LA SANITA’ VENETA

La sanità in Veneto

Mi è capitato recentemente di essere costretto a cambiare medico. Abito a Caerano ma mi hanno assegnato una dottoressa di Montebelluna. Lei è brava e gentile, ma alla veneranda età di 77 anni mi risulta un po’ scomodo andare nel suo studio, per problemi di distanza e di parcheggio.

Così ho deciso di conoscere e capire un po’ la situazione della Salute in Veneto, ma anche in Italia.

Ho così scoperto che nel 2020 l’Italia era al 17° posto in Europa per il numero di medici di medicina generale ogni 100.000 abitanti: Portogallo 274 ogni 100.000 abitanti, Italia solo 70 ogni 100.000 abitanti. Però?

Ho letto poi che in Italia, dopo il Trentino Alto Adige e la Lombardia nelle quali ogni medico di medicina generale assiste rispettivamente 1.454 e 1408 persone, viene il Veneto, dove ogni medico ne assiste 1224 (mediamente), ma sappiamo che molti ne assistono 1800 o più.

Tutto questo significa che in Italia e nel Veneto mancano molti di questi medici di base.

La situazione è destinata a peggiorare in quanto nel 2021 nel Veneto dei 2.973 medici in attività 1.221 avevano dai 55 ai 64 anni e 656 dai 65 ai 68 anni, abbastanza vicini o prossimi alla pensione.

In provincia di Treviso dai 55 ai 64 anni erano il 45,4% e dai 65 ai 68 anni il 16,9%.

Quindi la situazione attuale del rapporto medico-assistito, aggravata anche dalla assurda e costosa quota 100, che ha favorito tanti pensionamenti, non potrà che peggiorare.

Già adesso le zone carenti di medici (cioè dove mancano) in Veneto sono ben 586, di cui 74 in provincia di Treviso (ULLS 2), con l’aggravante che la popolazione anziana, quella che ha più bisogno del medico e/o che vi ricorre maggiormente aumenta in continuazione. Infatti mentre gli over 75 in Veneto erano pari al 8,4% nel 2021 si prevede che nel 2041 saranno circa il 17,7%.

Si sta facendo qualcosa per reperire nuovi medici?

Lo si dovrebbe fare investendo sul fronte della formazione di nuovi soggetti attraverso le borse di studio. Allora sono andato a vedere anche questi dati, ma ho scoperto che la nostra regione, dal 2014 al 2021 ne ha attivate 0,17 ogni 1.000 abitanti contro le 0, 52 del Molise 0,41 della Valle d’Aosta, le 0,37 della Basilicata, ma anche le 0,25 della Toscana, della Liguria e del Piemonte, le 0,21 del Friuli Venezia Giulia, le 0,20 dell’Emilia Romagna e le 0,18 della Lombardia.

Ma guarda un po’, le regioni che preparano meno medici sono proprio quelle che stanno puntando sempre di più sul privato. Che combinazione!

Riflettendo su questi dati ho concluso che stiamo vivendo, almeno credo, una profonda crisi della sanità veneta, decantata per anni come una delle migliori d’Italia.

Guardiamo ad esempio la situazione di Caerano.

Abbastanza recentemente sono andati in pensione il dott. Fornasir, mai sostituito, e il dottor Conti, sostituito prima da due dottoresse provvisorie e poi dal dott. Cicinelli, che oggi si è trasferito altrove con i suoi pazienti, me compreso, costretti ad andare a Montebelluna. Da poco è andato via anche il  dott. Pietro Cerchiaro, sostituito dal dott. Lippi, che a marzo andrà anche lui altrove. Dei medici rimasti almeno due, a quanto mi risulta, sono vicini alla pensione.

Se guardiamo poi agli ospedali, la situazione non è migliore: ci sono, in parte anche a Montebelluna, reparti con carenza di medici e di infermieri, pronti soccorsi intasati e senza personale, specialisti che vengono da altre regioni, medici che passano nel privato, servizi sanitari importanti (non solo pulizie) assegnati a cooperative, medici che lavorano a gettone, pagati profumatamente, molto più di quelli che resistono e credono ancora nel servizio pubblico, addirittura medici di base privati e a pagamento (sembra che ce ne sia già uno operativo anche a Caerano), case di comunità (dove ci sono) costruite ma inoperose per assenza di personale ecc.

Così prolifera il privato, sia convenzionato che non, con guadagni assicurati, che attira i medici del pubblico. In qualche caso succede addirittura che certe cliniche private, non possedendo attrezzature di ultima generazione e molto costose, per gli interventi più complessi o per le situazioni più gravi, utilizzino quelle degli ospedali pubblici pagate con le tasse dei cittadini italiani e veneti. Assurdo!

Privato che viene giustificato da alcuni politici come “salutare” per migliorare la stessa sanità pubblica attraverso il mito della concorrenza. Infatti con il privato che ormai copre, in Veneto e in Lombardia, attorno al 50% i risultati si vedono. Si va sempre peggio!

E pensare che adesso alcune regioni, compresa la nostra, vorrebbero anche sottrarre completamente la sanità e la scuola al controllo dello Stato centrale, come se non bastasse il caos prodotto in piena pandemia da governatori che andavano ciascuno per conto proprio di fronte ad un dramma che ha causato un sacco di morti.

Non bastasse tutto questo, con la pandemia è successo anche che:

– vai dal medico di medicina generale solo su appuntamento, aspettando anche 20/30 giorni prima di essere ricevuto

– si sono allungati notevolmente i tempi delle visite specialistiche, delle cure e degli interventi chirurgici e di altro tipo negli ospedali, con conseguente dirottamento nel privato di chi già paga i ticket e ovviamente di chi può permetterselo.

