La sinistra inutile

dal Blog di Enrico Sola
LA SINISTRA INUTILE
Questo è il consueto post elettorale sulla sconfitta della sinistra. Sono un po’ stufo di scriverlo, ma la sinistra continua a perdere.
Se c’è una buona notizia in questa giornata terribile è che forse è l’ultimo che scriverò, non perché da qui in poi vinceremo tutte le elezioni, ma perché forse smetteremo di esistere per un po’.
Come sempre si tratta di un post chilometrico nemmeno troppo amareggiato ma estremamente lucido nel dichiarare qualcosa che è peggio di una sconfitta.
L’ho scritto un po’ di getto e con uno stato d’animo un po’ ballerino. Abbiate pazienza. Anche perché ne serve molta.
Ha vinto la destra. Anzi, di più: l’Italia è la destra
La ragioneria a volte è una pratica crudele. A conti fatti, tutto ciò che è assimilabile alla sinistra, anche stando larghi e includendo proprio tutto tutto tutto, anche partiti imbarazzanti e incompatibili tra loro, vale il 25%-30% dei voti espressi.
E li vale in un’elezione in cui l’affluenza non è stata bassa (anzi, è in lieve crescita rispetto al referendum e comparabile con le elezioni del 2013 in cui si votava in due giorni).
I numeri parlano chiaro: più del 70% degli italiani ha votato per un partito o movimento o apertamente di destra o assimilabile a essa per programmi, metodo politico e totale disinteresse per valori come la solidarietà e la tolleranza.
Non solo, il 50% circa ha votato per partiti apertamente filo-Putin e, probabilmente, da lui finanziati.
Di fronte a risultati simili non è nemmeno concepibile parlare di sconfitta. Sta succedendo qualcosa di diverso.
Questo non è un semplice risultato elettorale: è un evento storico che segna un totale shift di paradigma in Italia e l’ insediamento di un blocco di potere totalmente nuovo.
Non siamo soli: è qualcosa che sta succedendo, in modo più sfumato (qui in Italia ci teniamo ad avere il primato delle brutture), in tutto l’Occidente, dove crollano le sinistre e si impongono le destre xenofobe e sovraniste e i populismi.
Non so bene cosa sia questa “cosa” che avanza e che per me è il male assoluto o quasi. Non so nemmeno bene cosa voglia in dettaglio e a quali esigenze politiche e umane risponda. So che è la nemesi dei miei valori, del mio modo di concepire la vita, dei miei comportamenti.
Il problema è che questa “cosa” non ha vinto a sorpresa e per il rotto della cuffia come Trump negli Stati Uniti e non è stata fermata da sani anticorpi democratici come in Francia. Qui ha stravinto con una marcia trionfale attesa e prevista da tutti, percentuale più o percentuale meno.
Insomma, qui si è affermata chiaramente una volontà popolare indiscutibile e netta: il popolo italiano, nella sua stragrande maggioranza, vuole più destra. E la vuole populista, rabbiosa, xenofoba, antiscientifica, bigotta e vogliosa di menare le mani.
La resistenza è inutile. L’unità, pure.
Se i numeri in gioco fossero altri, sprecherei un paragrafo a tentare di smontare le ragioni di quel voto scriteriato. Ma le destre populiste hanno preso il 70%: ci dobbiamo rassegnare all’idea che noi di sinistra siamo, dati alla mano, una minoranza esigua e divisa in modo irreparabile. E anche se ci unissimo non otterremmo nulla di più. Siamo meno della metà degli “altri”. Capiamolo.
Di fronte a cose così non c’è niente di utile da fare. Mi fanno sorridere gli amici che, a caldo, delirano di “resistenza”, “torniamo in montagna” e altre menate retoriche da sinistra in fase di elaborazione del lutto. Signori, se ci mettiamo a fare la resistenza, la facciamo contro la stragrande maggioranza degli italiani. Qui non c’è nessuno da liberare da un potere sgradito e impostore. Finiremmo come i “liberatori” antiborbonici, presi a roncolate a Sapri dai contadini stessi che volevano liberare.
Probabilmente passeremo buona parte del nostro tempo a cercare di dare la colpa a qualcuno, cioè, a seconda dei gusti, Renzi, Fratoianni, Bersani, D’Alema, Civati, Grasso e perfino qualche dirigente di Potere al Popolo, che è andato malissimo (contando che Rifondazione da sola, che è inglobata in quel partito, prendeva l’1,5%-2% a livello nazionale in ogni elezione).
Cambiamo pure tutti i leader delle tante versioni incompatibili della sinistra, mandiamone pure qualcuno in pensione, spediamone un paio su Marte, sono d’accordo. Dopo un risultato simile è sano e doveroso e chi non si dimette va contestato duramente.
Facciamolo. Non servirà a niente, ma è una questione di igiene politica.
Lo stand delle salamelle al festival vegano
Credo che il problema alla base di questa enorme sconfitta politica della sinistra non sia una questione di offerta politica. Anzi, in queste elezioni non mancavano le opzioni. Si passava dal centrosinistra moscio e in certi casi venato di destra del PD fino ai filo-venezuelani di Potere al Popolo, attraverso una gamma piuttosto ampia di posizioni intermedie, ciascuna con la propria lista, i propri leader, i propri programmi. Ce n’era per tutti i gusti, davvero.
Eppure né i renziani, né gli anti-renziani in diverse gradazioni, né i rivoluzionari, né i comunisti duri e puri hanno ottenuto voti dignitosi. Sono andati tutti male. Tutti.
Quindi evitiamo polemiche su Renzi vs D’Alema e altre polemiche illusorie da abitanti della bolla di “quelli di sinistra”.
Forse il problema non è l’offerta politica della sinistra. Il problema – ed è una brutta notizia – è la domanda.
In Italia nel 2018, insomma, è drammaticamente in minoranza chi ritiene di avere bisogno della sinistra e di ciò che promette: giustizia sociale, solidarietà, equità, tolleranza, laicità, diritti.
Attenzione: non ci sono partiti non di sinistra che promettono meglio della sinistra di fare propri questi valori e realizzarli. È proprio successo che quei valori sono passati di moda in Italia, sono diventati non necessari e visti anche come un ostacolo alle magnifiche sorti (regressive) del paese.
Nessuno ci ha portato via i voti promettendo meglio le nostre cose. Semplicemente la gente ha sposato valori diversi, si è proprio spostata eticamente e sentimentalmente verso altri lidi. Sembra quasi che in Italia sia venuta meno la necessità storica di certi valori.
