e a condividere ogni cosa, dai complotti delle scie chimiche, dei Soros di turno, alla pericolosità dei vaccini, dalla tiritera dei poteri forti e dei loschi interessi di chi vuole distruggere il nostro paese e la nostra economia, alla retorica venetista, alla “filosofia” sovranista di avere sempre un nemico esterno che ci impedisce di risolvere i nostri problemi. Torneranno con il loro cinismo, la loro cattiveria e la loro ignoranza. Il tutto alimentato dalle varie “bestie” di turno, seminatrici di fake news e da certi giornali che sono delle vere e proprie organizzazioni collaterali a alcuni partiti, senza nessun pudore di obiettività e serietà professionale. Tornerà insomma la solita Italietta, in attesa della prossima pandemia.

I farisei

4 febbraio 2010.

Siccome adesso va di moda criminalizzare i Benetton, per il disastro del ponte di Genova, ecco che la foto delle Sardine con uno di loro ed Oliviero Toscani, è stata subito commentata acidamente dai tanti sciacalli che oggi fanno branco nella politica italiana, alimentati da politici mascherati da giornalisti che pur vendendo pochissimi giornali sono sempre in televisione. 

A parte che una visita a Fabrica, un centro che si interessa di comunicazione pluridisciplinare e contemporanea, rientra perfettamente negli interessi delle sardine, che in questi ultimi tempi hanno parlato molto di comunicazione politica, mi fa specie soprattutto che i Benetton siano diventati dei paria, degli intoccabili e che a criticare loro ed i loro ospiti siano una pletora di leghisti, oltre che di pentastellati, che per anni, in provincia di Treviso, hanno vissuto e “succhiato” avidamente questi industriali che oltre ad arricchire se stessi, come credo sia consentito in questo sistema capitalistico, hanno dato lavoro a tanti piccoli imprenditori collegati, a tanti operai, e che hanno diffuso e portato in auge diversi sport trevigiani. Tutti questi una volta si chiamavano “farisei”.

E’ bastato che una delle loro tante aziende, sbagliando chiaramente, sia incorsa in un grave e deplorevole infortunio gestionale, da pagare penalmente ed economicamente, per autorizzare tanti loro beneficiati ed un intero territorio a dimenticare il passato, a criminalizzare una storia che non può essere sconfessata così stupidamente, come quella recente e molto meno importante delle sardine, per degli squallidi fini politici, che ormai ammorbano continuamente questa nostra Italietta.

L’Emilia Romagna liberata, da Salvini

Bologna – Comando Supremo, 27 gennaio 2020 

Bollettino del Generale in capo Balanzone

La guerra contro i Salvinichenecchi che, sotto l’alta guida del generale Stefano Bonaccini, comandante del corpo d’armata emiliano-romagnolo, l’esercito del centrosinistra, inferiore per mezzi spargitori di fango e di menzogne, iniziò alcuni mesi fa e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima, è vinta.

La gigantesca e definitiva battaglia di Bibbiano ingaggiata negli ultimi giorni ed alla quale prendevano parte le divisioni del Partito Democratico, della Lista Bonaccini Presidente, dell’Emilia-Romagna Coraggiosa Ecologista Progressista, dell’Europa Verde, del Volt Emilia-Romagna, di Più Europa PSI PRI, sostenute anche dal corpo scelto dei combattenti di mare (le gloriose ed invincibili Sardine), contro le barbariche truppe degli invasori, è finita.

La fulminea e arditissima avanzata del nostro corpo d’armata su Bologna, sbarrando le vie della ritirata alle armate Salvinichenecche, travolte ad occidente dalle truppe dei democratici del colonnello Pizzarotti e ad oriente dalla brigata lagunare “Comacchio”, ha determinato ieri lo sfacelo del fronte avversario. Dal Po al Reno l’irresistibile slancio delle nostre armate Parma-Reggio e delle divisioni dei coraggiosi bagnini di Rimini, ha ricacciato il nemico fuggente.
Nella pianura padana il generale Bonaccini avanza ora rapidamente da Modena alla testa della sua invitta armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate in passato e da sempre controllate.
L’Esercito Salvinichenecco è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei giorni scorsi e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di ruspe e materiale elettorale di ogni sorta e pressochè per intero le attrezzature della cosiddetta Bestia, con i suoi magazzini di felpe e depositi di fango. Ha lasciato finora nelle nostre mani la Borgonzoni e circa trecentomila follower con interi archivi di selfie e di post demenziali e non meno di cinquemila macchine seminatrici di letame politico.
I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo virtuale risalgono in disordine e senza speranza la Padania e le valli bergamasche, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.

