Da “Sguardi dal ponte” – Giannina Piamonte (Venezia 1914 – Venezia 2003)

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Giannina è stata un’intellettuale e scrittrice veneziana che ha trascorso alcuni periodi della sua giovinezza a Caerano e che ha dedicato gran parte della sua esistenza alla difesa della “venezianità”, contribuendo a salvaguardare le bellezze artistiche e naturali di Venezia ed a tenerne vive le tradizioni. Doveva essere sicuramente una giovane donna moderna e trasgressiva a cui piaceva giocare a tennis ed anche amoreggiare, tanto che scrive questi versi riferiti ad un luogo caeranese per lei importante:
– E dopo le Madonete, verso il Ponte Rebellato, sulla sinistra: una riva verde con due pini: “Forse a Caerano, sotto ai due pini / dovevan compiersi i miei destini; c’eran la luna, le stelle d’oro / dissi di no… persi anche il Moro” –
Non so chi fosse questo fantomatico ed affascinante Moro, ma sicuramente si coglie, nella lieve nota di pentimento che traspare dalle parole di Giannina, l’idea che nella vita ci si debba pentire molto più dei “no” che dei “sì”. Condivido. 
Sempre Giannina Piamonte, il cui prozio aveva una casa a Caerano, risalente alla fine del ’700, di fronte alla chiesa, in un suo testo scritto di ricordi caeranesi degli anni ’30 e ’40, tra le due guerre, racconta: – E dalla canonica usciva quatto, quatto don Pasin! E te lo trovavi davanti, e avevi le sottane troppo corte, la blusetta troppo scollata e, peggio di tutto, i calzetti! Nemmeno il velo necessario per accostarsi ai Sacramenti gli andava bene: “i pizzi davanti e no drio le spale!”.
Non so come son riuscita a farla franca quando andavo a fare il bagno in Brentellona dopo la casa di Gabriel!
E quando avevo ospiti, non tralasciavo mai di fare con loro una passeggiata sotto il chiaro di luna lungo la Brentellona: la flirtacion walk – (passeggiata d’amore, titolo di un romantico film americano del 1934)
Era sicuramente disinibita, tanto che, mi hanno raccontato, correva in bicicletta con entrambi i piedi sopra il manubrio, mostrando, come si può ben dire nel suo caso, e come si diceva una volta, “tute e venessie”.
Il suo archivio, composto da materiali di natura diversa: corrispondenza, fotografie, ritagli da riviste e giornali, manoscritti, carte familiari, e parte della sua biblioteca personale sono oggi alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia.
(da “Sguardi dal ponte”)

N.B. A Giannina Piamonte è stato intitolato l’Auditorium della Fondazione Querini-Stampalia e le sue opere piu famose sono le seguenti:
 
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Un libro su Caerano. “Sguardi dal ponte” di Mauro Marconato