Questa cosa qui ha un nome: crisi di senso. La sinistra, piaccia o no, non ha più senso per il paese, per il momento storico che attraversa, per la psicologia e la narrazione collettiva dominante, che tende alla distruzione e all’accusa più che alla soluzione.
Non si ferma il vento con le mani, anche se tira a destra
Per quanto mi riguarda di fronte a un risultato così non c’è nessuna analisi intelligente da fare. E l’autocritica diventa un esercizio di stile, che lascia il tempo che trova.
Non c’era niente, né una riforma, né un’azione unitaria, né un programma che avrebbe potuto fermare questo evento epocale (che ha cause “lunghe” e lontane e su cui credo si interrogheranno gli storici, visto che i politologi nel prossimo futuro si divertiranno di più a ridacchiare dei leader sconfitti).
Potrei fare un elenco sterminato di errori che non avrei fatto, di cose che avrei gestito meglio, di alleanze che avrei evitato, di gente che non avrei candidato, ecc. Ognuno ha il suo borsello di sbagli della sinistra, del PD, di Renzi, dei dirigenti locali, ecc. Volendo ce li scambiamo tipo figurine.
Eppure, anche sommandoli tutti, non saltano fuori ragioni sufficienti per giustificare una sconfitta di questo genere.
Non solo, i conti politici non tornano. Faccio due esempi. In un contesto in cui la sinistra è stata accusata di non lavorare a sufficienza per la giustizia sociale e i diritti dei cittadini, hanno trionfato partiti che esibiscono fieri la loro cultura dell’ingiustizia (vedi la flat tax, la promessa di negare i diritti civili appena conquistati). E in uno scenario in cui la sinistra è stata accusata di non avere una politica sufficientemente umana nei confronti degli immigrati e di essere blanda sullo ius soli hanno stravinto i partiti più crudeli e indifferenti nei confronti dell’immigrazione di ogni tipo. Insomma, dovessimo dare retta ai flussi elettorali (che a questo punto non hanno più senso, perché si sono create nuove appartenenze, nuove identità politiche, ecc.), la sinistra perde voti a sinistra che finiscono a politiche apertamente di destra.
Non finisce qui. Nemmeno le divisioni a sinistra sono una spiegazione sufficiente. Non c’era nessuna azione unitaria che sarebbe diventata vincente, visti i miseri risultati delle singole liste della sinistra tutta. Anzi, forse si sarebbe ridotta l’offerta di “biodiversità” della sinistra.
Non vale nemmeno la scusa più ingenua di tutte, cioè pensare che gli elettori di centrosinistra e di sinistra non siano andati a votare e che, sotto sotto, fatto fuori Renzi salterebbero fuori milioni di persone “più di sinistra” pronte a riportare la sinistra ai consueti trionfi.
Guardate i dati elettorali e fatevene una ragione: quegli elettori non sono stati a casa, l’affluenza lo dimostra. Semplicemente sono andati a votare e hanno scelto una delle tante destre populiste disponibili. Sicuri sicuri che sia gente che è andata via dal PD perché era troppo poco di sinistra? Pensateci.
Winter has come
Consoliamoci: questa è una cosa più grande di noi. Anche facendo tutto giusto (e non lo abbiamo fatto) non sarebbe andata tanto diversamente.
E ri-consoliamoci: di fronte a risultati di questo genere e alla portata lunga che sembrano avere è inutile qualsiasi tentativo di lotta e di salvataggio del paese. Possiamo riposarci, fare altro, difenderci (e dovremo difenderci, fidatevi) e aspettare, aspettare, aspettare.
Dopo un bel po’ di anni (l’ultimo shift di paradigma di questo tipo, tra l’altro più lieve e meno sguaiato, è avvenuto nel 1994 e ci ha regalato vent’anni di Berlusconi e di diseducazione etica) forse potremo tornare a costruire qualcosa, se ci saremo ancora.
Ma adesso no, non c’è letteralmente niente da fare. Quel 70% di popolo italiano è determinato e vuole andare fino in fondo. Non ha votato così in massa per avere un sistema di potere nuovo en passant. Vuole che i nuovi vincitori si mettano al lavoro, che provino davvero a mettere in campo le soluzioni a cui loro hanno creduto e non si arrenderà ai primi fallimenti. Insomma, questo paese ora è innamorato dei suoi nuovi capi e per un bel po’ darà loro fedeltà assoluta e carta bianca su ogni intervento.
Gli italiani dovranno sbattere la faccia più volte contro le conseguenze delle loro scelte (e questo richiede tempo) per iniziare a dubitare del proprio voto.
Noi, nel mentre, litigheremo un po’ e proseguiremo le nostre faide tra sinceri democratici con il cuore più leggero: ora sappiamo che l’unità a sinistra non serve a niente, se non c’è il consenso e se non c’è un paese che ritiene di avere bisogno della sinistra. Quindi litighiamo pure, abbiamo anni per risolvere tutto (con le mani, quando volete).
Poi ci passerà la voglia, faremo altro, faremo qualche blando e illusorio tentativo di recupero e forse otterremo qualche vittoria di Pirro, ma ora si è imposto quello che a breve diventerà un Sistema (sì, con la maiuscola) che è talmente nei cuori degli italiani da essere difficilmente rimovibile.
Bisognerà avere il tempo e la pazienza per aspettare che questa “cosa” populista e orribile si abolisca da sola. Non la aboliamo noi di sicuro.
Di sicuro, parlo per me, non farò nessun tentativo per contribuire a migliorare questo paese. No, non sto facendo l’offeso. È che l’Italia in larghissima maggioranza non vuole quello che voglio io, minoranza marginale. E non ci sono punti di contatto o convergenza. È proprio un altro mondo incompatibile.
Non posso vivere da cittadino partecipe e leale in un paese che sta per diventare una versione alla vaccinara dell’Ungheria di Orban o della Polonia.
L’Italia non si cura da una malattia che gli italiani credono essere un superpotere.
Mettiamoci al sicuro, difendiamoci, difendiamo i nostri cari e le cose che abbiamo a cuore. Prepariamoci a vedere cose orribili, ingiustizie sui più deboli, violenza di Stato e una riduzione enorme dei diritti. E più povertà, più confini, meno libertà.
Pensiamo ad altro, almeno per un po’, e pazientiamo. In Italia è arrivato l’inverno. Sarà lungo.

