Esiste ancora il Partito Democratico a Caerano?

Nel 2009 il Partito Democratico caeranese aveva 72 iscritti. Oggi, non si sa se esista ancora.
Due tornate amministrative, con personalismi vari, discriminazioni e divisioni interne hanno disintegrato gradualmente il partito, spaccato al punto che, alle elezioni amministrative del 2014, i suoi residui esponenti ed elettori si sono presentati ed hanno sostenuto liste diverse: Caerano2.com ed Obiettivo Comune. Ora, nel 2019, alle recenti elezioni comunali, si è presentata un’unica lista di centrosinistra, Nuovo Orizzonte, ma intanto la latitanza del PD è diventata cronica. C’è un problema locale, che riguarda Caerano, ma sicuramente c’è anche un problema a livello nazionale, di perdità di identità oltre che di errori di linea politica e di frammentazione interna. In questi anni, sull’ala dell’antipolitica e del mito della cosiddetta società civile, non c’è stato più verso di vedere, in moltissimi comuni e perfino in molte città, una lista di partito del PD. Tutte liste civiche, che accolgono di tutto, a volte finte e mascherate, un po’ ipocrite, che non ingannano comunque gli elettori e che, essendo in genere miste, formate da aderenti al partito o ai partiti e da gente che non vuole saperne di mettersi in gioco dentro i partiti, hanno tagliato definitivamente quel rapporto, quel cordone ombelicale che c’era una volta tra eletti nelle istituzioni e sezioni di partito, messo in crisi anche dal fatto che oggi la politica si fa più che altro in televisione e nei social. Il Partito Democratico, anche per i motivi di cui sopra, si è sempre più limitato ed orientato a fare politica solo nei centri del potere e non più nelle fabbriche, nei quartieri e tra la gente, perdendo molti consensi. L’unico partito “tradizionale” che si è sempre e dovunque presentato con il suo simbolo, con la sua identità, e che occupa oltre agli spazi istituzionali, gli spazi trascurati dagli altri e dal PD: feste di partito, mercati, fiere, associazioni ecc. è la Lega che, non a caso, trionfa nei sondaggi. Ha saputo tenere insieme il modo nuovo di fare politica e quello vecchio, sostituendo DC e PCI nel loro rapporto con le masse popolari, con la gente comune ed i risultati, anche a Caerano, si sono visti e si vedono.
Cosa fare? Come tornare ad una sinistra competitiva e di nuovo protagonista?  In generale, per contrastare la deriva e la decadenza di questa nostra Italia, incattivita e rabbiosa, occorre un riscatto della politica, delle identità, di un progetto e di una visione prospettica nuova, che sappia dare risposte ed antidoti concreti all’imperversare del populismo e dell’antipolitica, nei social network e nei media. Anche a Caerano, per rinascere, la sinistra e quindi il Partito Democratico ha bisogno di riacquistare una sua indipendenza ed autonomia rispetto alla lista di centrosinistra che è all’opposizione in Consiglio comunale. Se qualcuno ancora ci crede, torni ad organizzare il partito, ad interessarsi dei problemi amministrativi, a prescindere dai suoi eventuali rappresentanti o elettori presenti in Nuovo Orizzonte, elabori le sue proposte, sviluppi una sua politica locale, che è mancata in questi anni, e faccia sentire la sua voce. Sembra un paradosso, ma impari dalla Lega. E’ vero che la sinistra vive un momento difficile, in un contesto veneto dominato, come un tempo, da un solo partito, con consensi quasi plebiscitari, ma nessuna ipoteca politica è eterna, tutto può cambiare, a volte piu in fretta di quanto si pensi. Ma i cambiamenti vanno preparati ed alimentati da idee identitarie, proposte concrete e persone che si spendano nei territori per un chiaro disegno politico, non per un magmatico ed amorfo impegno civico o civile.
 (Da un mio articolo su Montebelluna Week di sabato 7.12.2019)