Ultima cosa, sorprendente, ho scoperto che anche in Veneto, regione ricca, si investe sempre meno nella sanità pubblica, preferendo spendere soldi per favorire investimenti in altri settori, sicuramente meno importanti.

Va a finire che in Veneto ci cureremo col Prosecco, secondo “orgogliosa” tradizione nostrana. Del resto André, la suora francese morta recentemente a 118 anni ha dichiarato che beveva un bicchiere di vino al giorno.

N.B.

– I dati di questo scritto sono tratti da uno studio dei ricercatori Stefano Dal Pra Caputo e Francesco Peron, commissionato dal gruppo del PD veneto presente in Consiglio regionale.

– Invito gli inevitabili “imbecilli” del web che, invece di confutare rispettabilmente questi dati con altri dati, si limiteranno a non prenderli in considerazione perché frutto di uno studio commissionato da una parte politica a risparmiarsi ogni commento e/o ogni contributo al problema sollevato.

– Invito gli altri a condividere questo post

Veneti, sveglia! Siamo passati da Tina Anselmi, che da ministro della Sanità istituì il Servizio Sanitario Nazionale, a Zaia che sta contribuendo a distruggerlo. Siamo passati dalla possibile riforma Bindi, che obbligava i medici a scegliere tra pubblico e privato, garantendo servizi e tempi di attesa migliori, alla ipoteca sempre più privata sulla sanità italiana e veneta.

Che ne “benzi di Villa Benzi

Questo era il titolo di una copertina di Lengualonga risalente ai primi anni ’80.

Dopo 40 anni questa villa non ha finito di “tormentare” i caeranesi. Adesso è chiusa per motivi di sicurezza che si scoprono, incredibilmente, dopo 40 anni! Non si sa se la responsabilità di qualche mancato intervento o di qualche mancato certificato sia del Comune, proprietario dell’alloggio, o della Fondazione che ce l’ha in uso.

Questo si aggiunge alle recenti dimissioni della Presidente del Comitato di gestione.

Nel 1980 si era discusso molto su come gestire la villa, se attraverso una Fondazione o attraverso le associazioni culturali e sociali caeranesi. Fu deciso per la prima ipotesi. Successivamente fu un susseguirsi di gestioni quinquennali di parte, sempre criticate, a volte per le poche iniziative messe in cantiere, a volte per lo scarso coinvolgimento della cittadinanza, a volte per delle proposte troppo elitarie, a volte per altri motivi. Ci fu anche chi propose di venderla.

Lo statuto della Fondazione, a 40 anni di distanza, ha sicuramente mostrato i suoi limiti e la villa è stata gestita da due o tre persone, meritevoli per l’impegno, ma non sostenute da un corpo sociale vero e motivato. Anche perché non si è quasi mai fatto ricorso ai soci cooptati ed a quelli aggregati, previsti dallo statuto. Un Comitato di gestione che viene rinnovato ogni cinque anni, sempre di parte partitica, al cambio di ogni amministrazione comunale, non può inoltre garantire quella continuità di programmazione che sarebbe necessaria.

Dovrebbe essere formato dalle persone culturalmente migliori del paese, non essere soggetto alle alchimie politiche e durare in carica almeno 10 anni.

La gestione e manutenzione della villa e della Fondazione costa e malgrado i contributi comunali, che non sono mai mancati, le attività culturali hanno bisogno di molte risorse finanziarie, oltre che umane, tanto più che non sono produttive e non creano consenso elettorale.

Secondo me bisognerebbe puntare con coraggio ad una nuova fase che potrebbe comprendere:

– Un’applicazione dello statuto che preveda l’ingresso di soci cooptati (penso ad esempio ai presidenti di tutte le associazioni culturali, sociali e turistiche del paese) ed aggregati che possano contribuire alla gestione, i primi con risorse umane, i secondi (aziende locali che possano avere ritorni di immagine o fiscali o altro) anche da un punto di vista economico. 

– Se serve, una revisione dello statuto che preveda ad esempio la figura del direttore artistico.

– Arrivare ad un’apertura continua della villa attraverso la presenza di un’attività privata che potrebbe essere un caffè letterario, cioè un luogo dove è possibile leggere un libro (magari anche comprarlo) e consumare un caffè, una bibita, una cioccolata, un the, un aperitivo, ascoltare della musica, assistere ad eventi musicali, a conferenze, a presentazione di libri, a mostre, o anche organizzare concorsi o altre iniziative artistiche in collaborazione con la Fondazione.

– Portare a Villa Benzi non la biblioteca, che sta bene in centro, ma tutti gli archivi e la documentazione storico-fotografica che esiste in biblioteca o che si può continuare a raccogliere in paese, prima che vada definitivamente persa. A questo proposito è stata persa in passato, a causa di beghe tra Fondazione e amministrazione comunale l’occasione di avere a Caerano il prezioso archivio di Maffioli, a cui tra l’altro è intitolato il teatro.

– Assegnare alla fondazione la gestione e gli introiti di eventuali cerimonie matrimoniali o di altro tipo

– Assegnare alle associazioni del paese una stanza attrezzata con strumenti utili alle loro iniziative: PC, stampanti, fotocopiatrice, scanner ed altro utili alle loro attività sociali, in cambio di collaborazioni varie e di contributi finanziari destinati a pagare le spese di materiali e manutenzione.

– Altre idee che potrebbero scaturire da un dibattito pubblico con le parti politiche, le associazioni del paese e la popolazione.

Per chi volesse approfondire la questione Villa Benzi dovrebbero essere a disposizione in Comune o in Fondazione le delibere costitutive della Fondazione, l’atto di assegnazione in comodato d’uso, lo statuto, le linee di indirizzo dell’amministrazione, le relazioni sulle vicende e le attività culturali svolte in questi 40 anni.