Guerra e pace. Israele e Palestina.

Recentemente, in primavera 2017, sono stato in Israele e da un punto di vista socio-politico ho potuto verificare in loco una situazione drammatica e complicata, per non dire irrisolvibile.
Premesso che occorre distinguere tra popolo ebraico, vittima della shoah, e stato di Israele, credo sia evidente a tutti che i governi di Israele, in questi anni, se ne sono fregati delle risoluzioni dell’ONU e non hanno certo lavorato seriamente per la pace. Non sono mancate, d’altra parte, le responsabilità e le incoerenze di alcuni stati arabi e dei movimenti o partiti palestinesi.
Il territorio in questione, chiamato in tempi diversi Terre di Canaan, Terra Promessa, Israele e Palestina, si divide oggi in stato di Israele ad ovest, Cisgiordania ad est e striscia di Gaza a sud-ovest. In Israele ci sono in gran parte città e villaggi israeliani, ma anche città e villaggi arabi, abitati da arabi mussulmani (in maggioranza) e da arabi cristiani: cattolici, ortodossi o menchiti (di rito ortodosso ma di obbedienza romana). Gli arabi lavorano in genere per gli ebrei ed i rapporti sono quasi esclusivamente di lavoro. Hanno comunque passaporto israeliano e sono a tutti gli effetti cittadini israeliani. Fin qui tutto bene.
In Cisgiordania, invece, ci sono città e villaggi di arabi palestinesi, abitati da mussulmani e cristiani (pochi), ma ci sono anche molte colonie israeliane, in continua ed abusiva espansione, circondate da filo spinato e presidiate militarmente, una vera e propria invasione. La più grande, vicina a Gerusalemme, conta più di 100.000 abitanti. I palestinesi hanno un passaporto controllato dagli israeliani che tuttavia non permette loro di recarsi dove vogliono. Un vergognoso muro o rete (dove non ci sono insediamenti) di 730 km separa Israele dalla Cisgiordania. Checkpoint israeliani controllano tutte le uscite e se un palestinese vuole andare a Gaza e viceversa deve passare per Egitto e Giordania. Se un arabo abita a Gerusalemme e vuole recarsi a Ramallah, “capitale” attuale del territorio palestinese deve fare una strada più lunga di un’ora per non passare dal territorio israeliano. Per salire alla Spianata del Tempio, luogo sacro per i mussulmani, occorre passare attraverso i posti di blocco israeliani.
I palestinesi non possono recarsi all’aereoporto Ben Gurion di Tel Aviv e per andare all’estero devono passare per la Giordania e non possono andare sul Mar Morto, in territorio di Cisgiordania, se non nelle stazioni balneari controllate dagli israeliani. Molti terreni lungo il Mar Morto, coltivati a datteri, sono stati requisiti dagli israeliani. L’acqua è controllata dagli israeliani che la razionano a loro discrezione, in tutta la Cisgiordania. Una situazione di autonomia puramente formale e di libertà vigilata incomprensibile.
Le prospettive di risolvere questa situazione sono praticamente zero, per questi motivi:
  • Gli israeliani non rispettano i confini ed hanno costruito in Cisgiordania un sacco di colonie
  • Gli ebrei aspettano il messia e credono che arriverà solo dopo che avranno ricostruito il tempio sulla spianata delle moschee, avranno ripristinato il sacerdozio e i sacrifici. Ma la spianata è oggi un luogo sacro per i        mussulmani e ci sono due moschee, una delle quali è la terza di importanza dopo La Mecca e Medina.
  • Israele non permette ai profughi palestinesi che si trovano in Libano o in Giordania di rientrare in Cisgiordania
  • Gerusalemme è città sacra per le 3 religione monoteiste: gli ebrei per il Tempio, di cui resta solo il Muro del Pianto (che è solo un vecchio muro di contenimento dell’antica costruzione distrutta dai romani), i cristiani per i luoghi sacri di Gesù e i mussulmani perché dalla spianata del tempio Maometto sarebbe asceso al cielo su un cavallo bianco. Per questo il Vaticano aveva proposto di renderla città “franca”, capitale di tutti e di nessuno, nel rispetto reciproco, ma Israele si oppone.
In questa situazione arriva il signor Trump, che propone in pratica di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Ma questo si rende conto di dove vive?
Poi non lamentiamoci se continuiamo a “provocare” i mussulmani e ci troveremo con altre Intifada, Al Qaeda, Isis ed atti terroristici nelle nostre città europee.
Va bene essere amici ed alleati degli americani, ma questo non significa essere dei lacchè di un personaggio come l’attuale loro presidente.
Italia ed Europa, se ci siete, battete qualche colpo!