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Il titolo “Sguardi dal Ponte”.
Gli sguardi sono quelli che ho rivolto, negli anni della mia vita, a piccole storie paesane, a personaggi che ho conosciuto, a luoghi che ho frequentato. 
Insieme costituiscono uno spaccato della Caerano del secondo ‘900, vista da una angolazione particolare, la mia, con un taglio “critico”, in perfetta sintonia con la mia esperienza di vita sociale, culturale e politica a Caerano.
Il ponte è quello di San Marco, uno degli 8 ponti caeranesi sul Brentella, il più importante, nei pressi del quale è nata la sanRemo, che tanto ha segnato nel bene e nel male lo sviluppo di Caerano.
Ovviamente racconto solo una parte di Caerano, con un senso finale di incompletezza, come quando si ritorna da un viaggio con la sensazione che siano più le foto che avremmo voluto scattare, rispetto a quelle che abbiamo fatto.
La foto di copertina
E’ una foto dei primi del 1900, di lavori sul Brentella. La stessa foto è riproposta sia all’inizio che alla fine del libro, sfumata in maniera diversa: quella all’inizio rappresenta il passato che torna in primo piano nel mio racconto, quella alla fine, al contrario, rappresenta il passato che torna indietro nel suo mondo nebbioso.
L’idea del libro
L’idea del libro è nata parecchi anni fa quando, visitando il sito web di Gianni Desti, con le sue foto di Caerano, sono stato colto da un frugolo michelangiolesco e mi sono detto:”Belle queste foto, ma perché non parlano? ”. 
Così ho cercato di inserire alcune di quelle immagini, insieme ad altre familiari o di privati, in una cornice narrativa ed organica, quasi un “affresco” delle vicende caeranesi di questi ultimi decenni, un racconto paesano, che potesse completare ed arricchire quello di altri scrittori locali che mi hanno preceduto.
Ho avuto poi molte titubanze e ripensamenti sull’opportunità o meno di pubblicarlo. 
Alla fine mi sono deciso a farlo, perchè vedevo che tanti caeranesi, forse interessati a questo libro, se ne stavano pian piano andando, come Don Giorgio Morlin, che alcuni anni fa mi aveva scritto la prefazione. L’ho mantenuta, anche per ricordare la sua nobile figura di sacerdote caeranese.
Le dediche
Sono consapevole che il libro potrà interessare soprattutto i miei contemporanei, mi auguro tuttavia che lo legga anche qualche giovane. Il libro allora l’ho dedicato a mia figlia Laila ed ai giovani caeranesi con la speranza che possano costruire un paese migliore di quello che le generazioni come la mia hanno loro lasciato. 
E’ dedicato poi a due concittadini per me importanti: a Publio Corradi, partigiano e comandante della Brigata Nuova Italia e ad Arias Tiberio, storico esponente del PCI veneto e caeranese, di cui parlo ampiamente nel libro.
E’ un libro di storia? 
Sguardi dal Ponte non è un libro classico di storia, di ricerche negli archivi e tra documenti polverosi, ma è un libro leggero, un “trastullo” della mia vecchiaia e l’ho scritto soprattutto per me, per passare il tempo della mia vita da pensionato.
Che personaggi ho descritto.
I personaggi descritti sono numerosi e molto diversi tra loro, a formare un puzzle composito e rappresentativo della gente caeranese che io ho conosciuto e stimato. 
Sguardi dal Ponte parla:
  • di caeranesi celebri, che in passato hanno ricevuto il Premio San Marco (il console Vitale Gallina, i Comunello, Santo Tessaro, i fratelli Danieli…), 
  • di miei concittadini secondari o minori, associati a personaggi delle mie “storie e fantasie” infantili (Barbe Stocco, che mi ricordava il mago Merlino, Orazio Umana che, con la sua stampella, associavo ad Enrico Toti, la Gaspara, che ancora oggi mi ricorda la dolce figura della Befana), 