La civile Emilia Romagna rimane libera, come è sempre stata.

La decrescita caeranese

I dati presenti nel recente DUP 2020-2022 (Documento Unico Programmatico) del Comune di Caerano, alla sezione “Popolazione e situazione demografica”, testimoniano una complessiva e costante “decrescita” del paese, negli anni che vanno dal 2002 al 2018. 
La popolazione di Caerano dal 2001 al 2018 (in 17 anni) è aumentata da 7.029 abitanti a 7.952, con un trend crescente, tranne che negli anni 2011, 2014, 2015, 2017 e 2018. Contemporaneamente il numero delle famiglie è aumentato da 2.584 nel 2003 a 3.070 nel 2018, con un calo, tuttavia, dei componenti per famiglia, da 2,76 a 2,59, che significa più famiglie, ma meno figli. Dal 2002 al 2018 il saldo migratorio dall’estero è stato altalenante, anche se prevalentemente in ascesa, con una punta di + 96 nel 2007 e di – 9 nel 2014 e 2016. Negli ultimi anni è calata anche l’iscrizione all’anagrafe di Caerano di persone provenienti da altri comuni. Se consideriamo il saldo migratorio totale (tra iscritti e cancellati all’anagrafe dal 2002 al 2018) esso è stato alterno, esclusivamente positivo fino al 2009, con il massimo nel 2007 (+ 171), poi è tendenzialmente sceso con punte massime (in negativo) nel 2014 (– 62) e nel 2018 (– 60). I cittadini stranieri a Caerano, che nel 2004 erano circa 500, alla fine del 2018 erano 1.042, cioè il 13,1% della popolazione (di cui il 51,5% europei, il 24,0% asiatici, il 22,6% africani e l’1,8% americani). Gli europei provengono prevalentemente dalla Romania (24,47% del totale complessivo), dall’Albania (9,21%), dalla Macedonia (8,35%), dall’Ucraina (2,50%) … Gli asiatici provengono quasi esclusivamente dalla Cina (23,61%), gli africani dal Marocco (9,98%), dal Senegal (3,45%), dalla Nigeria (2,69%), dal Ghana (2,21%) … Dal continente americano provengono in percentuali minime, la più alta delle quali è lo 0,38% degli immigrati dalla Repubblica domenicana.
In generale, le fasce quinquennali di età più numerose sono quelle che vanno dai 40 ai 59 anni (40-44, 45-49, 50-54, 55-59).
L’indice di vecchiaia, che rappresenta il grado di invecchiamento di una popolazione, cioè il rapporto percentuale tra il numero degli ultrasessantacinquenni ed il numero dei giovani fino ai 14 anni, nel 2018, a Caerano, ci dice che c’erano 135,2 anziani ogni 100 giovani (era di 89,5 nel 2002). L’indice di dipendenza strutturale, che rappresenta il carico sociale ed economico della popolazione non attiva (0-14 anni e 65 anni ed oltre) su quella attiva (15-64 anni) ci dice che nel nostro comune, nel 2018, c’erano 55,2 individui a carico, ogni 100 che lavorano (erano 40,4 nel 2002). L’indice di ricambio della popolazione attiva, che rappresenta il rapporto percentuale tra la fascia di popolazione che sta per andare in pensione (60-64 anni) e quella che sta per entrare nel mondo del lavoro (15-19 anni) ci dice che a Caerano, nel 2018, l’indice di ricambio era di 124,1 (era 112,8 nel 