Chi di migrazione ferisce di… migrazione perisce!

Dopo siffatta rielezione di Mattarella e la solita brutta figura del fanfarone Salvini, riprenderà la migrazione dei leghisti verso la Meloni. Molti di loro, infatti, invece di darsi da fare per cambiare condottiero, puntando a persone più presentabili, più serie nel combattere la pandemia di Salvini e della stessa Meloni, che insieme a La Verità stanno strizzando l’occhio ai no vax, ai no green pass, per fini elettorali o di aumento della scarsa tiratura, a diventare europeisti convinti e a creare una destra moderata, diciamo alla Giorgetti, più adatta a governare questo nostro Paese, continueranno ad abbandonare il tanto decantato (un tempo) Salvini e a rincorrere l’ossessione e la chimera del sempre nuovo salvatore della Patria. Adesso l’uomo (pardon) la donna della Provvidenza sarà la urlatrice romana, politicante fin dalla più giovane età, complice di governi fallimentari, quasi mai presente in Parlamento, se non per sgolarsi e mostrare le vene rigonfie del collo, opportunista come pochi scegliendo un’opposizione preconcetta in un periodo di grave crisi sanitaria ed economica del Paese, solo per arraffare i voti degli eterni scontenti di tutte le risme e ora anche dei no vax, dei no green pass, dei complottisti, degli sciamanisti, dei creduloni, degli alternativi di ogni genere, da sommare a tutti i nostalgici del Ventennio. Così molti leghisti, soprattutto la plebe leghista, cioè i peggiori, quelli con i corni celtici, gli evasori fiscali seriali, i pasdaran razzisti, i venetisti ignoranti di storia, privi di senso civico, anti politici e populisti, quelli dei vari “bar sport” delle terre nordiche, cambieranno casacca, inseguendo l’oppositore/a di turno che promette mari e monti in un paese ingovernabile di cui loro, proprio loro sono i primi responsabili, insieme a tanti altri italiani. Così abbandoneranno la lega anche i secessionisti, gli autonomisti radicali, quelli che anche di fronte alla prova della pandemia, continuano a pretendere un’autonomia casinista, dove sanità e scuola continuino ad essere nelle mani di Regioni balorde in cui ogni governatore si fa i fatti suoi. Così dopo aver digerito la improbabile svolta… di Salvini verso il Sud, cadranno nelle grinfie della più nazionalista di tutti, secondo la tradizione fascista, la capa di fratelli d’ Italia che tollera ancora al suo interno, ed anche al suo prossimo esterno, personaggi dediti al saluto romano e apologeti del tragico Ventennio. Spero che i tanti leghisti seri, che ci sono eccome, anche a Caerano, sappiano contribuire a che l’Italia non precipiti nelle mani di una destra estrema alleata con le peggiori destre europee e mondiali, che vogliono muri, che limitano i diritti umani, che non accettano di ridistribuire i migranti, che l’Europa e l’Italia aiutano economicamente e che ci fregano le industrie, come fanno le destre ungheresi, polacche ecc. E’ meglio perfino che tornino con il vecchio e ormai “moderato” Berlusconi, un politico d’epoca, un usato almeno più sicuro, in linea con un Europa ancora più europea, che sola può garantirci un futuro migliore.

La Meloni e i patrioti irresponsabili

La Meloni ha scommesso sull’opposizione al governo d’emergenza chiesto da Mattarella in un periodo tragico e cruciale per il nostro Paese ed ha strizzato l’occhio ai no vax, criticando tutte le scelte governative anche sulla pandemia, solo per guadagnare meschinamente dei voti. Salvini ha aderito al governo per fare il doppio gioco: adesione al governo e subdola opposizione insieme, sperando di fare il furbo e di tenere le percentuali di voti guadagnate negli ultimi anni. Risultato: la Meloni ha rubato voti a Salvini, perché in Italia c’è una massa di illusi o profittatori sempre pronti a fidarsi di chi grida di più, le spara più grosse e promette la soluzione di tutti i problemi. I cosiddetti Fratelli d’Italia sono diventati per qualche tempo il primo partito. Salvini ha perso voti, anche a vantaggio di Forza Italia, proprio per le sue ambiguità ed è passato in seconda fila. Ora però che i suoi governatori leghisti hanno fatto scelte chiare e governative sulla pandemia il furto di voti alla Lega soprattutto da parte della Meloni si è fermato e, sorpresa!, primo partito è diventato il PD. Credo che molti degli italiani che si sono vaccinati abbiano cominciato a capire chi stia facendo le scelte giuste e stiano premiando chi durante questa pandemia si è comportato più responsabilmente e che il PD e non Salvini, ma Zaia e Fedriga sono sicuramente meglio della Meloni, anche perché non urlano sguaiatamente. E forse è anche per questo che i 5 stelle mantengono buone percentuali di voto, malgrado tutti li dessero per spacciati. Spero che la grande maggioranza degli italiani, quando si andrà a votare si ricordi di chi ha garantito meglio la sua salute e la ripresa economica e del Paese, penalizzando chi ha solo sbraitato nelle piazze, in TV o in Parlamento. Sarebbe grave avere Berlusconi Presidente della Repubblica, ma sarebbe altrettanto grave avere la Meloni Presidente del Consiglio, con i suoi “patrioti”.