Non è che siamo degli inguaribili provinciali?

Sparita a Villa Benzi l’opera di Costas Varotsos, quella “misteriosa” linea di vetro che tagliava il parco di Villa Benzi e che ora giace, spezzata in tanti tronconi, nei magazzini comunali.

Collocata alcuni decenni fa, in occasione di una mostra di diversi artisti italiani e stranieri, reduci dalla Biennale di Venezia, era stata donata alla Fondazione dall’autore, che aveva preteso solo i costi dei materiali e della posa in opera: oltre 550 lastre di cristallo temperato (12.240.000 lire), più manodopera (6.000.000 di lire).
Sindaco era Campagnolo e Presidente della Fondazione Mirko Sernagiotto.
Non essendo stata chiesta all’epoca apposita autorizzazione e per le ottuse regole della Sovrintendenza che, in un paese come l’Italia, dove succede di tutto, non permette che il parco di una Villa Veneta possa ospitare qualcosa che ne alteri l’aspetto originario (sarebbe quanto meno opportuno decidere caso per caso!), l’opera era a tutti gli effetti abusiva.
Ma per alcuni lustri, non so se coscientemente oppure no, si è fatto finta di niente. All’inizio di questa amministrazione Laura Tessaro, Simone Botti ed io abbiamo cercato di risolvere il problema dell’abuso e dello stato dell’opera, che era scivolata in parte dal suo ancoraggio e che si era deteriorata in alcuni punti, creando qualche preoccupazione anche relativamente alla sicurezza di eventuali frequentatori dell’area. Prima di tutto abbiamo sentito l’artista, con lettera della sindaco. Varotsos, informato dello stato dell’opera, rispose di essere rimasto desolato. Inoltre, un po’ piccato per il tono della missiva, ricordava che la sua creazione artistica è “protetta dalla legge europea ed internazionale per le opere pubbliche e nessuno poteva toccarla senza il suo consenso”. Aggiunse che, se la si voleva eliminare, andava smontata e rispedita all’artista stesso nelle condizioni originarie!
Abbiamo sentito allora sia la referente dell’artista in Italia, la dott.ssa Ciampi, che il Sovrintendente del Veneto, per trovare una soluzione. Il Comune centrava poco, essendo la Fondazione un ente autonomo, ma ci sembrava giusto non lasciare i suoi attuali responsabili in bilico tra i problemi di sicurezza del parco ed il carattere abusivo dell’opera. Poi io e Laura abbiamo abbandonato la giunta, anche per i contrasti intervenuti sulla gestione di questa specifica problematica.
Ora vengo a conoscenza che l’opera, invece di essere rimessa a posto, magari spostandola in zona marginale, come sembrava fosse possibile e come aveva suggerito la stessa Sovrintendenza, con lettera del 26 maggio 2016, è stata semplicemente spazzata via.
Rappresentava una sorta di “segno nella natura”, senza titolo, ed era opera, come riferito all’inizio, dell’artista greco Costas Varotsos.

Chi è costui?
Costas Varotsos nasce nel 1955 ad Atene, dove vive e lavora. Nel 1976 si diploma all’Accademia di Belle Arti di Roma e nel 1978 si laurea in Architettura all’Università degli Studi di Pescara. Nel 1990-1991 ha ottenuto la Borsa di Studio Fulbright. Nel 1999 è stato nominato Professore presso l’Aristotle University di Thessaloniki, dove ad oggi ha la cattedra di Architettura. Nel 1982 rientra in Grecia dove realizza i primi lavori di livello internazionale: Il Poeta del 1983 e Il Corridore del 1988.
Nel 1987 ha rappresentato la Grecia alla Biennale di San Paolo e, nel 1999, alla Biennale di Venezia. Ha quindi partecipato alla Biennale di Venezia per il Padiglione Italiano nel 1993, nel 1995 ad Arte Laguna e alla Biennale Internazionale di Los Angeles nel 1999.
Nel 2004 ha ricevuto la Distinzione Onorifica di Cavaliere dell’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana dal Presidente della Repubblica.
Ha presentato i suoi lavori in numerose mostre nazionali e internazionali e realizzato importanti opere pubbliche per Grecia, Cipro, Italia, Stati Uniti e Svizzera. Tra le più recenti, nel 2012 L’Approdo, Opera all’Umanità Migrante ad Otranto, che sono andato a vedere personalmente e che è stata costruita sullo scafo della famosa imbarcazione dove, agli albori del flusso migratorio verso l’Italia, sono morti moltissimi albanesi. Un opera di grande valore almeno simbolico ed umanitario, se non artistico.