2002), ad indicare che la popolazione in età lavorativa è molto anziana. La popolazione attiva, infatti, è tanto più giovane quanto più l’indicatore è minore di 100. Lo conferma l’indice di struttura della popolazione attiva, che rappresenta il grado di invecchiamento della popolazione in età lavorativa, cioè il rapporto percentuale tra la parte di popolazione in età lavorativa più anziana (40-64 anni) e quella più giovane (15-39 anni), che nel 2002 era di 94,1 risulta di 142,3 nel 2018. L’indice di natalità, che rappresenta il numero medio di nascite in un anno ogni mille abitanti e che dal 2002 ha toccato il punto massimo nel 2006, con il 13,1 è sceso progressivamente e mediamente negli ultimi anni fino al 9,3 del 2018. L’indice di mortalità, che rappresenta il numero medio di decessi in un anno ogni 1.000 abitanti, è abbastanza costante, con una punta massima, sempre dal 2002, di 8,9 nel 2003 ed una minima di 4,7 nel 2016. L’ età media dei cittadini caeranesi, calcolata come il rapporto tra la somma delle età di tutti gli individui e il numero della popolazione residente, da non confondere con l’aspettativa di vita, è passata dal 39,3 del 2002 al 43,3 del 2018.
Questi dati testimoniano un discreto aumento, dal 2002 al 2018, dei residenti a Caerano, che tuttavia sono diminuiti negli ultimi anni (2011-2018), probabilmente a causa della crisi economica e del conseguente ridotto arrivo o trasferimento altrove, anche in Francia, Belgio e Germania, di molti immigrati stranieri. Il numero di figli per famiglia e l’indice di natalità ci dicono poi che anche a Caerano, come in tutta Italia, le nascite sono in calo, con conseguenze probabili e ravvicinate anche sul numero di classi nella scuola primaria. L’invecchiamento della popolazione caeranese ci viene confermato anche dall’indice di vecchiaia e dalla prevalenza delle fasce quinquennali di età, quelle che vanno dai 40 ai 59 anni. Tutto questo comporta un’evidente trasformazione del contesto economico e sociale, confermato dall’indice di dipendenza strutturale e da quelli di struttura e di ricambio della popolazione attiva
Caerano sta diventando un paese sempre più vecchio, con minori opportunità di lavoro e con spese sociali sempre maggiori. Neppure l’arrivo di immigrati stranieri, normalmente più prolifici, riesce ormai a compensare questo trend negativo, che si ripercuote inevitabilmente sul mondo del lavoro e sul cosiddetto welfare: sempre meno giovani e lavoratori attivi vuol dire, infatti, sempre meno risorse per sostenere le spese sociali, ma anche meno imprese, meno negozi, quindi meno benessere e ricchezza, individuale e complessiva. Occorre intervenire con un grande progetto per Caerano, che non può prescindere dalla riconversione dell’area sanRemo, una scommessa da vincere, che dovrebbe unire maggioranza ed opposizione e che dovrebbe coinvolgere anche la Regione, soprattutto adesso che chi amministra il paese è in piena sintonia con chi governa il Veneto.