  • di caeranesi più o meno conosciuti, di ieri (Don Piero Signoretti, parroco di Caerano, Roldo Marconato, internato nei lager tedeschi, Carlo Rossi, pilota della grande guerra, il dottor Ugo Stocco ed il suo cane Lupo, Giannina Piamonte) o di oggi (Marisa Michieli, prima donna laureata a Caerano e moglie di Andrea Zanzotto, Silvana Panciera, uno dei primi cervelli caeranesi in fuga, Graziano Piovesan, anima del vecchio circolo culturale, Sergio Bordin e la battaglia di sua madre per inserirlo in una classe normale, Ottavio Poloniato, artista naif), 
  • di figure particolari (Italo Panciera, detto Talòi, come Pietro Cadorin, detto Peaoche, personaggio semplice e simpatico, famoso per le sue filastrocche), 
  • di persone emblematiche di lavori e professioni o di categorie sociali (Zucchello Orfeo, il contadino, Angelo Bordin, el senser, Sernagiotto Renzo, il meccanico, Bordin Giuseppe, il falegname, Sebastiano Franzoia, el casoin, Pezzino Nicola, l’operaio “terrone” diventato dirigente, Guido Menegon, il sindacalista, Bruno Garbuio, il grande fumettista, Angelo Rizzotto, il Giuda della Passione di Cristo), 
  • di alcuni maestri delle elementari, di missionari e di badanti,
  • di protagonisti di sport popolari (Gianni Zamattia, calcio, Aldo Mazzocato, tennis), 
  • di concittadini morti precocemente (Ines Rossi, morta nel Vajont, Laura Precoma e Piera Pozzobon morte in incidenti stradali, o caduti in disgrazia (Don Camillo Pasin)
I luoghi e le storie caeranesi che ho raccontato
Sguardi dal Ponte racconta anche di luoghi e di storie caeranesi.
I luoghi sono i mulini, le osterie, le fabbriche, le botteghe, il canale Brentella, l’asilo parrocchiale, l’oratorio…
Le storie invece sono quelle relative alle tradizioni, ai giochi, alle feste, all’associazionismo sportivo, sociale e civile, ad esperienze culturali del passato…
Contiene anche un’estesa analisi dello sviluppo economico, industriale, urbanistico, politico, culturale e sociale di Caerano, che ci ha lasciato un’eredità complessa e piena di luci ed ombre e  che condiziona ancora adesso la vita di tutti i caeranesi.
Foto e nomi
Contiene circa 368 immagini, soprattutto foto di scolaresche e di gruppi vari, di squadre di calcio o della Caerano di una volta, alcune già presenti in altre libri sul nostro paese, altre inedite. 
Per facilitarne l’individuazione ho inserito alla fine del libro l’elenco di esse, oltre a quello dei nomi (circa 1196) di tutte le persone citate nelle didascalie o nella narrazione. 
Non sempre ho indicato i nomi delle persone presenti nelle foto, lasciando spazio ad una sorta di “caccia al tesoro” fisionomica del lettori, alla ricerca di parenti, amici o conoscenti.
Molte sono anche le citazioni e le notizie tratte da altri libri di storia locale, citati in bibliografia, dei quali mi sono servito per dare un ancoraggio storico al mio racconto.
Quale Caerano ho descritto?
Una Caerano contradditoria, ricca di benessere economico, di lavoro per tutti, di trasformazioni urbanistiche importanti, ma anche una Caerano che ha spesso arrancato sul piano della crescita sociale, civile e culturale, limiti che forse le hanno impedito, in questi ultimissimi decenni, di cambiare passo, di riconvertire la sua vecchia vocazione industriale in qualcosa di nuovo, che sappia di futuro. Una Caerano con luci ed ombre, ma alla fine, contraddicendomi almeno in parte con le mie frequenti valutazioni critiche o pessimistiche, arrivo a concludere che preferisco quel paese che ho raccontato, la società in cui sono vissuto, la politica che ho praticato, rispetto al paese, alla società e alla politica del presente. 
Ma questo è solo frutto della mia anima nostalgica, del prevalere in fondo dell’amore per la mia Caerano, più che la delusione per ciò che poteva essere e non è stato.