Quale futuro per Caerano

L’amministrazione di Caerano, attraverso un intervento a mezzo stampa del vicesindaco Marco Bonora, a proposito del disegno di cambiare le destinazioni d’uso di molti edifici pubblici comunali, ha confermato l’ipotesi allo studio e non ha escluso che “tutto questo diventi realtà”: Municipio a Villa Benzi, Mini-alloggi nella ex Biblioteca, sede attualmente di alcune associazioni, Asilo Nido al Centro Polifunzionale, Centro Anziani all’Asilo Nido, Municipio alle Associazioni, Biblioteca nei Mini-alloggi. Non è stato un vero e proprio chiarimento, dopo le perplessità manifestate da alcuni cittadini attraverso i social, ma piuttosto una presa di tempo, un prudente “vedremo”. L’idea tuttavia di ridisegnare il paese non è peregrina e credo che su questo l’amministrazione dovrebbe avere il coraggio di andare avanti. Come? Innanzitutto non si può e non si deve prescindere dalla riqualificazione dell’area sanRemo che si trascina ormai da oltre15 anni. E’ auspicabile che si riprendano le trattative velocemente ed in maniera ultimativa con la proprietà. Un buon accordo, potrebbe comportare sia investimenti privati, concordati col Comune e a limitato impatto ambientale, sia la cessione gratuita (per compensazione) di una parte dell’area al Comune, dove potrebbero trovare posto in futuro il mercato, dei parcheggi pubblici a servizio del centro urbano (liberando la piazza, da riqualificare) ed un parco cittadino, con servizi vari (area recintata per cani, giochi per bambini, ristoro ed altro). Un riutilizzo privato (residenziale, commerciale e altro) ed uno pubblico di quest’area cruciale potrebbe avviare un allargamento almeno parziale, non uno spostamento, del centro del paese verso sud-ovest, contribuendo ad alleggerire l’intasamento della provinciale Montebelluna-Asolo. Se poi il Comune, con sguardo sia al nostro passato storico-artistico che al nostro futuro, volesse pensare all’acquisizione di Villa Rovero, sempre chiusa, con diversi proprietari e in vendita, questo allargamento verso sud potrebbe acquistare ancora più senso. 
In che modo? Torniamo allora alla questione del cambio di destinazione d’uso degli immobili comunali, che questa amministrazione ha o aveva immaginato e proposto anche all’opposizione per averne un parere. Villa Rovero non appare in quella ipotesi ma, se venisse eventualmente acquisita, potrebbe ospitare, considerati gli strumenti tecnologici di comunicazione oggi possibili, una parte del Municipio (sindaco, segretario e segreteria, consigli comunali, matrimoni, rappresentanza…), con l’utilizzo in prospettiva anche delle barchesse, da sistemare  (futuro Centro Anziani, o altro…). 
Sarebbe una sede prestigiosa, in una villa veneta, affrescata e meno imponente, ma sicuramente più bella di Villa Benzi, che ritengo, tra l’altro, meno adatta ad ospitare un Municipio o una sua parte.
Nel vecchio Municipio potrebbero restare l’anagrafe, l’ufficio tecnico, il settore sociale, la polizia urbana, l’archivio ed eventuali locali a disposizione di associazioni o di altri servizi ai cittadini. Si potrebbe e dovrebbe scartare quindi, e comunque, lo spostamento del Municipio a Villa Benzi, perché sarebbe lontano dal centro urbano, che resterebbe sguarnito, ed andrebbe a compromettere lo stesso Centro Culturale di Villa Benzi, che va invece potenziato, applicando finalmente lo statuto della Fondazione, con il coinvolgimento di soci cooptati ed aggregati, per aprire la Villa tutto il giorno, coinvolgendo privati e associazioni del settore culturale, mantenendovi o salvaguardando spazi museali, per mostre, per laboratori creativi, per un caffè letterario, per raccolte di documentazione storica. Non converrebbe neppure lo spostamento dei Minialloggi nella ex Biblioteca. I mini-alloggi sono 8, di cui due occupati permanentemente (contro lo stesso regolamento). Si rivedano i contratti e si mantengano 4 minialloggi per le emergenze abitative di cittadini in difficoltà e 4 vengano dati gratuitamente ad associazioni culturali o ancora meglio in affitto oneroso a privati (con utili devoluti alla Fondazione). La ex biblioteca potrebbe essere lasciata alle associazioni, come adesso, o venduta, mentre la Biblioteca attuale andrebbe mantenuta dov’è, anch’essa in centro, vicina alle scuole, sistemando la terrazza e con il parco aperto effettivamente al pubblico. Per quanto riguarda il Girotondo la cosa migliore e preliminare sarebbe quella di fonderlo con l’asilo parrocchiale. Due ipotesi possibili: 1) portare tutto in centro, in via De Gasperi, allargando quello parrocchiale, sfruttando eventualmente anche la perequazione per il progetto di trasformazione commerciale e residenziale dell’ex cinema, con la conseguente vendita dell’area in Via Gramsci. Così tutto il comparto scolastico sarebbe concentrato nella zona sistemata recentemente anche da un punto di vista della viabilità; 2) portare tutto in via Gramsci, ricostruendo totalmente l’edificio, quello a più alto rischio sismico. Non si dovrebbe portare il Girotondo nel centro polifunzionale, per due motivi: 1) l’edificio è a due piani; 2) il parco va tenuto pubblico, perché è l’unico che esiste in centro e si prevede che venga allargato con l’intervento previsto nell’area Marconato-Stocco. Casomai va reso più funzionale con giochi per bambini, panchine ed altro. Al di là di queste proposte, in parte alternative, che possono piacere o meno, l’importante è che si guardi oltre i 5 anni di questo mandato, con una visione globale, che non può prescindere dalla sanRemo e/o da una nuova idea di centro urbano, e che si disegni la futura Caerano tutti insieme, senza ipoteche e forzature di parte, coinvolgendo anche i cittadini e i professionisti locali del settore che abbiano qualche competenza urbanistica. 