Libertà vo cercando ch’è si cara…

Ho visto in TV, anche recentemente, alcuni esemplari di no vax o no green pass ruspanti, da corteo, di quelli tosti, deliranti, incazzati come bestie. Ho visto anche alcuni intellettuali, di quelli sempre contro, come Cacciari e Freccero (Non considero intellettuali né Montesano, già comico di suo, né Brosio, toccato dalla Madonna di Medjugorje, né Szumski, che finalmente, grazie ai no vax e no green pass, forse riuscirà a diventare parlamentare). Niente da dire contro i no vax o i no green pass che argomentano pacatamente o che hanno dubbi o paura. Ce ne sono tanti e posso perfino comprenderli. Gli sfegatati, e sono purtroppo molti, no. Mi meraviglio, quindi ed invece, che certi giornalisti o talk show e l’informazione in generale diano spazio ai no vax o green pass irriducibili e urlanti, complottisti, sciamanisti, cultori di strane filosofie paranoiche, fascisti o anarco-individualisti, sindacalisti marginali, alternativi di varia natura, terrapiatisti e cervellopiattisti (il loro) ecc. Che senso ha, mi domando, mettere a confronto degli scienziati, ricercatori, primari ecc. con quattro ossessi che gridano in piazza sguaiatamente, propagando scemenze, senza nessuna competenza nel merito. Posso capire la par condicio politica, ma non questa, sulla pelle della gente, di oltre l’85% degli italiani. Un vero giornalista, di stampa o talk show, è libero solo se invita chi vuole, non se è costretto a invitare, per un falso concetto di parità, anche i fanatici, i violenti, i pazzoidi o gli estremisti. So che non tutti i no vax sono così, ma poi in tv o sui giornali, a parlare, sono spesso e solo i più scalmanati tra loro. Che senso ha dare spazio a chi viola continuamente le leggi e le regole nelle manifestazioni, mettendo a rischio la vita della grandissima maggioranza degli italiani, oltre che la loro? Oggi sono contento che il governo abbia esteso il vaccino obbligatorio ad altre categorie ed a chi tra i pubblici dipendenti ha contatti con la gente, pena la sospensione, che abbia adottato misure restrittive, selettive, che penalizzino solo chi non si vaccina e che punti a controllare poi drasticamente il rispetto delle regole. Anche i sindaci potrebbero fare la loro parte sui controlli e, se non possono utilizzare i vigili, invitino almeno chi di dovere ad eseguire dei controlli a campione e ripetuti contro chi non chiede il green pass o addirittura non è vaccinato e non porta la mascherina, fregandosene delle regole anche se gestisce locali pubblici o svolge attività frequentate dal pubblico, cosa che succede anche a Caerano, senza costringere i cittadini a fare la “spia”, anche se in questo caso di minaccia alla salute pubblica sarebbe solo senso civico e tutela personale. Quanto a noi vaccinati cominciamo a non accettare in casa nessuno che non abbia il green pass e facciamo sentire la nostra voce, sommergendo il chiasso quotidiano di coloro che, con il loro estremismo, sembrano godere dei morti giornalieri e che vogliono rinchiuderci nuovamente tutti in casa.

Io non sono un esperto di finanza, ma se io, per ipotesi, volessi correre il rischio di giocare i miei soldi in borsa e ne ottenessi un bel guadagno, non vorrei che qualcuno pretendesse poi che io lo dividessi con lui. Se il vaccino è un rischio, come dicono loro, (anche se non è così) ed io rischio per guadagnarmi la libertà di essere libero di muovermi, tornare a lavorare, viaggiare, studiare, fare vita sociale e culturale ecc. perché dovrei poi dividere queste libertà che mi sono guadagnato con chi non ha rischiato nulla ed anzi, per rivendicare la libertà sua e di una esigua minoranza, minaccia la mia e quella della stragrande maggioranza degli italiani?

Bene ha fatto il governo ieri ad adottare queste nuove misure restrittive mirate ai non vaccinati. Ora facciamole rispettare, per Dio! E non per la Madonna di Medjugorje e neppure per quella finta madonna di Fratelli d’Italia, che punta sempre a distinguersi per lucrare pochi voti in più. Almeno Salvini si barcamena e si adatta.

Fascisti ed antifascisti

In Italia ci sono molti che non sono fascisti, ma che non sono neanche antifascisti. Ne conosco parecchi che sono così, sia una volta quando votavano DC, sia adesso che votano Lega o Fratelli d’Italia. Ne è un po’ la prova anche il fatto che oggi, in molti comuni leghisti o governati dalle destre, nelle cerimonie davanti ai monumenti ai caduti, il 25 aprile, non si canta Bella Ciao, la canzone simbolo della lotta partigiana ed antifascista e magari si canta la canzone del Piave, che col 25 aprile non c’entra niente. C’è anche, e addirittura, qualche femmina di destra, come Rachele Mussolini, di Fratelli d’Italia, che il 25 aprile si limita a festeggiare il compleanno del marito, che si chiama Marco.

A parole questi “patrioti” rispettano la nostra Costituzione antifascista, nata dalla Resistenza e dalla lotta partigiana, ma non sono antifascisti. Già molti democristiani di una volta, se fossero stati costretti a scegliere tra Almirante e Berlinguer, tra la Fiamma Tricolore e la Falce e il Martello, avrebbero scelto la prima, anche se il PCI era stato tra i protagonisti della liberazione dell’Italia dai fascio-nazisti e i comunisti avevano avuto un ruolo importante nell’Assemblea Costituente ed accettato il sistema democratico scritto in Costituzione.

Cosa che, invece, non avevano fatto coloro che si richiamavano al Fascismo, Almirante e soci, tanto che furono considerati per lungo tempo fuori dal cosiddetto Arco Costituzionale. Il PCI, che ovviamente era considerato dentro, era comunque escluso, in tutti i modi, anche un po’ oscuri, dal poter governare il paese (conventio ad excludendum), almeno fino al tentativo di “compromesso” che costò la vita ad Aldo Moro e poi al crollo del muro di Berlino.