Don Giorgio Morlin

 
Per ricordare Don Giorgio Morlin pubblico l’orazione funebre che ho tenuto in cimitero il giorno del suo funerale
Caro Don Giorgio
                        ti saluto prima di tutto come amico, per quell’amicizia sincera e profonda che abbiamo condiviso per una parte della nostra vita, fatta di comune passione per la storia di Caerano, per le vicende politiche di questa nostra Italia, per le valutazioni sul ruolo della Chiesa nella società italiana, per i valori etici e sociali che abbiamo ritenuto nostri.
Tu religioso, io laico, ci siamo incontrati sul terreno promiscuo della Fede e della Ragione, sulle orme di un teologo apprezzato da entrambi, come Vito Mancuso, ed anche di un frate messianico, come Davide Maria Turoldo, che tu hai conosciuto e di cui mi hai raccontato questo episodio, che ci fa capire a quale scuola sei stato educato.
Questo il racconto di Don Giorgio.
Mi ricorderò sempre la prima volta che ho incontrato Padre Davide Maria Turoldo assieme ad alcuni amici, attorno al 1968, nel suo eremo a Sotto il Monte. Io, un po’ intimidito, mi sono rivolto a lui con queste parole: Reverendo padre!” E lui, puntandomi il dito, mi rispose con determinazione: “Non chiamarmi reverendo! Solo tua madre è da riverire!“ Una semplice espressione verbale come grande lezione di vita che mi ha segnato nel profondo e guidato nel mio itinerario sacerdotale. –
Caro Don Giorgio, sei stato un prete coraggioso, come Davide Maria Turoldo, sei stato uno di quei sacerdoti e di quella Chiesa, chiamiamola pure militante, che si sono esposti sempre, che non hanno frequentato il limbo dell’indifferenza, del non schierarsi mai, spesso in contrasto con i tanti, anche tra il clero, che in passato sono stati perfino conniventi o complici con una classe dirigente italiana che spesso ha dato cattiva prova di se stessa, calpestando i valori politici, etici e sociali in cui credevi, in cui abbiamo creduto, sempre restando, per quanto ti riguarda, nell’ambito della tua profonda fede cristiana.
Hai avuto il coraggio di scrivere su diversi giornali e periodici cattolici le tue idee, le tue critiche, anche ad alcuni atteggiamenti del clero e delle gerarchie ecclesiastiche, sempre con passione e purezza di cuore. Me li mandavi in anteprima, questi articoli, non per farmi sapere che eri “bravo”, ma per instaurare con me un dialogo, un confronto ed una fruttuosa discussione. Ne hai pagato anche le conseguenze, finendo sui giornali locali e nazionali, come “Prete Rosso”, cosa che di questi tempi sembra perfino una barzelletta, e difatti ci scherzavamo su ed io ti prendevo anche in giro benevolmente.
Caro Giorgio, credimi, sei stato un grande prete ed un grande uomo! Uno dei pochi che mi hanno fatto sentire sfiorato dalla mano di Dio.
Ti saluto, poi, anche come rappresentante di questa amministrazione comunale e di tutti i cittadini caeranesi, nella tua veste di storico locale, delle nostre “microstorie”, come tu le definisci, nelle quali (sono parole tue) “…c’è una percezione soggettiva e coinvolgente dove emergono non i problemi generali ma i volti concreti degli uomini che hanno un nome ed un cognome; non l’analisi scientifica dello studioso ma l’emozione partecipante del protagonista; non le sedi ufficiali dove si firmano gli accordi politico-militari ma i luoghi umili del vivere quotidiano dove trovano spazio vitale i sentimenti positivi o negativi dell’uomo”.
Ecco allora i tuoi volti, le emozioni, i fatti quotidiani, le tue storie sull’eccidio della famiglia Stecca, sulle lettere ed i drammi dei soldati italiani in Russia, sulle vicende della Resistenza locale e della Brigata “Nuova Italia”, sulla storia della Chiesa caeranese e trevigiana e dei fratelli sacerdoti Camillo e Ferdinando Pasin.
Grazie per avermi avuto, per averci avuto tra i tuoi amici e siccome sei vissuto bene, senza pesi sulla coscienza, ti saluto come era solito fare Gianni Brera, grande giornalista italiano, con i suoi amici: “Ciao Giorgio, ti sia lieve la terra”.

Angelo Tetrini

Angelo Tetrini era nato a Dueville (VI) nel 1910 ed era rimasto orfano a 7 anni, in seguito alla morte del padre nel 1917 sull’altopiano di Asiago, durante la prima guerra mondiale.
Richiamato alle armi durante la seconda guerra mondiale, essendo orfano di guerra, non fu destinato al fronte, ma rimase in caserma a Padova, a riparare le calzature di soldati ed ufficiali, essendo calzolaio. Dopo l’armistizio del giorno 8 settembre 1943, i tedeschi, considerando traditori gli italiani, circondarono la sua caserma e deportarono tutti i soldati italiani catturati in Germania, dentro vagoni bestiame, per chiuderli nei campi di concentramento (lager) e farli lavorare nelle fabbriche tedesche.
Dalla Germania Angelo Tetrini non ritornò più.Un suo compaesano, compagno di prigionia, al rientro in Italia raccontò ai suoi famigliari come vivevano in quel lager e come era morto il povero Angelo.
Venivano svegliati ogni mattina alle 5.00 ed a piedi camminavano per 10 km fino ad una fabbrica di armi, dove restavano fino a sera. Tornavano in baracca alle ore 20.00 dove li aspettavano 50 gr di pane ed una scodella di brodaglia.
Per sopravvivere e riuscire a mangiare un po’ di più molti furono costretti a vendere orologi, catenine, penne ed altro ai custodi tedeschi e ad arraffare quello che riuscivano a trovare durante il cammino verso la fabbrica: scorze di patate, torzoli di verze ed altri avanzi.
Il lavoro era duro ed erano controllati da guardie senza scrupoli, che spesso li percuotevano col calcio del fucile.
Molti dimagrivano vistosamente e qualcuno arrivava a pesare anche solo 30 chili.
Quando gli americani cominciarono a bombardare la Germania, presero di mira anche la fabbrica dove lavorava Angelo e fu durante uno di questi bombardamenti che una trave gli cadde  addosso provocandone la morte. Fu sepolto in un cimitero di Amburgo.
Il figlio Adriano, dopo la fine della guerra, riuscì a rintracciare il luogo della sepoltura e chiese ripetutamente di poter portare la salma in Italia.
Si recò due volte in Germania per pregare davanti alla tomba del padre e solo alcuni anni fa ottenne il permesso di trasferire il corpo di suo padre da Amburgo al cimitero di Caerano.
Ma nel frattempo la moglie di Angelo era morta.
La Ditta tedesca incaricata di spedire il corpo di Angelo Tetrini e di altri soldati morti in Germania in Italia ebbe il cattivo gusto di collocarli dentro sei sacchi neri, simili a quelli delle immondizie, e dentro misere cassette di legno, neppure zincate, malgrado l’operazione sia costata ai familiari 500 euro.
Per fortuna, quando arrivò a Caerano la salma fu accolta anche dalle autorità municipali, per rendere onore ad un nostro concittadino tanto sfortunato.