Meglio sardine che pecore

Una volta, nel mitico Bar Sport, ognuno diceva la sua, sia che si parlasse di calcio o di politica, magari stronzate, ma genuine ed autentiche, alimentate da qualche articolo di giornale o da qualche intervento televisivo. Oggi invece, che la discussione, soprattutto quella politica, ha varcato i confini del bar sotto casa e tutti si sentono liberi di esprimere le loro opinioni nei social, assistiamo al proliferare, non di un sacco di pareri, giudizi, pensieri originali, ma di un sacco di post replicati, altrui, creati dalle centrali politiche del fango, della rabbia e dell’odio, che ammaniscono polpette spesso avvelenate ad un gregge di pecore ammaestrate che seguono, muso contro culo, il grande capo di turno e le sue performance in facebook, che un giornalismo televisivo per niente coraggioso diffonde in maniera servile, senza un minimo e serio contradditorio. Ma mentre Berlusconi e Renzi sono stati torchiati come non mai, in passato, il nuovo “bullo” della politica italiana gode invece di una inspiegabile e sorprendente immunità. Qualcuno, poi, considera positivo questo irrompere dei social e delle loro nefandezze nel modo di fare politica e di procurarsi voti e confonde populismo con democrazia, ignoranza con informazione documentata e partecipata, consenso consapevole con pecorismo leaderistico. Per questo, da un po’ di tempo, mi stanno venendo molti dubbi sul concetto di democrazia, o meglio sulla brutta piega che questo nostro modello politico sta assumendo, degenerando e riproponendo schemi e situazioni che, per certi versi, ci portano indietro nel tempo, agli anni venti del secolo scorso, anticamera dei tempi bui successivi. Per questo, meglio sardine, libere e spontanee, che pecore eterodirette e controllate da cani pastori. 

Decisionismo o declino?

Quattro questioni che parlano da sole: ILVA, MOSE, ALITALIA,TAV. L’Italia è il paese dove le grandi opere, ma anche molte piccole, si trascinano da anni senza soluzione. Se fossero state progettate in Cina o Arabia Saudita, solo per fare alcuni esempi, o anche in Danimarca o in Olanda, sarebbero state realizzate in pochissimo tempo. Ora che questo avvenga in paesi non democratici si può capire, del resto succedeva anche in Italia durante il Fascismo, ma non credo valga la pena barattare decisionismo con libertà politica, di pensiero, di stampa ecc. Tuttavia la rapidità di intervento e realizzazione avviene anche in paesi democratici ed allora perché in Italia questo non succede? Non è una questione di incapacità nazionale, oserei dire di indole o di “razza”, tanto è vero che in passato, in soli 8 anni, fu costruita l’Autostrada del Sole, 760 chilometri, che costò quasi 300 miliardi di lire e che fu consegnata, senza aumenti di prezzi, con tre mesi di anticipo. Unì l’Italia e divenne il simbolo del boom economico di quegli anni. Oggi, che succeda una cosa del genere è impensabile e le cause sono almeno quattro:
– la mancanza di governi autorevoli e coesi che possano contare su una maggioranza certa e su una durata quinquennale, in grado di “fregarsene” degli oppositori di turno, politici, corporativi e di mestiere, e del rischio di perdere voti;
– la presenza di mafie varie che si infiltrano nei grandi affari e nei cantieri, che hanno in mano interi territori e che lo Stato non vuole o non è in grado di contrastare decisamente;
– l’alto grado di corruzione della classe politica e la “furbizia” di molti imprenditori ed imprese che mirano quasi sempre, con sotterfugi e pretesti vari, o azioni corruttive, a sfruttare lo Stato ed a conseguire, attraverso aumenti spropositati dei costi, lauti profitti aziendali e personali;
– una magistratura caotica ed a volte anche politicizzata, una burocrazia farraginosa che allunga i tempi di ogni pratica e di ogni intervento, anche di quelli strategici per uno Stato.
In una situazione del genere occorrerebbero:
– una legge elettorale che dia un chiaro vincitore, singolo o di coalizione (visto che in Italia non sappiamo rinunciare ad una pletora di partiti e partitini), con una maggioranza certa, come oggi chiede Salvini, il quale, però, quando l’ha proposta Renzi, insieme al referendum, l’ha contrastata ferocemente, a testimonianza di quanto incoerente ed opportunista sia il “prode” capitano leghista;
– uno stato che combatta il fenomeno mafioso e quello corruttivo con strumenti adeguati, anche di emergenza, e con misure socio-economiche che riscattino profondamente i contesti dove la criminalità si annida e fa continuamente proseliti;
– una legislazione, codice degli appalti ed altro, che snellisca le procedure ed i tempi di progettazione ed esecuzione delle opere, dando fiducia a burocrati, professionisti ed imprese, ma che sia poi inflessibile nei confronti di chi sbaglia o truffa lo Stato, cioè tutti i cittadini, sui quali gravano per anni i costi degli sprechi, delle corrutele e delle lungaggini legate spesso a queste opere.
Questo approccio misto, di fiducia, di controllo rigoroso e di pagamento certo delle eventuali responsabilità, dovrebbe essere una costante e la stella polare di uno Stato serio se vuole risolvere i grandi problemi che in questi giorni sono all’attenzione di tutti, ma anche tanti altri, ad esempio l’atavica evasione fiscale, che oggi rendono debole economicamente ed inaffidabile il nostro bel paese.
Oltre a questo occorrerebbe che le forze politiche avessero rispetto reciproco, indipendentemente dai ruoli di maggioranza ed opposizione, e vocazione a lavorare insieme per il bene comune, almeno di fronte a problemi strategici, come questi citati, invece assistiamo quotidianamente ad accuse reciproche, alla cagnara mediatica, allo spettacolo rivoltante di politici che continuano imperterriti, anche in tragici momenti, la loro campagna elettorale permanente, mentre il paese, che tutti, nessuno escluso, governano o hanno governato per anni, al centro o in periferia, va a rotoli. Prima gli italiani, certo, ma povera Italia!