Nel 1946, con l’amnistia firmata da Togliatti, Ministro della Giustizia del primo governo post-bellico, si era voluto voltare pagina, forse anche comprensibilmente, ma così non si sono mai chiusi veramente e definitivamente i conti col Fascismo.

Da tutto questo nascono, almeno in parte, anche le contraddizioni odierne, l’ipocrisia dei partiti che si dichiarano antifascisti, ma poi tollerano infiltrazioni nere, e l’ambiguità di chi tollera gli ultras fascisti, i partiti e movimenti nostalgici di Mussolini ed Hitler, accarezza e liscia ogni malessere della società, a cui nessuno riesce da tempo a porre rimedio. Questi partiti danno fiato e corda a chi si dichiara antipolitico, critica tutto e tutti, crede di vivere in una dittatura, in un paese disastrato, anche se l’Italia è uno dei paesi più industrializzati al mondo, ha una sanità pubblica eccellente, ha studiosi e ricercatori richiesti dappertutto, primeggia per qualità della vita, per il vestirsi bene, per il mangiare bene ed anche e soprattutto per le sue bellezze. Per cosa poi? Per un pugno di voti!

A soffiare sul fuoco di destra ci sono poi dei giornalisti (si fa per dire!), schierati apertamente a destra e che giustificano, minimizzano le violenze fasciste, tirano sempre in ballo altre violenze (dei centri sociali, dei no tav…), pur di attenuare le responsabilità dei loro partiti o leader di riferimento e che, in caso di un nuovo regime fascista in Italia, per fortuna del tutto improbabile, se non impossibile, sarebbero probabilmente i primi ad aderirvi. Intanto, si apprestano a mollare un po’ Salvini, per accasarsi dalla Meloni, la nuova rock star degli imbecilli del web, “dei bastian contrari”, dei frustrati ed insoddisfatti di ogni risma e dei non fascisti, ma neanche antifascisti.

Almeno la aiutassero, questi giornalisti, visto che non ci arriva da sola, a capire la matrice dei cortei violenti dell’altro giorno!

Appello pubblico e civico

Mi rendo conto che questo appello probabilmente interesserà poco o niente alla gran parte dei caeranesi ed anche all’amministrazione comunale, come è accaduto già in passato, quando non si è fatto niente per salvare le ultime tracce rimaste dei mulini che dal 1400 funzionavano lungo il Brentella, in particolare di quello Zaffaina, intatto fino a qualche decennio fa e del quale resta solo una malinconica ruota. Speriamo di no.

Questo appello salvifico, probabilmente l’ultimo, visto le condizioni in cui versa l’edificio, riguarda il Maglio d’Inferno di Caerano di San Marco, situato in Via Piave, località Lavaggio, tra il bar – da Loris – e la vecchia casa dell’Enel. E’ rivolto all’amministrazione comunale, ma anche a tutti i caeranesi sensibili al recupero della loro storia, perché possano sostenerlo in qualche modo.Per capire l’importanza di questo Maglio d’Inferno riporto alcune notizie storiche tratte dal libro “Brentella” di Raffaello Vergani e dal libro “Caerano dalle origini al XVII secolo” a cura di L. De Bortoli e D. Zanetti e che ho già pubblicato qualche tempo fa in facebook e nel mio sito web.

“Nei primi decenni del 1400, nell’alta pianura trevigiana, un po’ trascurata dai veneziani e dove le poche opere idrauliche erano fatiscenti, si manifesta un risveglio demografico e dell’attività agricola, che richiede un maggiore bisogno di acqua. Attorno agli anni venti del 1400 prima è il Comune di Castelfranco a chiedere di derivare un canale dal Piave a Pederobba per irrigare le sue campagne e a seguire sono due funzionari del Comune di Treviso, Andrea da Quero e Paolo da Pederobba, a proporre la costruzione di tre diversi rami o canali per portare l’acqua del Piave da Quero all’alta campagna trevigiana. 

La proposta prende piede all’inizio del 1436 quando il Comune di Treviso la presenta al Senato veneziano. I primi obiettivi principali di questo progetto sono l’alimentazione di persone ed animali e l’irrigazione delle campagne, a cui si aggiungono successivamente il trasporto delle merci e la produzione di energia. 

La proposta viene approvata il 22 marzo del 1436 dal Senato veneziano il quale stabilisce che parte delle acque del Piave, catturate a nord del Montello, siano condotte fino alle bocche del Montello e di Montebelluna, oltre le quali dovranno scorrere e sparpagliarsi per la campagna trevigiana fino a metter capo nel Sile. 

I lavori iniziano abbastanza presto ma poi si interrompono per riprendere nel 1443, anno in cui viene anche istituito un apposito Ufficio delle acque. Lo scavo del canale Brentella arriva a Caerano nel 1446. Sei anni dopo, nel 1452, viene concesso un primo mulino, nel tratto di Caerano, al notaio trevigiano Martino da Cornuda. 

Pochi anni dopo, nel 1456, a Caerano, lungo il canale Brentella, oltre a 4 mulini ad acqua, diventa attiva, in località Lavaggio, chiamata allora Inferno, una fucina per i metalli, detta anche battiferro, concessa ad un certo Antonio Zaninelli dall’Ufficio delle acque. Contava presumibilmente su una ruota ad acqua, situata non sul canale principale, ma su una canaletta ausiliaria o “bova bastarda”, che doveva prendere e poi restituire l’acqua al corso principale, il quale doveva essere lasciato libero per una maggiore scorrevolezza delle acque e per l’eventuale trasporto di merci, a cui nelle intenzioni dei progettisti doveva anche essere destinato il canale Brentella. 