Omaggio a Sergio Comunello

Nella seconda foto Sergio (secondo da sinistra) è con Zaffaina Callisto, Guido Badoer, Dea Rossi, Marconato Rodolfo, Turi Laura e Nedda
Nella terza foto Sergio (secondo da sinistra in alto) è con Bernardi Valerio, Don Camillo Pasin ed altri.
Questa mattina sono andato al funerale di Sergio Comunello. Sono entrato in chiesa con molto anticipo perché pensavo di non trovare posto. Sono invece rimasto sconcertato dal fatto che al funerale sia venuta poca gente, anche di Caerano. Non è che la qualità di un uomo si misuri dal numero di persone che partecipano alle sue esequie, ma certo mi pare grave e poco lodevole per il paese che un vecchio caeranese così importante ed anche generoso, per la donazione di un milione e mezzo di euro fatta al comune per la scuola elementare, sia stato dimenticato così in fretta.
Al di là delle inevitabili chiacchiere sulla loro fortuna, che di solito accompagnano tutti coloro che si sono arricchiti, i Comunello furono abili e coraggiosi imprenditori e seppero sfruttare perfettamente il nascente boom industriale ed economico degli anni 60, segnando nel bene e nel male lo sviluppo di Caerano. 
Lavoro e benessere, in cambio di un discutibile sviluppo urbanistico del paese, dovuto al fatto che la fame di abitazioni che la vertiginosa crescita della fabbrica comportava si scontrò con la scarsa disponibilità di aree edificabili, in quanto 2/3 dei terreni di Caerano erano proprietà dell’IRE ECA di Venezia. Per questo si costruirono molti condomini in centro al paese, dove c’erano le poche aree disponibili.
Brino e Sergio, i fratelli più importanti e noti dei Comunello, erano molto diversi tra loro. Dai miei ricordi, Brino era un bonaccione, non molto alto, tarchiato, meno dinamico, ma più diplomatico del fratello Sergio. 
Era un appassionato collezionista d’arte, in particolare di quadri, che m’incuriosivano molto quando andavo a casa sua, la moderna villa costruita negli anni 60 e demolita recentemente, a vedere Rin Tin Tin con suo figlio Adriano, davanti alla prima televisione privata che esistesse a Caerano.Brino lo ricordo volentieri, anche perché è stato lui a restaurare il vecchio e malandato capitello di San Marco, che ancora oggi caratterizza quello che resta del nostro vecchio borgo, dove è sorta la San Remo.
Sergio appariva più burbero e lontano, più pratico e sbrigativo. Ti dava veramente l’idea dell’imprenditore, dell’uomo d’affari, tutto preso dal suo lavoro e meno incline alle relazioni paesane. Quasi simbolicamente, visse per un po’ di tempo annidato nel lussuoso attico sopra il palazzo di vetro e dominante tutta Caerano. Probabilmente è stato la mente più lucida, il vero leader della famiglia che ha costruito la San Remo. Brino impersonava meglio l’idea dell’uomo ricco, a cui piaceva farsi vedere, trastullarsi in paese, apparire e mostrare i suoi successi. 
Sergio, più schivo ed appartato, vissuto più a lungo, rappresentava, visto anche il citato finanziamento destinato all’ampliamento della scuola elementare, l’ultimo vero legame con il paese dei Comunello, che si sono dispersi nella     provincia, ma il cui nome resterà nella nostra storia.
Ceduta la fabbrica, che ora giace come un Gulliver dormiente in centro a Caerano, in attesa di un improbabile ed incerto destino, Sergio si è dato all’agricoltura acquistando nel 1972, sulle dolci colline del Collio friulano, la tenuta di Ca’ Ronesca, con un’estensione di circa 100 ettari di terreno. 
Se Brino fu un abile “sarto”, Sergio fu più incline alla commercializzazione dei prodotti, oggi si direbbe al marketing, e seppe interpretare bene le esigenze del mercato, di una Paese in grande sviluppo e di una popolazione italiana che stava cambiando rapidamente usi e costumi. 
Si dice che fosse anche un “padrone” di allora, in un tempo in cui non esistevano i sindacati in fabbrica, i modi e tempi di lavoro erano pesanti e gli operai non avevano tutele, ma fosse anche vero, questo non giustifica, a mio modo di vedere, la scarsa partecipazione dei caeranesi al suo funerale. Un deferente saluto.