Donatori di sangue (politico)? Basta

Poco più di un mese fa pensavo che fosse giusto fare il governo giallorosso. Speravo che si facessero le cose seriamente. Invece Di Maio fa il Salvini del precedente governo, perdendo però voti invece di guadagnarli, e la sinistra con le ulteriori divisioni di Calenda e Renzi continua a farsi male. Allora ho cambiato idea. Per una volta vogliamo smetterla di fare i salvatori della Patria, quelli che mettono a posto i conti, i responsabili che poi la prendono sempre nel deretano? Allora lasciamoli governare, via subito, che si facciano loro la manovra, anche a costo di andare in esercizio provvisorio. Se sono così bravi, come dicono, ridurranno lo spread, abbasseranno le tasse, risolveranno il problema dell’evasione fiscale, elimineranno burocrazia e sprechi, fermeranno l’immigrazione, rilanceranno l’economia, elimineranno la povertà, rivolteranno lo Stato italiano con le autonomie regionali, metteranno in riga l’Europa ecc. e sarà un bene per gli italiani. Se non ci riusciranno peggio per i molti meridionali e per la grande maggioranza degli italiani che li votano. Perché dovremmo preoccuparci noi per loro, donando il nostro sangue politico invano, e fare la figura dei fessi? Ma ci rimettiamo anche noi che votiamo a sinistra! Certo, ma la deriva è tale che se, come successo con Berlusconi, non li “proviamo fino in fondo” non ce li leveremo di torno tanto facilmente. Le sparano talmente grosse che la rabbia che alimentano tra i cittadini li travolgerà solo se proveranno a governare e falliranno. Per quanto riguarda poi la sinistra o impara a parlare con una voce sola, almeno dentro il PD, come fanno Salvini e Meloni, oppure non tornerà a recuperare consensi. Ma non è democratico! Forse, ma il confine tra democrazia e confusione è impalpabile e oggi la confusione non paga. Ipse dixit.

DUP – Documento Unico Programmatico 2020-2022

L’art. 170 del TUEL, così come modificato dal D.Lgs. n. 126/2014, ha introdotto a partire dall’anno 2015

per gli enti locali non sperimentatori, l’obbligo di adozione del Documento Unico di Programmazione

(DUP), che ha carattere generale e costituisce la guida strategica ed operativa nonché presupposto

indispensabile per l’approvazione del bilancio di previsione. Si tratta di un documento di programmazione

che riveste un ruolo centrale nella gestione dell’ente locale, per il quale è prevista una specifica

tempistica di adozione.

Entro il 31 luglio di ciascun anno la Giunta presenta al Consiglio il DUP per le conseguenti deliberazioni,

tuttavia quest’anno la data del 31.07.2019 è stata posticipata a norma del Regolamento di contabilità in

vigore.

Entro il 15 novembre di ciascun anno, con lo schema di delibera del bilancio di previsione finanziario, la

Giunta presenta al Consiglio la nota di aggiornamento del DUP.

Per quanto riguarda la struttura ed il contenuto del DUP è lo stesso art. 170 TUEL che rinvia al principio

applicato della programmazione di cui all’allegato n. 4/1 del D.Lgs. n. 118/2011 e ne disciplina il

contenuto minimo.

Tuttavia la programmazione contenuta nel DUP non è cosa facile per innumerevoli motivazioni:

a. Incapacità dello stato centrale di organizzare un semplificato procedimento di assegnazione degli ex

trasferimenti erariali, ora confluiti nel Fondo di solidarietà, a cui si aggiunge un notevole ritardo nel

pagamento;

b. Normativa farraginosa e instabile per quanto riguarda la fiscalità locale;

c. Leggi di stabilità spesso restrittive;

d. Mancanza di chiarezza nel medio-lungo periodo nell’attribuzione delle risorse proprie all’Ente Locale, in

modo da rendere concreta ed effettiva l’autonomia finanziaria dei Comuni;

e. Difficoltà nell’assunzione del personale, soprattutto per la presenza di vincoli di bilancio che non

sempre differenziano i comuni grandi da quelli medi e piccoli;

f. Restrizioni contabili che rendono difficile la effettiva realizzazione delle opere pubbliche;

Comunque l’amministrazione comunale intende con determinazione rispettare il principio della

programmazione, più volte enfatizzato dalla riforma contabile introdotta dal D.Lgs. 118 del 2011, che si

concretizza in molteplici attività:

1. Programmazione triennale delle opere pubbliche;

2. Programmazione dei fabbisogni del personale;

3. Programmazione della politica Immobiliare sulle proprietà Comunali.Secondo la normativa vigente,

infatti, il Comune, con apposita delibera, individua con un elenco, i singoli immobili di proprietà, tra questi

devono essere evidenziati quelli non strumentali all’esercizio delle proprie funzioni istituzionali e quelli

suscettibili di valorizzazione ovvero di dismissione. Tale norma va letta con riferimento l’art. 58 del D.Lgs.

112/2008 che già prevedeva l’approvazione del Piano delle alienazioni e valorizzazioni del patrimonio

pubblico;

4. Piano triennale di razionalizzazione e riqualificazione della spesa;

5. Programmazione degli acquisti di beni e servizi di importo superiore ad € 40.000,00;

6. Programma di prevenzione della corruzione e della trasparenza.

Il DUP dovrà anche essere rivisto in funzione della legge di stabilità che ogni anno viene approvata verso

fine dicembre e dalla quale deriva buona parte della politica tributaria del Comune.