Dallo stalinismo al salvinismo

Una delle accuse che venivano rivolte a Stalin ed al socialismo sovietico era “il culto della personalità”, che veniva rinfacciato anche al vecchio PCI in Italia, quando Stalin era ancora un mito per i comunisti italiani. Ora la Lega, in Italia, oltre ad aver ereditato dal PCI sia il cosiddetto “centralismo democratico “ o la struttura di “partito chiesa”, gerarchico, in cui le direttive vengono dall’alto ed uno solo comanda, sia i servizi d’ordine, i rapporti ambigui con la Russia, le feste e le sagre di partito, l’invadente presenza o occupazione, dove amministra o governa, in tutte le associazioni, le confraternite, gli enti istituzionali e di volontariato, ha adottato anche il tanto detestato, almeno una volta, culto della personalità. Ora, senza voler minimamente elevare Salvini al ruolo storico, nel bene e nel male, di Stalin, non si era mai visto che il nome di un partito comprendesse anche quello del suo leader, se non nei simboli elettorali, per indicare l’eventuale candidato a Presidente del Consiglio. Neanche, appunto, nella Russia di Stalin o nella Cina di Mao! A questo dobbiamo aggiungere, per completare il quadro del degrado politico in cui stiamo precipitando, che nessun leader di partito, neppure i tanti segretari o cavalli di razza della vecchia DC, si era mai presentato ad un congresso ostentando in modo strumentale ed opportunistico, e quindi blasfemo, il presepio. Simbolo sacro che tanti leghisti, anche caeranesi, ritengono emblema identitario, agitato contro i musulmani e che invece è contestato non dagli immigrati arabi, ma da qualche convinto laico o ateo italiano. Ma l’ignoranza non guarda mai troppo per il sottile. Quello comunque che mi fa più specie è che ad osannare l’ormai “santificato” Salvini,  ci siano oggi molti ex democristiani che conosco in paese, quindi persone di una certa età che hanno militato nella DC, hanno condiviso il suo pluralismo interno, anche eccessivo, hanno professato i valori cristiani di tolleranza e solidarietà verso i più deboli, valori che oggi continua a predicare, inascoltato da molti fedeli, Papa Francesco, che hanno difeso e portato avanti le istanze del mondo cattolico, senza mai ostentare, tuttavia, presepio, rosario e Madonna, in modo becero e pagliaccesco, come sta succedendo ora. Evidentemente, l’abitudine al potere, esercitata in tanti anni di egemonia DC, li porta a stare sempre, malgrado tutto, dalla parte dei vincitori del momento, dei più forti.
Ma, a proposito di pagliaccesco e di pagliacciate, e quindi di “putinot”, mi è venuta in mente una vecchia filastrocca, che mantiene viva, nonostante tutto, qualche speranza di riscatto del cosiddetto “popolo”.
Il paese dei Putinot
C’era una volta
una terra lontana
non cinese 
neanche africana
dove viveva
una fata morgana.
Era un paese 
di cartapesta
con personaggi
di pochissima testa
senza valore
anche di festa.
Era un paese 
di putinot 
pigri di giorno
come di not
con scarsa lettura
salvo gli spot.
Non erano uomini 
ma bamboli di pezza
senza il gusto
di una carezza
con nella mente
tanta pochezza.
Stanca di loro
un giorno di maggio
la bella fatina
si fece coraggio
organizzando per essi
un lunghissimo viaggio.
Camminarono tanto 
per valli e per monti
sui fiumi del mondo
passarono i ponti
per giungere esausti
al paese delle fonti.
Dopo un gradito riposo
la fata morgana
bagnare li fece
in una sacra fontana
dalla quale sgorgava
intelligenza umana. 
Tornarono indietro
pieni di mente 
nel nuovo paese 
diventato vivente
ed amici tra loro
con studio e lavoro
diventarono gente.

Addobbi e rotonde

Ho visto l’addobbo natalizio sulla grande rotonda di Caerano, una serie di stelle che celebrano l’arrivo del Natale. Benissimo, e direi finalmente! Quando durante la passata amministrazione, noi assessori, avevamo tentato di abbellire le rotonde caeranesi con lavori di giardinaggio in cambio di una modesta scritta pubblicitaria della Ditta coinvolta, ci siamo trovati di fronte ad un netto diniego da parte della polizia locale, perché la cosa, secondo il codice della strada, poteva distrarre gli automobilisti di passaggio, favorendo incidenti stradali. Poi, sorprendentemente, abbiamo visto appendere un grande striscione degli alpini con la scritta “Benvenuti Alpini”, in occasione di un loro importante raduno. Boh! così a volte va il mondo! Adesso vediamo le stelle natalizie. Spero che questa amministrazione riesca a far capire, a chi di dovere, che un conto sono grandi cartelli pubblicitari, con magari modelle discinte o altro ed un conto sono piccole scritte od oggetti innocui e incapaci di ostacolare il traffico stradale. Del resto molte rotonde del territorio, fin dai tempi di Zaia, sono state ed in certi casi sono ancora piene di cartelli inneggianti alla loro costruzione da parte delle amministrazioni provinciali. Altre rotonde, sempre in zona, sono piene di fontane, monumenti in ferro battuto ecc. Potremmo aggiungere, per concludere, che la legge o vale per tutti o non vale per nessuno.