Marconato Roldo

Mio zio Roldo Marconato è morto recentemente, a 93 anni. Voglio ricordarlo come uno dei tanti IMI (Internati Militari Italiani) che, dopo l’8 settembre, furono caricati sui carri bestiame e trasportati nei campi di concentramento in Germania e in Polonia.
Non subirono il terribile destino degli ebrei, ma furono costretti a lavorare nelle fabbriche e nei cantieri delle citta polacche e tedesche, tra stenti e sofferenze che lasciarono segni indelebili nella loro vita successiva, dopo il ritorno in patria.
Chiamato in servizio a 19 anni, mentre studiava al Pio X di Treviso, fu fatto prigioniero dai tedeschi dopo l’armistizio e deportato in Germania, anzi in Polonia, a Kustrin, dove gli inviati di Mussolini hanno subito cercato di convincerlo ad aderire alla Repubblica Sociale Italiana e a ritornare in patria. Ma lui fu tra i moltissimi che si rifiutarono: aderirono solo 7 internati su 500.
Costretto a lavori forzati e duri, arrivò a pesare 37 chili, tanto che dopo una visita medica, gli fu concessa una doppia razione del rancio.
Trasferito poi a Berlino visse il periodo dei bombardamenti della città, a sgomberare macerie, a costruire barricate in vista dell’imminente arrivo dei russi, che giunsero a liberare il suo campo il 23 aprile del 1945.
Costretto a peregrinare per la Germania e la Polonia, sotto la sorveglianza dei soldati russi e polacchi, cominciò il viaggio di ritorno solo ai primi di agosto e dopo un breve periodo di quarantena a Pescantina (VR) arrivò a Caerano il 14 ottobre del 1945.
Pesava 39 chili ed era talmente fiaccato anche moralmente da non essere più in grado di riprendere gli studi abbandonati due anni prima, adattandosi a lavorare nel negozio di tessuti e mercerie della famiglia.
Durante questa sua esperienza, lui che veniva da una famiglia benestante, conobbe fame ed umiliazioni, solitudine, nostalgia dei familiari lontani, degli amici e conoscenti, come scrive in una delle sue molte lettere che ha conservato e che costituiscono, insieme al suo prezioso diario, un documento di storia sofferta e vissuta, vera.
Era soprattutto amareggiato per aver dovuto abbandonare gli studi, per la gioventù interrotta e forse perduta per sempre, come scrive in un’altra sua lettera:
“Io non sarò più felice, mi hanno rovinato la carriera mentre già mi sorrideva la vita, venni così stroncato nei più begli anni, gli anni della gioventù”
Per anni non ne ha mai voluto parlare, nel tentativo di rimuovere quella dolorosa “avventura”, che nascondeva perfettamente dietro alla sua allegria ed alla sua voglia di reagire, di divertirsi, di riconquistare la vita.
Solo qualche anno fa ha fatto breccia in lui il bisogno di raccontare, di lasciare testimonianza, ed il suo diario è diventato un libro, intitolato: “Anch’io portavo il numero al collo 33496”.
Credo che da quelle sue pagine venga fuori una memoria dignitosa, di un uomo semplice e buono, che forse proprio l’esperienza vissuta ha reso sempre disponibile a attento alle sofferenze ed ai bisogni degli altri.
Questa almeno è l’immagine di cui godeva a Caerano.
Dopo il ritorno, per alcuni anni, gli ex internati, non hanno avuto grande considerazione in Italia, ma poi, grazie all’A.N.E.I., la loro associazione, non sono mancati i riconoscimenti, così anche Roldo ha ricevuto la Croce al merito di guerra (1966), il distintivo d’onore di Volontario della Libertà (1977), il diploma d’onore di combattente per la libertà d’Italia (1984) e da ultimo, il 27 gennaio 2009, giorno della memoria, la medaglia d’onore, che gli è stata consegnata al Palazzo dei Trecento a Treviso, dal prefetto.