IN ALLEGATO L’INTERO DOCUMENTO

DUP 2020-2022

Mercato in crisi

Ormai da troppo tempo il mercato settimanale di Caerano, che si svolge di mercoledì, soffre una crisi notevole di presenze ed appaiono sempre più spesso, tra le bancherelle, degli spazi vuoti. 
Se a questo si aggiunge il fatto che risulta diviso in due tronconi, uno in Piazza della Repubblica, destinato al settore abbigliamento, ed uno in Piazza Donatori del Sangue, destinato in particolare ai prodotti alimentari, si può affermare che risulta anche poco funzionale e scomodo per i caeranesi che lo frequentano. Sono almeno 15 anni che le diverse amministrazioni comunali si sono poste il problema del mercato, della sua collocazione fisica ed anche della sua crisi progressiva. Sono state studiate in passato sette ipotesi di soluzione, tra cui quelle di spostarlo tutto in via Don Sturzo, di concentrarlo tutto a sud della strada principale Montebelluna-Asolo, occupando anche via Kennedy e via Stocco, ed altre ancora più complicate. E’ chiaro che la soluzione migliore sarebbe quella di destinare ad esso una parte dell’area sanRemo, una volta risolta la questione, altrettanto lunga e tormentata, del risanamento e della riqualificazione di quei 75.000 mq. circa di terreno che dovrebbero e potrebbero rilanciare il paese e la sua economia. In attesa di un auspicabile accordo tra l’amministrazione comunale ed il proprietario della sanRemo, che cosa si potrebbe fare?
Si potrebbe intanto spostarlo di giorno, in quanto non si capisce perché debba svolgersi il mercoledì, in contemporanea con quello di Montebelluna. Forse la cosa era comprensibile una volta, quando la gente non si spostava facilmente da un paese ad un altro, ma oggi la concorrenza con Montebelluna risulta sicuramente deleteria e penalizzante. Un suo rilancio, in altro giorno, potrebbe essere un bel presupposto, oltre che per farlo rivivere, per giustificare un domani un suo spostamento nell’area sanRemo. L’obiezione che ho sentito fare è che non si può spostarlo di giorno perché è nato come succursale di quello di Montebelluna. Mi rifiuto di credere che nel 2019 non si possa superare questo ipotetico ostacolo ed agire di conseguenza. 

La Giunta Precoma vuole ridisegnare Caerano

La nuova Giunta Precoma, tutta presa, giustamente, dalla voglia di fare e di lasciare un’impronta in paese, nei prossimi 5 anni, sta studiando di mettere mano agli edifici pubblici comunali, per sistemarli da un punto di vista sismico e dell’efficientamento energetico, confidando su finanziamenti appositi regionali e/o statali. Ambizione meritevole e legittima, iniziata dalle amministrazioni precedenti di centrosinistra, che sono intervenute nella scuola elementare e che hanno procurato i fondi statali per intervenire anche nella scuola media.
Caerano si trova, infatti, in zona sismica a rischio medio-alto e in una scala nazionale di 11 livelli di accelerazione delle scosse, che vanno dal primo (0.025 a 0.050) fino all’undicesimo (0.275 a 0.300), il nostro paese si trova all’ottavo livello (0.200 a 0.225). Gli edifici presi in esame da un recente studio sono stati i seguenti (tra parentesi anno di costruzione e indicatore di rischio): Centro Polifunzionale (2003, >1); Auditorium di Villa Benzi (ristrutturato nel 1992, >1); Palestra impianti sportivi (1981, 0.39); Magazzino comunale (1989, 0.25); Municipio 1978, 0.22); Scuola media (1981, 0.22); Palestra scuola media (1984, 0.21); Ingresso all’auditorium (ristrutturato nel 1992, 0.20); Asilo nido (1977, 0.14). Da questa indagine risulta che solo due edifici su 9 sono al sicuro, gli altri hanno percentuali di rischio più o meno elevate. Questa del resto è la situazione della gran parte degli edifici pubblici in Italia. Il meno sicuro è l’asilo nido di Via Gramsci. Non è stato indagato l’edificio della ex biblioteca di via Marco Polo. L’operazione in atto da parte di questa giunta è quindi sacrosanta. A questa operazione si aggiunge tuttavia, dalle notizie che circolano, l’idea di rivoluzionare contemporaneamente le destinazioni d’uso di questi edifici pubblici, che sicuramente è destinata a creare in paese un dibattito vivace e si spera anche coinvolgente delle opposizioni e della popolazione. Il disegno di fondo sembra sia il seguente:
Municipio a Villa Benzi – Minialloggi nella ex Biblioteca (via S.Pio X) – Biblioteca nei Minialloggi di Villa Benzi – Centro Anziani al posto dell’Asilo Girotondo – Asilo Girotondo trasferito al Centro Polifunzionale di via Fra’ Giocondo – Sedi Associazioni e archivio nell’attuale Municipio.
Cosa pensare di un simile progetto? Lasciando da parte, per il momento, l’imponenza delle ristrutturazioni previste e/o gli abbattimenti e le ricostruzioni, che prefigurano probabilmente alti costi, anche se finanziate in parte dalla Regione o dallo Stato, per diversi milioni di euro, sembrano obbligatorie almeno due considerazioni, per inquadrare le intenzioni in un’ottica generale e di lungo respiro, come dovrebbero fare tutti i politici. La prima è che il futuro di Caerano è legato, inevitabilmente, alla soluzione della questione sanRemo, senza la quale si rischia di disegnare sì una Caerano nuova e diversa, ma funzionale, in maniera miope, all’esigenza del tutto tattica e non strategica di fare qualcosa nei prossimi 5 anni di mandato amministrativo e non una Caerano proiettata verso un lungimirante futuro. La seconda riguarda cosa s’intende fare relativamente al centro urbano, un centro che non c’è, situato lungo una strada provinciale trafficata ed inquinante, senza possibilità di creare un Put alternativo, come per esempio ha fatto Montebelluna. 
Il dibattito è aperto, speriamo sia partecipato, costruttivo e che disegni una Caerano migliore.