Un’altra sua opera, sul suolo italiano, Orizzonte Due, risale al 2016 ed è stata esposta nell’ambito della rassegna espositiva “L’Albero della cuccagna. Nutrimenti dell’arte” a cura di Achille Bonito Oliva, presso l’Università degli Studi di Salerno.
Nel 2014 ha preso parte ad Icastica, Arezzo e nel 2016 ad Arte alle Corti, Torino.
Varotsos predilige le grandi dimensioni e le sue opere testimoniano una riflessione su temi essenziali della vita e dell’uomo, quali l’energia, lo spazio, il tempo e la natura, in realizzazioni che uniscono monumentalità e profondità poetica.
Ha avuto un lungo elenco di premi ed onorificenze che si possono facilmente verificare in Internet.
E noi a Caerano cosa facciamo? Lo depenniamo.
Si potrebbe discutere all’infinito sul valore artistico delle sue opere, ma resta il fatto che hanno carattere e valenza internazionale, per cui mi sembra che questa operazione dal sapore “iconoclasta” sappia proprio di provincialismo.

 

L’autolesionismo della sinistra

«Sfidiamo il Pd», leggo sui giornali. Sarebbe logico che a lanciare questo guanto fosse un avversario – Salvini, Berlusconi o Di Maio, che legittimamente vogliono abbattere il governo di centrosinistra e legittimamente cercano di indebolirlo e prenderne il posto alla guida del Paese. 
Ma a proclamare quella baldanzosa sfida è Giuliano Pisapia, già valente sindaco di Milano vittorioso contro la destra e che ora, senza accorgersene e senza volerlo, oggettivamente aiuta la destra ad andare al governo, cercando di sgretolare l’unica forza politica che può impedirlo ovvero il Pd. 
Non è certo il solo in questa febbre di autogol. Se chi parla così si fosse convertito al verbo della destra, non ci sarebbe nulla da ridire; è legittimo cambiare idea. Ma non è il caso di Pisapia né degli altri che, come lui, illudendosi di lavorare per la vittoria di una sinistra non sembrano consapevoli di renderla sempre più improbabile.
Anche nei partiti di destra ci sono vistosi contrasti, inimicizie, diversità di opinioni e di progetti su come governare l’Italia, ma il fronte resta sostanzialmente solidale, organicamente coerente con la sua battaglia. La destra vuole battere la sinistra ossia in primo luogo l’unica sua formazione politica che possa governare. Simpatie, antipatie, aspre differenze, tensioni al suo interno non minano la sua forza d’urto. 
A sinistra i litigi, i risentimenti, le critiche e autocritiche, i generosi ma inconsistenti vagheggiamenti di una sinistra migliore e più avanzata provocano scissioni, contraddizioni che sbriciolano giorno per giorno l’unico possibile partito di governo della sinistra. Un’adolescenziale smania di discutere sfilaccia la lotta concreta. Sagunto cade e a Roma si discute, in una libido loquendi che è stata quasi sempre perdente. 
Nessuno sogna un partito totalitario retto da un pugno di ferro che reprime le discussioni e le critiche, ma un’ossatura friabile al primo diverbio ti impedisce di vincere e di governare. In una forza politica vigorosa i contrasti permangono e sono pure fecondi, ma si compongono nell’unità di una comune battaglia per fini che sono sentiti superiori alle diversità di opinioni e di tendenze. 
Chi, come me, vorrebbe un governo di centrosinistra e uno stile di governo come quello di Gentiloni è allibito dinanzi a questo disfattismo oggettivo. Le varie ragioni dei gruppi centrifughi possono essere in molti casi valide, ma la dispersione è obiettivamente alleata dell’avversario. 
In tanti casi può esser necessario votare non, come ovviamente ognuno di noi vorrebbe, per un partito ideale, ma per il male minore. Oltre un certo limite, la rabbia anche soggettivamente nobile diventa autolesionismo, come nella vecchia e abusata barzelletta del marito che si evira per fare dispetto alla moglie.
Claudio Magris (Corriere della Sera del 18.09.2017)