Ines Rossi: vittima del Vajont

La tragedia della diga del Vajont è stato l’avvenimento più grande e tragico nella storia di Caerano. Colpisce il paese nel 1963. Muoiono in tutto 28 caeranesi, tra questi una persona che conoscevo bene, una del mio borgo, Ines Rossi, scomparsa insieme al marito Sergio Garbuio e al loro figlioletto Alessandro.
 Ines era vissuta accanto a casa mia, al Ponte di San Marco, e si è persa in quella terribile notte di acqua e di fango, di urla e di angoscia, di sordo rumore e di silenzio tombale.
Il suo corpo non è mai stato trovato ed identificato e la sua anima forse vaga ancora tra le acque del Piave o tra quelle del Brentella, che passa a pochi metri dalla sua casa natale, ancora oggi esistente ed abitata dal nipote Ernesto. 
“il sole straripa di un nuovo giorno e
i neri sacchi luccicano al riverbero
del primo raggio.
i corpi lavati dalla melma
inondano il cielo di azzurra quiete”
(Loretta Menegon)

Povere “bubarate”

Si avvicinano Natale, Capodanno e Befana e in questa nostalgica riproposizione di feste e tradizioni si rinnova il rito dei falò.
Ricordo che una volta, in occasione dell’Epifania, tutto il borgo di San Marco, come altri borghi, si raccoglieva attorno alla bubarata”, una delle più grandi del paese, che veniva preparata nelle settimane precedenti andando a raccogliere nei campi limitrofi rovi, ramaglie, arbusti e quant’altro potesse bruciare. Noi bambini restavamo incantati dalle volute vorticose delle faville che salivano in alto e poi, i più coraggiosi, saltavamo impavidi le braci rossastre che si stavano lentamente spegnendo.
Nelle campagne i contadini traevano auspici per i raccolti futuri dalla direzione del fumo e col sacrificio della vecchia di paglia e stracci, issata in cima al falò, intendevano archiviare l’annata appena trascorsa, generalmente povera di soddisfazioni, come tutte le altre, e sperare in tempi migliori.
Per fortuna questa tradizione sopravvive ancora oggi, in qualche parte del nostro paese, anche se non ha più il fascino antico e se il notevole inquinamento atmosferico, che opprime le nostre terre, obbliga i comuni a disciplinarla ed a penalizzarla fortemente.
Le ultime volte che l’ho goduta ed assaporata, purtroppo solo per alcuni anni, è stato nel parco del Peep 1, dove il rito si ripeteva ogni 5 gennaio, grazie ad Esterino Borlina e ad altri amici del quartiere, a sua moglie, che preparava la pinza ed il vin brulè, ed ai Barbapedana (Renato Tapino, Francesco Bernardi…) che suonavano la cornamusa e cantavano “I tre lorienti”.
L’altro giorno ho sentito dire che i principali fattori di inquinamento atmosferico della pianura padana sono nell’ordine: il riscaldamento, il traffico e la produzione industriale. Fa una certa tristezza, allora, che i comuni se la prendano con i falò, arrivando a contingentarli o addirittura a vietarli.