Greta (gretina) Thunberg ed il Festival dei veri “cretini”

Oggi i giovani di molti paesi del mondo scendono nuovamente in piazza, ispirati da Greta Thunberg, la ragazzina svedese, per difendere il pianeta dai cambiamenti climatici, che stanno gradualmente, ma incessantemente, sciogliendo i ghiacciai, ingrandendo i deserti, facendo crescere gli oceani ecc. e per difendere l’ambiente da altri guasti umani (incendi in Amazzonia, inquinamento atmosferico e del suolo, plastica negli oceani ecc.).

Dovrebbe far piacere a tutti che molti giovani, invece di interessarsi solo ai concerti musicali, alle discoteche, per non parlare di alcool o droga, di essere schiavi dei cellulari e dei social network si impegnino a rivendicazioni serie che riguardano il loro futuro. Mi ricordo che quando ero un giovane liceale partecipai a delle manifestazioni contro gli esperimenti nucleari negli atolli del Pacifico. Mi sembrava una bella cosa e sono convinto che i giovani oggi facciano bene a scendere in piazza. Ma vedo che non tutti la pensano così e che in Facebok si è scatenato il Festival dei veri “cretini”. Ma chi sono questi veri “cretini”?

Alcuni sono persone a cui non interessa niente dell’ambiente e del futuro del pianeta, che pensa solo a divertirsi, a consumare e scialacquare, egoisti ed egocentrici, senza scienza e coscienza, altri invece, e purtroppo, sono persone anche sensibili e impegnate nella raccolta dei rifiuti, che amano boschi e natura, che curano il verde, che vogliono le piste ciclabili ecc. e che, quindi, dovrebbero apprezzare Greta ed i giovani che richiamano i potenti della Terra a cambiare le loro politiche. Invece no. Quello che mi sorprende negativamente, e che mi schifa, è che entrambi questi soggetti, che dovrebbero essere ed agire diversamente, si muovono all’unisono. Sono quasi tutti leghisti o meloniani o simpatizzanti tali e quindi, basta che Salvini critichi Greta, con l’appoggio dei suoi sodali e sponsor giornalistici di bassa lega, il ghignoso Belpietro ed il bavoso Feltri, che subito si scatenano come burattini teleguidati a criticare la ragazza svedese, a considerarla viziata ed arrivista, a capo di un complotto mondiale, manovrata e strumentalizzata e, peggio di tutto, a fare indecenti confronti con i bambini denutriti dell’Africa, con quelli massacrati dalle guerre e via discorrendo, in un macabro gioco benaltrista. C’è un problema? Sì, ma ce ne sono anche altri, più o meno gravi, e così, spostando sempre il gioco altrove, non se ne risolve neanche uno dei tanti problemi del mondo. In genere, poi, sono problemi completamente diversi; quello posto da Greta, è di tipo ambientale, mentre quelli della fame, della povertà o delle guerre… sono problemi di giustizia sociale o di interessi vari, nazionalistici, di potere ecc. Sono causati, tra l’altro, tutti, dal sistema economico imperante, fondato sul profitto e sulle disuguaglianze economiche, che però a questi critici salviniani o meloniani va benissimo, ci vivono e ci sguazzano dentro. Ma c’è di più perchè, almeno in Italia, i problemi ambientali e di giustizia sociale si potrebbero risolvere, in gran parte, recuperando le risorse dell’evasione fiscale, ma questi soggetti, criticoni di Greta e dei suoi giovani seguaci, sono in genere quelli più restii a qualsiasi sistema di controllo di certi redditi e profitti ed appoggiano partiti, come la Lega, che largheggiano in condoni ed agevolazioni varie, proteggendo di fatto chi sottrae risorse allo Stato, additato sempre come ladrone, come oppressore, come un’entità nemica del cosiddetto popolo. Ora giocando sempre sul nome di Greta, subito deformato in “gretina” dagli avvoltoi dei giornali di destra, è più “cretina” Greta o quelli che la criticano per menefreghismo o per succube “pronismo” politico? Io non ho dubbi.

Viaggio nel Sulcis (Sardegna) – 11/18 maggio 2019

tadina: una cooperativa costituita dai proprietari di tutte le case in abbandono e da altri soggetti pubblici e privati, che procede al restauro delle abitazioni per poi darle in concessione a persone che vogliano stabilirsi o soggiornare a Fluminimaggiore, con agevolazioni di affitto e fiscali. 