Accoglienza e progetti SPRAR

Accoglienza richiedenti asilo in ambito SPRAR.
Post del vicesindaco di Mogliano, Daniele Ceschin, del 13 luglio 2017.
Dunque, qui a Mogliano noi facciamo così: condividiamo le scelte con i residenti, informiamo i cittadini, garantiamo un percorso trasparente dall’inizio alla fine. Con buona pace di chi vuole montare un caso sul nulla.
In merito alle cinque (5) donne richiedenti asilo che arriveranno a fine agosto nell’ambito del progetto SPRAR, nei giorni scorsi abbiamo avviato un percorso molto lineare. Infatti vogliamo essere chiari con i cittadini rispetto a quello che succederà e alla modalità di questa accoglienza. Per questo abbiamo voluto che con molto anticipo (un mese e mezzo prima) chi vive nel condominio dove le cinque richiedenti asilo andranno a vivere per sei mesi, massimo un anno, venisse messo a conoscenza del progetto. Siamo convinti che lo SPRAR sia il vero e unico modo possibile per fare accoglienza e per dare una reale prospettiva a persone – in questo caso donne – che hanno sfidato la morte per sfuggire da atrocità e guerre. Se ogni comune italiano facesse la sua parte, ci sarebbero insediamenti di pochi nuclei per ciascun territorio, in alternativa ai centri di accoglienza straordinari gestiti dalle prefetture, e la gestione diventerebbe più efficace e più dignitosa anche per le persone accolte. Oltre che più sicura per i cittadini e i residenti in quanto ogni fase del percorso sarebbe tracciata e verificabile. Non ci sono risposte semplici a problemi complessi. Ma mentre alcuni parlano alla pancia, noi preferiamo usare la testa.
Di seguito il testo del comunicato (da leggere fino alla fine).
ACCOGLIENZA: COL PROGETTO SPRAR IN ARRIVO A MOGLIANO CINQUE DONNE MIGRANTI
Si tratta di rifugiate che vivranno per sei mesi in un alloggio preso in affitto da un privato. Coi fondi del Ministero dell’Interno il Comune provvederà alle spese e ad assicurare loro, tramite due cooperative, assistenza nel percorso di integrazione e di autonomia
A fine agosto diventerà operativo a Mogliano Veneto il Progetto SPRAR, cui il Comune ha aderito l’anno scorso assieme ad altre nove amministrazioni comunali trevigiane e che prevede l’accoglienza complessiva, nei dieci comuni, di 50 migranti, richiedenti asilo o rifugiati già in possesso di asilo o di protezione umanitaria o sussidiaria.
Il progetto, approvato dal Ministero dell’interno, è gestito operativamente dalle Cooperative La Esse e Una casa per l’Uomo e prevede l’accoglienza a Mogliano di cinque donne (un numero fisso, non variabile) che verranno ospitate in un alloggio preso in affitto dalle cooperative da un privato cittadino.
Nell’intento di dare alla gestione la massima trasparenza, e di avviare una reale rete di sostegno attorno a queste persone in arrivo con l’aiuto di tutte le persone disponibili e le realtà associative del territorio, è stato programmato un incontro con tutti i condomini, con un mese e mezzo di anticipo sull’arrivo, per informarli delle modalità di questa accoglienza.
Alle donne che arriveranno a Mogliano, e che probabilmente hanno già ottenuto lo status di rifugiato o altre forme di protezione, saranno forniti un pocket money di 2,5 euro al giorno e un pocket vitto, oltre al pagamento delle utenze, del vestiario e dei trasporti nei limiti previsti dal servizio, e soprattutto all’assistenza dell’equipe delle cooperative per accompagnamento ai servizi sanitari e a percorsi scolastici o lavorativi. L’accoglienza è prevista per un periodo di sei mesi, prorogabili per altri sei mesi e l’obiettivo è accompagnare questi migranti in un percorso di integrazione e di autonomia economica e lavorativa.  
“Abbiamo avviato un percorso molto lineare e cristallino aderendo allo SPRAR, perché vogliamo essere chiari con i cittadini rispetto a quello che succederà e al come. Per questo abbiamo anche chiesto che con molto anticipo chi vive nel condominio dove le donne andranno a vivere ne fossero messi a conoscenza. Siamo convinti che questo è il vero e unico modo possibile per fare accoglienza e per dare una reale prospettiva a queste persone che hanno sfidato la morte per sfuggire da atrocità e guerre. Se ogni comune italiano facesse la sua parte, ci sarebbero insediamenti di pochi nuclei per ciascun territorio, in alternativa ai centri di accoglienza straordinari gestiti dalle prefetture, e la gestione diventerebbe più efficace e più dignitosa anche per le persone accolte. ”, dichiara Daniele Ceschin, Assessore all’integrazione del Comune di Mogliano Veneto.
ll Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR), introdotto dalla legge Bossi Fini, è infatti costituito dalla rete degli enti locali che per la realizzazione di progetti di accoglienza integrata accedono, nei limiti delle risorse disponibili, al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo. 
Con i finanziamenti ottenuti i Comuni, con il supporto delle realtà del terzo settore, garantiscono interventi di “accoglienza integrata” che superano la sola distribuzione di vitto e alloggio, prevedendo in modo complementare anche misure di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento, attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico.
Caerano, che pure ha diversi appartamenti vuoti nelle barchesse di Villa Benzi, non ha voluto fare altrettanto, tra l’altro a costi zero per il comune, allineandosi così alle molte amministrazioni leghiste che, in provincia di Treviso e nel Veneto, rifiutano una equa distribuzione dei profughi, aggravando il problema e costringendo i prefetti a concentrazioni  assurde e controproducenti, che scatenano giustamente la ribellione di molte comunità.