Era il cosiddetto Maglio d’Inferno, ancora oggi esistente, anche se inutilizzato ed in stato precario.

Probabilmente, in questo come negli altri opifici o mulini, nessuna di queste canalette fu realizzata dagli assegnatari e negli anni seguenti ci furono diverse proteste per la scarsa efficacia, ai fini irrigui, del canale a causa di seriole abusive o della mancata costruzione di queste “bove bastarde”. 

D’altra parte anche allora non mancavano i favoritismi e le connivenze, tanto più che spesso i concessionari erano ben ammanigliati con l’ente concedente.

Il maglio d’Inferno non fu il solo battiferro autorizzato in zona, ma fu sicuramente il più importante. 

Negli archivi del consorzio Brentella si trova traccia di un altro maglio, 450 pertiche trevigiane più a sud, appartenente insieme ad un mulino da grano e ad uno da gesso ai fratelli Tiberio, ma viene demolito poco dopo e trasformato in altro mulino da grano.Un nuovo battiferro venne concesso nel 1671 a Paolo e Girolamo Pola, insieme ad un follo da panni (che però avrà vita breve) lungo la seriola Barbariga, entro i confini di Caerano, battiferro che passerà nel 1736 ai veneziani Gradenigo, ma del quale non si conserva traccia.

Del nostro maglio d’Inferno troviamo invece traccia nel 1865 quando risulta appartenere, insieme ad un mulino da grano, ai fratelli Vello Antonio fu Giobatta, Luigi, Giuseppe e Pietro fu Sebastiano.

Ancora oggi il nostro maglio d’Inferno appartiene ai discendenti di quei Vello (oggi Velo), in particolare ad un certo Velo Roberto, residente a Padova. 

Nel 1901 Paolo Viganò acquista dai fratelli Vello il diritto d’uso d’acqua dei loro opifici, tra cui il maglio, per costruire un’importante centrale idroelettrica, ma sappiamo per certo che l’attività di questo maglio è continuata fino a qualche decennio fa”.

Oggi il Maglio d’Inferno avrebbe bisogno di un restauro, che richiede e merita, secondo me, un intervento pubblico, previo accordo con il proprietario, e che permetterebbe, come succede per altri magli (come quello di Pagnano d’Asolo), una sua usufruibilità pubblica.

Credo che ci sia un interesse pubblico, e spero anche privato, ad intervenire, attingendo eventualmente anche a risorse regionali, nazionali o europee e, perchè no, anche a qualche finanziamento di cittadini caeranesi, soprattutto di ditte locali, magari con prestazioni di lavoro gratuite, e/o al volontariato, molto attivo e diffuso a Caerano. 

Non so se tutto ciò sia utopia o se sia fattibile, ma forse si potrebbe provare a salvare una delle ultime memorie antiche del duro lavoro dei nostri antenati e della vocazione “industriale” del nostro paese. E’ vero che in paese ci sono molte altre cose da fare: sistemare strade, marciapiedi, semafori, efficientare da un punto di vista energetico edifici pubblici e altro, ma certe opere possono anche essere rinviate di qualche anno mentre qui, nel caso del Maglio d’Inferno, probabilmente il tempo sta per scadere definitivamente. 

Se poi i caeranesi ritengono un simile, auspicato (da me) intervento, uno spreco di denaro o una cosa inutile, dopo lo snaturamento di quasi tutto il centro storico avvenuto in passato, la mancata salvezza di alcuni mulini, la non acquisizione, a suo tempo, di Villa Rovero (Forcellini), il mancato risanamento di aree come quelle della ex Lampugnani e della sanRemo, allora vuol dire che, ancora una volta, mi sono sbagliato e l’illusione culturale e storica continua ad essere prevaricata da altre più “ciniche” realtà.  

Allora, come non detto!

Tassaioli e cretini

Oggi leggo che Letta, segretario del PD propone di tassare maggiormente le successioni sopra i 5 milioni di euro per investire sui giovani italiani.

Non si tratta di tassare eredità di prime e seconde case, ma di chiedere ai ricchissimi del paese, si parla di un 1% dei cittadini italiani, di contribuire ad una distribuzione parzialissima e più equa della ricchezza non guadagnata col proprio lavoro ma ereditata, a volte anche senza merito personale. 

Apriti cielo, i soliti sciacalli politici si sono buttati subito sul torbido che gorgoglia nella pancia di certi italiani, al solo sentire parlare di tasse, gridando subito contro la solita sinistra che vuol far pagare le tasse ai poveri italiani. 

Il bello è che tanti ci credono, anche moltissimi di quelli che non ne avrebbero alcun danno, il 99% della popolazione, scavalcando addirittura nel loro dissenso, uomini ricchissimi, umani ed intelligenti, come un Del Vecchio di Luxottica, tanto per citarne uno, che penso non avrebbero alcuna remora ad accettare un imposta del genere. Del resto questa tassa in Francia varia tra il 5 e il 45% a seconda del valore del patrimonio, in Germania tra il 7 e il 50% in Spagna tra il 7 e il 34% in Gran Bretagna è al 40% (dati L’EGO-HUB da LA STAMPA DEL 22.05.2021).

Ma noi siamo il bel paese, quello in cui, come dice Vincenzo Visco sulla Stampa di oggi, “i ricchi non devono pagare le tasse, gli evasori non devono essere disturbati ed i ceti benestanti vanno assecondati nei loro desideri di voler pagare di meno. Dopodiché gli stessi dicono che i servizi pubblici non funzionano o che bisognerebbe aumentarli”.