Siccome il paese si trova a 20 minuti dallo splendido mare della zona, il progetto sembra destinato a funzionare.

Il giorno dopo, malgrado il tempo problematico, con vento e pioggia, siamo partiti per visitare l’area archeologica di Antas, un sito interessante che comprende i resti di un antico villaggio e di una necropoli nuragica, quelli di un santuario punico ed infine le residue colonne del tempio romano, inserito in un contesto suggestivo, tra verdi selvatici e pecore al pascolo. 

Per il pranzo siamo saliti faticosamente, lungo una strada impervia e tra boschi di splendidi sughereti, fino alle sorgenti di Pubusinu dove abbiamo pranzato, fino alle 4 del pomeriggio, in un agriturismo eremitale, gestito con i genitori da un giovane appassionato della tradizione culinaria sarda e di prodotti genuini, che abbiamo introitato in abbondanza, incerti tra il giusto desiderio di non tralasciare gusti e sapori in buona parte inediti e la preoccupazione per la cena serale che ci attendeva, dopo poche ore, altrettanto sostanziosa e promettente.

Nelle ore restanti del pomeriggio abbiamo visitato il sito minerario di Su Zrufuru, in faticosa fase di restauro, dove comunque resiste all’ingratitudine del tempo un generatore di corrente idroelettrico, connesso alla fonte di Pubusinus, il primo in Sardegna, risalente al 1985. Questa importante miniera, scoperta nel 1889, era stata data in concessione prima ad una società inglese la Victoria Mining Limited Company e poi alla Pertusola Mining Ldt, che la portarono all’avanguardia tra le miniere dell’epoca, dotandola anche di laveria con impianto di flottazione, rete ferroviaria e teleferica. 

Ebbe vita alterna fino alla sua definitiva chiusura nel 1993.

Terminata la visita, tanto per restare in tema di vita sotterranea, ci siamo calati nelle grotte di Su Mannau. Un festival di trine e merletti carsici, con sfumature di verde, di rosso e di bianco, filtrate da magiche acque penetranti la generosa roccia, stalattiti e stalagmiti dalle forme sempre originali, che solo una millenaria natura riesce a creare.

Il secondo giorno siamo partiti per Buggerru, una cittadina sul mare, con scarse tracce del fiorente periodo minerario, dove abbiamo visitato la Galleria Henry, entrando questa volta nel ventre della terra, nelle gallerie scavate con tanta fatica dai minatori sardi ed italiani, percorse in parte con il vecchio trenino ed in parte a piedi, sfociando ogni tanto alla luce di un’alta scogliera di picchi e di rocce colorate, sferzate da un mare burrascoso, ad osservare i voli radenti dei gabbiani maschi e le pacifiche cove delle femmine, in mezzo ai fiori primaverili arrocati sulle scoscese pareti costiere.

Dopo un lauto pranzo a Portixeddu, da zi’ Maria, ci siamo goduti il mare di questa parte della Sardegna, prima a Cala Domestica, un antico centro d’imbarco dei minerali estratti dalle miniere locali, e poi a Capo Pecora, esposti, soprattutto quest’ultimo sito, alla violenza del maestrale, con flutti ricorrenti e spumeggianti, che l’opposizione di rocce solide e scure scagliavano in alto, a perdersi nel vorticoso vento occidentale.

Conclusione della giornata nella splendida casa del nostro amico Carlo, situata in una altura impervia prospiciente il lontano mare, circondata da una natura ancora incontaminata e solitaria, dove abbiamo festeggiato l’ospite con un brindisi solidale, ovviamente a sue spese.

Il quarto giorno abbiamo visitato l’area archeo-industriale delle miniere di Ingurtosu, partendo dalla chiesa di Santa Barbara, dai resti del villaggio operaio, nel quale la lungimirante società mineraria, la Pertusola, aveva costruito luoghi di svago e ritrovo, scuole e presidio medico, attenuando con slancio illuminato il duro lavoro e lo sfruttamento delle maestranze: uomini, donne e a volte anche bambini. Ammirato il palazzo Bornemann, sede della direzione, con bifore neogotiche e dopo una sosta al Pozzo Gal, dove sono conservati le gabbie, le torri ed i meccanismi giganteschi di discesa e risalita nei pozzi minerari, ed alcune foto ai resti della imponente Laveria Brassey, del 1900, intitolata al presidente della società, dove lavoravano circa 100 persone, soprattutto donne, che trattavano quasi 500 tonnellate al giorno di minerali di piombo e zinco, siamo scesi al mare, al deserto sabbioso di Piscinas, suggestiva e vecchia stazione di imbarco dei minerali, in un territorio di dune costiere tra i più belli d’Italia, dove la tortuosa e resistente macchia mediterranea sfida le vorticose sabbie sollevate dal maestrale. 

Qui abbiamo pranzato in un ristorante di grande fascino, ricavato nella vecchia stazione ferroviaria dalla quale venivano imbarcati sulle bilancelle, un tipo particolare di imbarcazioni, i minerali diretti a Carloforte e poi in Nord Italia o in Francia.

Dopo pranzo, ci siamo rilassati al primo fresco sole di un insolito maggio. 