E quindi uscimmo a riveder le stelle, anzi le 5 stelle

Le tre caratteristiche che emergono, a mio parere, dei 5 stelle sono le seguenti:
1)    Costituiscono una sorta di setta, con un padre padrone che domina e tiene a guinzaglio i suoi adepti, come nemmeno Berlusconi, che pure al contrario di Grillo finanziava il suo partito azienda, riusciva a fare.
2)    Sono cinicamente trasversali, comprendendo al loro interno destra e sinistra. Almeno la DC, anch’essa trasversale, aveva un collante che erano la religione e l’anticomunismo. Questi non hanno nessun collante, se non l’opportunismo politico.
3)    Stanno usando scientificamente i social network come moltiplicatori di insulti violenti e gratuiti, tali da far impallidire perfino i peggiori e grezzi leghisti, guadagnandosi il ruolo di nuovi sfascisti o anche “fascisti”.
Tutto questo ammantato e nascosto da illusorie e subito sconfessate affermazioni di trasparenza e democrazia, di onesto rinnovamento, con proposte di sicura presa elettorale: reddito di cittadinanza, riduzione dell’orario di lavoro, rifiuti zero… condivisibili da tutti e facili da promettere, quando si sta all’opposizione, ma poi difficili da attuare quando si va a governare. Roma docet.
Ora, per anni abbiamo ferocemente combattuto Bossi e Berlusconi, fino a riscattare Fini e Casini, che lo contestavano, poi ci siamo trovati con Salvini e Meloni, costretti a “riscattare” perfino Berlusconi, col quale magari saremo costretti, come già avvenuto con i governi Monti e Letta, anche a governare, dopo la prossima legge elettorale. Non so se, prima o dopo, saremo costretti a governare con Salvini e Meloni che, come si diceva un tempo per Fini, hanno almeno una visione “politica” e non privatistica, aziendale o settaria, anche se non condivisibile, del bene comune.
Mala tempora currunt ed il peggio non è mai morto, con buona pace di Bersani che i 5 stelle li aveva tanto corteggiati.
Sarebbe ora che il PD la smettesse di scannarsi in sterili e controproducenti diatribe interne e che si raggiungesse una onesta e trasparente mediazione, puntando su un compromesso, molto meno storico di quello di Berlinguer, ma utile in questo momento, con candidato premier Renzi e segretario Cuperlo, che ha dimostrato di essere coerente e leale.
Altrimenti ognuno per la sua strada e… andremo tutti a casa.

Stato sismico edifici pubblici caeranesi

Dopo quasi due anni dai risultati di uno studio sullo stato sismico degli edifici pubblici caeranesi, mai reso noto o discusso, malgrado le numerose richieste delle opposizioni in consiglio comunale, ritengo utile e doveroso pubblicare i dati di cui sono in possesso, non certo per creare inutili allarmismi, ma per favorire un confronto costruttivo su un tema così importante che aiuti a compiere, compatibilmente con le risorse disponibili, scelte meditate, consapevoli e condivise. Oppure anche come stimolo a perseguire risorse extracomunali per gli interventi più urgenti.
Quanto agli allarmismi, (la precarietà degli edifici pubblici in Italia è purtroppo generalizzata, ma i crolli non sono scontati, in caso di terremoto. Dipende dalla magnitudo del sisma, dalla profondità del baricentro e dalla natura del suolo), se fossi un genitore che ha i figli a scuola, preferirei sapere di eventuali rischi piuttosto che trovarmi un domani nel dramma, senza essere stato mai avvertito. Credo che mi incazzerei molto e che denuncerei chi avesse omesso di informarmi.
Tutti i comuni erano obbligati a sottoporre a verifica sismica entro il 2013 tutti gli edifici pubblici strategici e rilevanti. Caerano l’ha fatto affidando l’indagine allo studio dell’ing. Bonora Dario il quale ha preso in esame 8 edifici, classificandoli secondo un coefficiente o indicatore di rischio sismico (>1 = fabbricato in sicurezza – <1 fabbricato non in sicurezza), indicando per ciascuno i punti critici e le linee di indirizzo su cui progettare un intervento di miglioramento/adeguamento. Caerano si trova in zona sismica a rischio medio-alto.
Gli edifici presi in esame sono stati i seguenti (tra parentesi anno di costruzione e indicatore di rischio): magazzino comunale (1989 – 0.25), auditorium di Villa Benzi (ristrutturato nel 1992 – >1 l’auditorium vero e proprio e 0.20 la parte dell’ingresso), municipio 1978 – 0.22), asilo nido (1977 – 0.14), scuola media (1981 – 0.22), palestra impianti sportivi (1981 – 0.39), palestra scuola media (1984 – 0.21, centro polifunzionale (2003 – >1).
Come risulta da questa indagine solo un edificio e mezzo su 8 sono al sicuro, gli altri hanno percentuali di rischio più o meno elevate. Il meno sicuro è l’asilo nido.
Premesso:
  • che in Italia, come ho già detto, la grandissima maggioranza degli edifici pubblici non è a norma da un punto di vista sismico
  • che i comuni non sono obbligati ad intervenire se non hanno risorse ordinarie (Ordinanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri n° 3272 del 20.03.2003)
  • che in una scala nazionale di 11 livelli di accelerazione sismica, che vanno dal primo (0.025 a   0.05) fino all’undicesimo (0.275 a 0.30), Caerano si trova all’ottavo (0.20 a 0.225)
  • che non è detto, come ho già osservato precedentemente, che in caso di terremoto questi edifici crollino
ritengo che una discussione aperta nel merito sia dovuta, almeno nei suoi luoghi rappresentativi, alla comunità caeranese. Tanto più che lo studio Bonora ha anche fatto un’analisi dei costi degli interventi necessari che, senza scendere nei particolari delle cifre, si possono riassumere nel modo seguente:
Sforzi economici elevati: municipio, scuola media, asilo nido, palestra impianti sportivi, auditorio (la parte dell’ingresso)
Sforzi economici limitati: palestra scuola media e magazzino comunale.
Per intervenire occorrono quindi parecchie risorse, sicuramente maggiori di quelle previste nel DUP (Documento unico di Programmazione 2017-2019, approvato in Consiglio comunale il 30 gennaio 2017) e destinate ad un primo intervento sulla scuola media. Come reperirle? Occorre innanzitutto puntare ad eventuali fondi statali per la sicurezza delle scuole, che qualsiasi governo dovrà stanziare nei prossimi anni, dopo il terremoto che ha martoriato le regioni dell’Italia centrale in questi mesi. Ma occorre anche pensare a reperire altri fondi, eventualmente dall’operazione San Remo, ammesso che vada in porto, o magari dalla vendita delle quote in Ascotrade, come ha fatto il comune di Cornuda, che ha incamerato 1.800.000 euro, proprio per rifare la scuola elementare.
E’ vero che il comune di Caerano incassa ogni anno da Ascotrade un dividendo, se le cose vanno bene, di alcune decine di migliaia di euro, ma in queste situazioni di rischio (anche se limitato ed imponderabile), mi sembra meglio puntare non alle briciole, ma a finanziamenti consistenti e necessari.
Credo che intervenire sugli edifici pubblici, in particolare su scuola media ed asilo nido debba diventare lo scopo prioritario di questa amministrazione.