Del resto siamo o non siamo il paese dei molti furbi? cioè:

– di coloro che non si vaccinano perché tanto si vaccinano gli altri e loro evitano un qualsiasi rischio, anche se remotissimo, e al bene comune ci pensino pure gli altri, i soliti cretini

– di coloro che non pagano le tasse o le pagano per modo di dire, tanto le pagano gli altri e ci garantiscono scuole, servizi sanitari ecc. da buoni cretini

Mica siamo fessi noi! Siamo furbi!

Ovviamente i soliti politici e tanti giornalisti complici non specificano che la proposta di Letta non tocca il 99% degli italiani, gli basta poter, ancora una volta, far tornare sulla scena il termine “comunisti” che provoca ancora disturbi intestinali a molti italiani e che nasconde la pervicace propensione di una certa destra fascistoide ad evocare fantasmi e ad alimentare paure pur di conservare privilegi, enormi divari sociali e discriminazioni nel nostro paese.

Un anno perso?

L’anno scolastico 2020-2021 ha visto il trasferimento delle classi di scuola media dalla loro sede abituale e consolidata alla vecchia scuola elementare, con conseguente spostamento di alcune classi di quest’ultima al Centro parrocchiale. Dopo la messa a norma, negli anni scorsi, da un punto di vista sismico e strutturale del vecchio edificio di scuola primaria, risalente al 1952, e dopo lo studio dell’ing. Dario Bonora sullo stato degli edifici pubblici caeranesi, si era pensato durante l’ultimo quinquennio amministrativo, di intervenire anche sull’edificio della scuola media, a seguito dei nuovi finanziamenti messi a disposizione, finalmente, dai governi di centrosinistra a favore dell’edilizia scolastica. Benché la situazione sismico-statica peggiore sia quella dell’asilo nido di Via Gramsci si era deciso di intervenire per la messa a norma dell’edificio di Via della Pace, per il numero notevolmente superiore di alunni interessati. In effetti la scuola media, quando fu costruita nel 1980/81 era sicuramente a posto da un punto di vista sismico, ma i successivi terremoti in Italia avevano fatto alzare i parametri di sicurezza, con conseguente fuoriuscita di molti edifici scolastici dalla regolarità normativa, costringendo così molti amministratori pubblici ad intervenire, per evitare responsabilità penali in caso di eventi catastrofici.
A settembre 2020 molti caeranesi avranno pensato che l’intervento si sarebbe concluso in un anno scolastico, invece risulta che solo da pochissimo tempo sia stato affidato l’incarico ad una ditta friulana, dopo una regolare gara di appalto gestita peraltro a livello provinciale.
Così si è perso un anno e nel 2021-2022 le classi di scuola media dovranno prolungare il loro “esilio”. Per fortuna che il covid-19 sembra ormai in fase calante e che i maggiori assembramenti dell’anno scolastico in conclusione, anche se ben gestiti dalle autorità scolastiche, non saranno più tanto pericolosi.
Non voglio qui attribuire grandi o piccole responsabilità agli attuali amministratori comunali, ma credo che conoscendo i tempi della macchina burocratica italiana, a tutti i livelli, avrebbero potuto essere più realistici e prudenti, evitando uno sgombero della scuola media che si poteva procrastinare di un anno. 
Speriamo che adesso non si sprechi altro tempo e che la scuola media possa tornare nelle sua sede naturale dal primo settembre 2022.