Il quinto giorno abbiamo salutato Fluminimaggiore e ci siamo diretti a Carbonia, dove ci aspettava una visita alle gallerie della Miniera di Monte Sinni, da cui si estraeva un tempo il carbone, che ha dato il nome alla città. Finora avevamo visitato solo miniere da cui venivano estratti soprattutto zinco e piombo e quindi questa ultima immersione nel mondo minerario della Sardegna meridionale ci permetteva di completare il viaggio e la conoscenza di un passato, non troppo lontano, di lavoro e di vita duri e spesso disumani, dove lo sfruttamento delle persone si mescolava sorprendentemente, come abbiamo visto, ad innovazioni tecnologiche d’avanguardia che la ricerca sempre maggiore del profitto e la concorrenza spingevano a sperimentare ed a realizzare, in un contesto quasi immobile, nel tempo, di miserie e sofferenze umane.

Ma tutto ha una fine. Quando le società minerarie, francesi, belghe, inglesi e tedesche, hanno cominciato a capire che, a causa dei primi e sacrosanti scioperi dei minatori e di nuove frontiere internazionali di approviggionamento e lavorazione dei minerali, il businnes delle miniere sarde stava tramontando, si affrettarono a cedere le loro concessioni, il destino di questo mondo era segnato e lo stesso intervento della Regione Sardegna, che aveva puntato su un salvifico processo di regionalizzazione, non ha prodotto risultati e le miniere nel giro di pochi anni sono state tutte chiuse.

Oggi appare tutto come un grande cimitero della memoria, in superficie ruderi di villaggi e di case di tecnici e direttori, laverie e stazioni marittime, nel ventre della terra infinite gallerie perse nel tempo e solo in minima parte accessibili ad un turismo di nicchia, che ci è parso più europeo che italiano, percorsi sotterranei attraverso cui quella terra gloriosa di fatiche e di morti, di sudori e di sofferenze respira ancora il suo alito di vita.

A mezzogiorno abbiamo pranzato a Carignano del Sulcis, nella Cantina Santadi, una delle più prestigiose di Sardegna, dove ci hanno servito un porceddu squisito, salumi e formaggi locali, accompagnati da ottimi vini, come il Terre brune, il Rocca rubra ed altri. Alla sera, forse per la prima volta, una cena frugale, da hotel, in chiara controtendenza rispetto alle nostre abitudini slowfoodiane e alle precedenti abbuffate di grande spessore culinario.

I due ultimi giorni li abbiamo trascorsi a Cagliari, dove siamo giunti dopo una sosta nel magico insediamento archeologico di Nola. Cagliari è stata una sorpresa, con i suoi stagni abitati da agili ed eleganti fenicotteri rosa, con la sua aria di porto marino, con i suoi palazzi ottocenteschi schierati sul mare, con le sue accoglienti vie e piazze del centro storico, con il suo castello abbarbicato tra i gabbiani in volo, con il suo prezioso museo, dove vale assolutamente la pena di vedere i giganti nuragici ed i bronzetti, che testimoniano ancora una volta l’arte creativa dell’uomo, in ogni epoca storica.

In città abbiamo mangiato in tre locali suggestivi. 

Il primo è stato l’ex Convento di San Giuseppe dove la cena, non eccezionale, è stata compensata dal contesto architettonico straordinario e dall’accompagnamento musicale delle launeddas, strumento antichissimo e identitario dell’isola. Il secondo è stato il Pintaderas, dove abbiamo assaporato forse il migliore porceddu del viaggio ed ottimi formaggi. Il terzo infine è stato l’osteria Su Tzilleri e su Doge, ai bastioni, dove siamo arrivati gastronomicamente esausti e dove le ottime ed abbondanti portate sono diventate un mix serale di tentazioni all’assaggio di tutto, di mugugni di gusto, di sospiri di soddisfazione, di grugniti di sazietà, conditi dalla speranza che una lunga e fresca camminata verso l’albergo ci assicurasse una giusta ed auspicata digestione.

L’ultima mattinata è scivolata via lentamente, in pieno relax per le suggestive strade del capoluogo sardo. 

Sulcis

Terra di rocce scure

antiche eredi

di sussulti epocali

scavata un tempo 

da tetre miniere 

antri infernali

di soffocanti polveri

e stenti disumani

in un mondo martoriato

da avidi attori 

di progresso e miserie

di vita e di morte 

Mare ventoso 

sparso di squarci turchesi 

incontro a sabbie brune

spinte su macchie mediterranee

a invadere dunosi declivi

Salvifiche torri

erte su speroni protesi

sopra acque perenni

ove albergano bianchi gabbiani

a covare il loro futuro.

Pecore brade

a brucare aromi erbosi 

su resti di nuragiche pietre

e orme di popoli invasori

di lontane genti marinare

ansiose di spazi ignoti

e di altre culture

Gente temprata

da storiche sofferenze

di migrazioni pastorali

e di fatiche agresti

orgogliosa di separatezza

e di storia vera

vissuta e narrata

con umile ardore

che avverti profonda e radicata 

nelle sacre sue tradizioni

Alimenti dai cento sapori

di esperienza e passione 

che profumano ancora

di campagna e di ovili

e di atavici sudori

cibi autoctoni e generosi 

nei loro tanti odori

di vita trascorsa e presente

offerti in deschi domestici

restii a inospitali rifiuti

Terra agra

dove il sogno inquieto

di un dovuto riscatto

insegue simboli crociati 

nostalgie di vinte battaglie 

su mori invasori

scelti a glorioso vessillo

per un nuovo domani.