Accoglienza profughi

Due notizie di oggi, 20 dicembre, nel Corriere del Veneto, che seguono la polemica dei giorni scorsi sulla folta destinazione di profughi sul Montello.
1) Danneggiati a Padova (Arcella) appartamenti destinati ad ospitare una decina di profughi: distrutti i sanitari, strappate prese, contatori e cavi elettrici, spaccate le valvole dei termosifoni.
2) Accoglienza sempre e comunque? A questa domanda il vescovo di Treviso risponde “…Certo, non possiamo voltare la faccia dall’altra parte di fronte ai disperati che rischiano la vita per fuggire da condizioni di guerra e di violenza o perché aspirano ad un legittimo miglioramento delle loro tristissime condizioni di vita”.
Monsignor Gardin aggiunge giustamente che vanno aiutati dentro una programmazione chiara e stabile che comprenda: accordi con i loro paesi d’origine (impossibili in molti casi), solidarietà europea, (estremamente carente), regole precise, con diritti fondamentali (costituzionali, che prima di tutto dovrebbero far rispettare i tanti recenti “crociati” del NO) da garantire loro e doveri civici da rispettare, da parte loro, ed anche impiego in servizi utili alla comunità che li accoglie (ma solo poco più di 2.600 comuni italiani su circa 8.000 ne hanno accolti).
Considerazioni ovvie e condivisibili da tutti, in teoria, obiettivi sacrosanti, ma difficili da perseguire.
Intanto questi arrivano comunque.
Proprio l’altro giorno ho visto la trasmissione Islam, di Gad Lerner, sulla Nigeria e mi sono chiesto: se da noi paese democratico, ricco, civile ecc. molti giovani se ne vanno in Inghilterra, in Germania ed in tanti altri paesi del mondo, per migliorare le loro condizioni di lavoro e di vita, come possiamo pensare e pretendere che quei giovani, che vivono in quelle condizioni, guerra o non guerra, non aspirino a venire in Europa e da noi?
Non possiamo accogliere sempre e tutti, d’accordo, ma in attesa di trovare le soluzioni per fermarli, occorre dominare e razionalizzare il fenomeno, con i minori danni possibili. Serviranno le parole del vescovo di Treviso?
Credo che, purtroppo, le sollecitazioni del vescovo, come quelle ripetute spessissimo del papa, resteranno lettera morta di fronte alla ipocrisia di tanti credenti che sono pronti e zelantissimi a sostenere l’obbedienza e la insindacabilità del sommo pontefice e della chiesa di fronte a temi quali l’aborto, il divorzio, i matrimoni gay ecc., mentre risultano del tutto menefreghisti ed irrispettosi quando il papa invita ad accogliere i profughi, o migranti che siano, nelle parrocchie. A questa prospettiva di “cristiana” misericordia non dovrebbero sottrarsi, di conseguenza, neanche i molti sindaci leghisti e non, strenui difensori dei simboli cristiani, dei presepi, dei crocefissi nelle aule e negli edifici pubblici, e strenui oppositori, invece, all’accoglienza dei profughi, altrettanto “cristiana”, in quanto sancita e sollecitata dal papa.
Magari questi sindaci arriveranno a nascondersi dietro alla distinzione tra stato e chiesa (quando gli fa comodo va bene, quando non gli fa comodo mescolano tranquillamente le due cose), tra valori e pratica della fede (distanza che tra i cristiani è spesso notevole) oppure dietro l’ipocrisia, apparsa chiara in alcune dichiarazioni che ho sentito a proposito della prevista e consistente destinazione di profughi a Volpago, del fatto che non accolgono 7/8 profughi a testa nei loro comuni, ma si scagliano contro l’utilizzo massivo della polveriera sul Montello, motivando il rifiuto con le condizioni “inumane” degli edifici prescelti, usando anche qui l’umanità a seconda delle convenienze.
Ora che sia assurdo concentrare molti profughi in singoli paesi o singole strutture di accoglienza è assolutamente vero e fanno bene i cittadini di Volpago a insorgere, ma distribuirli nei vari comuni, accoglierli dignitosamente, utilizzarli, finché rimangono, in servizi utili, evitando, con la gestione ed il controllo dei comuni, anche fastidiose speculazioni e business privati, sarebbe in linea con la costituzione e profondamente cristiano, nella sostanza della fede e del messaggio evangelico, non negli scontati rituali di una pratica molto spesso troppo facile ed abitudinaria.