Giorno della memoria 2021

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LA MEMORIA SE NON E’ INQUINATA DALL’IGNORANZA AIUTA IL PRESENTE E GARANTISCE IL FUTURO PIETRO GARDIN Pietro Gardin fu un noto industriale caeranese, che io ricordo vagamente, proprietario del Calzificio Gardenia, collocato in Via Lavaggio (oggi Via Piave), che diede lavoro a molti uomini e donne caeranesi, come risulta dalla foto seguente. Oggi tuttavia voglio ricordare Pietro Gardin per un altro motivo. Pietro Gardin e la moglie Elisabetta, nel 1943, salvarono un bambino ebreo di Bolzano, Luigi Rovighi, figlio di un loro amico, ospitandolo a Caerano e rischiando la vita. Per questo i coniugi Gardin si sono meritati la medaglia di “Giusti tra le Nazioni” consegnata alla figlia Maria Luisa il 29 maggio 2012 a Treviso. Alla cerimonia era presente anche quel bambino, del quale riporto l’intervista concessa al giornale Alto Adige il 28 marzo 2012, raccolta da Fabio Zamboni. I ricordi bolzanini di Luigi Rovighi, l’ebreo sfuggito ai nazisti. BOLZANO. Ci sarà anche lui, Luigi Rovighi, domani a Treviso alla consegna della medaglia “Giusto tra le nazioni” a Maria Luisa Gardin. Perché è lui il vero protagonista di questa storia che il nostro giornale ha raccontato ieri. Era lui il bambino ebreo di 10 anni sottratto ai nazisti che lo cercavano a Bolzano nel 1943, portato in salvo a Caerano in provincia di Treviso dai genitori di Maria Luisa. «Certo che ci sarò – ci racconta Rovighi al telefono da Bologna, dove vive da 47 anni – perché anche se non ci sono più i miei salvatori, Pietro ed Elisabetta Gardin, voglio abbracciare la loro figlia. Loro mi hanno davvero salvato la vita, nascondendomi in un furgone e portandomi in Veneto. Rischiando oltretutto la loro vita, perché strada facendo incontrammo posti di blocco ogni dieci chilometri, soldati coi mitra spianati, ai quali sfuggii perché mi presentarono come cugino dei loro figli». Per quel rischioso salvataggio i nomi dei coniugi Gardin verranno aggiunti sul monumento “Righteous honor wall” al museo Yad Vashem di Gerusalemme. Ma facciamo un passo indietro, assieme a Luigi Rovighi. Lei era a Bolzano, quando sfuggì ai nazisti? “Sono nato a Bolzano nel novembre del ’32, e ci sono vissuto per oltre trent’anni. Abitavo con la mia famiglia in Via Ospedale e frequentavo il Conservatorio, dove mi sono diplomato in violino con il famoso maestro Giannino Carpi. Mio padre Augusto era ingegnere e ha progettato diverse fabbriche bolzanine”. Che cosa ricorda della sua infanzia? “Anni sereni, a parte quel drammatico episodio della fuga in Veneto. Di Bolzano ho conservato un buon ricordo: la mia famiglia stava bene, io abitavo a due passi dalla scuola, la città ricominciava a vivere subito dopo la guerra”. I nazisti la cercavano perché, quando non riuscivano a catturare un ebreo adulto, ripiegavano sul suo primogenito. “È così. Cercavano me perché mi padre si era subito messo in salvo, scappando in Valle di Non. A salvarlo fu monsignor Bortolameotti di Trento, che ottenne la medaglia dei Giusti e che grazie a quella fu nominato monsignore. Lui era il parroco di Cloz, in Valle di Non, dove mio padre rimase nascosto nella canonica per mesi”. E lei invece si mise in salvo grazie alla famiglia Gardin. “Pietro Gardin, industriale tessile, aveva aperto una fabbrica a Bolzano e mio padre l’aveva aiutato. Sua moglie incontrò per caso mia madre che era disperata perché si aspettava una visita imminente dei nazisti e allora decise di aiutarla, portandomi subito a Caerano assieme ai suoi due figli”. E in quei mesi riuscì a tenersi in contatto con la mamma? “Avevo soltanto dieci anni, non ricordo i dettagli. È come se avessi vissuto sospeso, senza capire perché mi trovavo lontano da casa. Loro si muovevano, andavano a trovare parenti e conoscenti e io dovevo restare a casa: solo più tardi ho capito perché”. Ma come mai la storia è riemersa solo adesso? “Quando, vent’anni dopo la fine della guerra, iniziò il processo ad Eichmann, mio padre inviò una lettera di ringraziamento al signor Gardin. Da lì partì una procedura per la consegna della medaglia dei Giusti, che però si bloccò quando scoprirono che io non praticavo la religione ebraica. Tutto fermo, fino a quando, recentemente, è arrivata la comunicazione ufficiale da Gerusalemme, con il riconoscimento a Pietro ed Elisabetta Gardin”. Oggi vive a Bologna. Torna ancora a Bolzano? “Mi sono trasferito a Bologna a 33 anni: vinsi un concorso per entrare nell’orchestra del Teatro Comunale. Ho anche insegnato al Conservatorio di Bologna. Qui ho moglie e un figlio, anche lui violinista. A Bolzano ho conservato la mia casa, in Via Thuille, e ci vengo ogni tanto a trovare mio fratello. Ma non dimentico la mia città”. Riporto anche la testimonianza di Maria Luisa Gardin, sua figlia, che trascriviamo da “Caerano di San Marco – Periodico d’informazione – Anno IV – n°1 Giugno 2013, é edizioni”. Caerano celebra due nuovi “Giusti tra le nazioni” I coniugi Pietro ed Elisabetta Gardin salvarono a Caerano un bambino di fede ebraica. Pietro ed Elisabetta Gardin salvarono la vita di Luigi Rovighi, bambino ebreo che viveva a Bolzano. Per questo gesto sono stati riconosciuti “Giusti tra le Nazioni”. Nel marzo 2012 Maria Luisa Gardin, figlia dei coniugi, ha ricevuto la medaglia dello Yad Vashem a Treviso presso Palazzo Rinaldi. La vicenda riguarda Luigi Rovighi un ragazzo di fede ebraica che viveva a Bolzano, città nella quale il Gardin aveva aperto un’azienda. Il giovane venne tratto in salvo e custodito a Caerano presso i genitori di Pietro Gardin. La vicenda è stata ricostruita dalle parole di Maria Luisa Gardin: “Mio padre Pietro era un imprenditore molto intraprendente. Aveva deciso di aprire una fabbrica a Bolzano. In quel periodo c’erano delle agevolazioni e lui ha voluto approfittare dell’occasione per avviare un’impresa. Mio padre aveva aperto la fabbrica grazie al lavoro del signor Rovighi. Era un ingegnere molto in gamba e si era occupato di tutti i calcoli. Luigi era figlio dell’ingegnere. Erano gli anni della guerra, ’42-’43, e i tedeschi in quel periodo prelevavano i padri di famiglia ebrei. Se non trovavano il padre, portavano via il primo figlio. Mia madre stava passeggiando per Bolzano quando ha incontrato la madre di Luigi: era disperata, aveva paura che le portassero via il figlio. Non ha esitato e con mio padre ha detto alla signora Rovighi che avrebbero nascosto loro Luigi. Lo hanno portato a Caerano, dove vivevano i miei nonni materni e dove anche io e mio fratello ci eravamo trasferiti per scampare alla guerra. Quando Luigi è arrivato a Caerano era spaventato dato che durante il viaggio il camion dove era nascosto era stato fermato parecchie volte e aveva temuto di essere scoperto. Il padre di Maria Luisa non aveva spiegato loro niente, si era solo raccomandato di dire che quel bambino era un loro “cugino di Mussolente”. Luigi però di solito veniva tenuto nascosto in casa: mentre i due fi gli dei Gardin potevano giocare tranquillamente in giardino il piccolo Luigi si nascondeva dietro il pianoforte. Maria Luisa, ricordando la vicenda, dice: “Mi sento ancora in colpa per questo”. Nella foto in calce Pietro Gardin è quello a sinistra di Don Camillo Pasin. Foto del 1957 tratta dal sito di Gianni Desti.